Altritaliani

Con il nuovo Senato cambia la storia italiana

venerdì 16 ottobre 2015 di Nicola Guarino

E’ ormai imminente il tramonto del bicameralismo perfetto che ha segnato la storia della Repubblica italiana. Un passaggio storico costruito da un governo che ha lavorato con un parlamento privo di maggioranze nette. Un successo voluto da Napolitano e auspicato da tanti italiani. Probabilmente ad Ottobre 2016 gli italiani voteranno al referendum per confermare questa svolta.

Sembra che ci siamo. La notizia è che in terza lettura è stata approvata la riforma del Senato ed in pratica si passa dal bicameralismo perfetto ad un sostanziale sistema monocamerale.

Politicamente si tratta di un successo del governo (Come cambierà il Senato), ma più ancora del PD e più ancora di Renzi che è riuscito li dove non erano riusciti governi sorretti da maggioranze ben più solide.

Chi pronosticava una sconfitta del governo, chi sosteneva che mancavano i numeri per approvare questa difficile riforma, è stato un cattivo profeta ed oggi deve assistere al concretizzarsi di un fatto che molti italiani auspicavano.

Già il governo Berlusconi vi riuscì, con fatica, pur avendo una maggioranza parlamentare schiacciante, ben 100 tra deputati e senatori più dell’opposizione, ma quel tentativo, molto controverso anche più dell’attuale, venne vanificato dalla mancata approvazione popolare nel referendum confermativo.

Quella del governo Renzi è stata una prova di forza che fa storcere il naso a molti. La questione è se si possa riformare la Costituzione a colpi di maggioranza. In realtà non va dimenticato che la riforma del senato è un tutt’uno con la riforma della legge elettorale (l’Italicum). Non va nemmeno dimenticato che questo complesso coordinato di riforme istituzionali fu il frutto del controverso “Patto del Nazareno” che sancì la fine del “berlusconismo” e l’inizio di un dialogo tra le diverse anime politiche, dal quale si chiamarono fuori, inopinatamente, la Lega e i Grillini.

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Giorgio Napolitano

Il tutto con un governo emergenziale erede delle brevi, ma intense, stagioni di Monti e Letta. Un governo atipico che include una parte della destra (NCD) e che, fino all’elezione di Mattarella al soglio del Quirinale, ha goduto di un sostanziale appoggio esterno di Forza Italia. Dopo di allora, tiratosi indietro il partito del Cavaliere, impegnato in una contraddittoria rincorsa alla nuova Lega Nord di Matteo Salvini, è rimasto il coerente sostegno dei “verdiniani” che discutibili quanto si vuole, hanno confermato anche nelle successive letture, quelle riforme (elettorale e senato) che, senza ipocrisie, avevano contribuito a scrivere con il PD.

La realtà è che Verdini e i suoi sono stati coerenti, diversamente da quelli di Forza Italia che, dopo aver osannato queste riforme, strumentalmente hanno fatto opposizione alle stesse, nel tentativo di “rovesciare il tavolo” dell’esecutivo.

Ma roversciarlo per cosa? Il governo, il ministro Boschi, lo stesso Renzi furono chiari: O si fanno queste essenziali riforme oppure si va al voto.

L’approvazione con solo quattro voti in meno di quelli ottenuti nella precende lettura, con il sostegno dei forzisti, dimostra che, al di là delle chiacchiere (sempre imperanti nella politica italiana), nessuno aveva davvero voglia di rovesciarlo quel tavolo e di andare al voto.

Quest’ultima riforma è anche figlia di Napolitano che si è battuto nei sofferti anni del suo settennato e anche dopo, quando è stato implorato di tornare al Quirinale sia dalla destra che dalla sinistra bersaniana, imponendo sotto gli scroscianti applausi di un parlamento imbelle, la priorità della riforma elettorale e della fine del bicameramlismo perfetto, quali condizioni imprescindibili, per ridare dinamicità alla politica italiana dopo due decenni di sostanziale stallo.

Sorprende percio’ l’uscita dei senatori forzisti al momento della presa di parola del presidente emerito, che ha costituito il suggello e la conclusione di un dibattito durissimo, segnato anche da boutade incredibili come gli 82 milioni di emendamenti presentati dai leghisti.

I forzisti sdegnati hanno abbandonato dunque l’aula, quella stessa aula in cui avevano acclamato il ritorno di Napolitano, come unica garanzia per la realizzazione di queste necessarie riforme. Una contraddizione che fa il paio con quella del “patto del nazareno”, prima sancito e poi tradito.

Una riforma positiva, che snellisce i processi legislativi e di procedura del parlamento, che garantisce una maggiore e migliore tempestica nel realizzare leggi e/o nel modificarle, riducendo i passaggi e permettendo cosi anche al nostro paese di mettersi in linea con tutte le più efficienti democrazie europee. L’Italia era, infatti, l’ultimo paese ad aver conservato la forma bicamerale perfetta.

Una riforma osteggiata dalla Lega e dai Grillini, che sostenevano fossero altre le priorità degli italiani. Questo conferma che anche il populismo puo’ avere una base ipocrita. Come spiegare tanto ostruzionismo per una riforma che non costituisce una priorità? La realtà è che questa riforma con quella elettorale sono le priorità. Nei decenni scorsi la mancata soluzione del bicameralismo perfetto e la sussistenza del “porcellum” erano state le causa generatrici della paralisi italiana, paralisi che aveva allontanato gli italiani dalla politica e che aveva favorito un sottobosco di malaffare con tutti i suo perversi e ripetuti effetti corruttivi.

Tuttavia, Napolitano nel suo intervento sollecitava anche di rimettere mano al neonato Italicum, per dare risposta ad un sistema politico italiano che sembra non poter fare a meno di essere multipartitico, rimettendo magari in gioco anche la possibilità del voto con le preferenze.

Sinceramente, su quest’ultimo punto mantengo la convinzione che votare i candidati alimenti quelle forme di clientelismo che hanno caratterizzato tutto il lungo periodo della prima repubblica. Sul tema del premio di coalizione si puo’ immaginare che il dibattito riprenderà con più vigore di prima. Personalmente ritengo sarebbe un errore puntare sul premio di coalizione che, come l’esperienza della seconda repubblica dimostra, non ha dato buoni frutti, con governi sovente messi sotto scacco da partiti di minoranza e con un sostanziale blocco di veti e controveti ad ogni riforma. La realtà è che la politica, uscita dalla sua stagione ideologica (prima repubblica) deve guardare a forme di partiti che siano capaci, come l’attuale PD in Italia o come nelle esperienze democratiche ad esempio inglesi o americane, a contenere nel loro interno più anime, riuscendo cosi a semplificare, senza superficializzare, la proposta politica. Nei Labour inglesi convivono anime blairiane con altre che si richiamano ad esperienze socialiste e finanche ecologiste. Egualmente in Francia dove tra i socialisti vi sono Valls ma anche l’Aubry.

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Maria Elena Boschi

La speranza è di arrivare veramente, se non ad una forma di bipartitismo, ad un parlamento che abbia pochi ma rappresentativi partiti. Ha senso che a destra ci siano una miriade di sigle che spesso si sovrappongono senza alcuna concreta differenziazione? Negli elettori è chiara la differenza tra Fratelli d’Italia, Alleanza Nazionale (esiste ancora), Lega Nord e Forza Italia? Si capisce la netta differenza al centro tra NCD e quel microcosmo di partitini e rappresentanze parlamentari nate dai tormenti dei montiani e di quello che fu l’UDC? Quale scopo puo’ avere l’anacronistico SEL se non solo quello di mera testimonianza politica, “storica” di una sinistra che non esiste più? non sarebbe meglio confluire nel PD come una corrente più “rossa”?

Ed è giusto che seggano in parlamento partitini che possono solo avere la funzione di cercare di bloccare l’idea di una democrazia che sia capace di scegliere e decidere? Occorrerebbe riportare la politica alla sua genuina forma di partecipazione, di lasciar perdere quella triste idea che si è affermata nella seconda repubblica, che la politica possa essere un bussiness, un modo per fare affari, si deve tornare ad una politica ispirata dall’idea di un servire al bene comune, mettendo da parte furbizie e tentativi di fare di questa uno strumento di “lavoro” per arricchirsi.

Almeno dalla seconda repubblica ad oggi fare un partito è stato un modo per entrare in affari, magari in contatto con circoli affaristici entrare nell’alveo delle decisioni economiche, servendo non tesserati o simpatizzanti, ma caste e lobby spesso spregiudicate nei loro interessi. Un partito che è imprea. Tutto questo deve cessare e ridurne il numero puo’ essere utile anche in questo senso.

La riduzione dei parlamentari, il senato che scende a cento rappresentanti, privati dei lucrosi benefit fin qui previsti, è anche una risposta, sia pure simbolica, a chi chiede una politica più morigerata, meno costosa.

La riforma poteva essere migliore? Certamente, ma si è andati nel segno di quella maggiore responsabilizzazione delle regioni, senza rinunciare alla possibilità per gli elettori di scegliersi i candidati, che poi saranno confermati dai Consigli regionali. Si è detto un po’ retoricamente che le Regioni sono oggi al centro del malaffare, spesso sotto l’osservazione della magistratura, ma questo appunto non è costruttivo. Se le Regioni fossero sole destinate all’illecito, alla malapolitica, allora andrebbero sopresse, ma nessuno chiede seriamente questo e pertanto, questa riflessione non è che l’ennesima dimostrazione populista di forze incapaci di costruire una seria proposta politica.

L’Italia è uno stato relativamente giovane e che si propone con le sue diverse culture regionali, un organo quindi che pone al centro le regioni, come il nuovo senato, puo’ risultare uno strumento in sintonia con la complessità storica del nostro paese.

Si crea cosi un rapporto con le istituzioni europee, che lega le regioni al futuro inevitabilmente europeista del Paese, cosi da creare sempre nuove sinergie. Sia pure in trenta giorni il senato potrà proporre miglioramenti alle leggi proposte dalla Camera, parteciperà all’elezione del Presidente della repubblica, certamente cessa l’estenuante ping pong tra i due rami del parlamento spesso foriero di estenuanti ed inconcluenti dibattiti, atti solo a paralizzare l’attività legislativa e di riforma.

La consolidata maggioranza, grazie alla ritrovata intesa interna al PD, dovrebbe garantire un tranquillo passaggio parlamentare fino all’approvazione definitiva, dopodiché la parola passera agli elettori che voteranno per l’eventuale conferma, probabilmente nel prossimo ottobre.

Molti sostengono, ed io stesso lo credo, che sarebbe stato meglio l’abolizione tout court del senato, ed era l’idea iniziale di Renzi, ma pragmaticamente era possibile? Con questa classe politica era possibile? Temo di no. Il governo, con realismo, ha fatto con quel che aveva la migliore delle riforme.

Il risultato è in ogni caso, una svolta storica, che segna anche la fine di quell’eccesso di garantismo, necessario all’indomani dell’uscita del Paese dalla dittatura fascista, ma che oggi francamente appariva anacronistica e superata. Vale insistere pertanto, su quell’unicum che costituiva il modello italiano rispetto all’evoluzione istituzionale dei parlamenti europei.

L’opposizione avrebbe potuto avere un profilo più costruttivo cercando di migliorare alcuni aspetti perfettibili della riforma, viceversa, miopemente, ha guardato e male al presente e non al futuro del paese. Puntando ad una lotta senza quartiere a Renzi e al suo governo, cercando di acquisire effimeri vantaggi anche sull’onda di talk show politici che sembrano aver perso ogni idea d’informazione chiara ed obbiettiva alla ricerca solo di spettacolo. Una forma comunicativa che, finita la seconda repubblica, appare un fuor d’opera, un’insulsa e ripetitiva messinscena che negli anni d’oro del berlusconismo aveva un qualche senso ma che oggi appare lontano dalla realta delle cose.

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Matteo Renzi

E cosi si è parlato pochissimo di cosa propongono queste riforme e moltissimo dei gesti osceni che si sono scambiati in parlamento e in particolare al senato, al sensazionalismo dei milioni di emendamenti, si è badato ad alzare continuamente i toni magari per non dire nulla di concreto e purtroppo su questa sintonia si è collegata gran parte dell’informazione televisiva e su carta.

Per non parlare poi, della rete che sempre più appare un luogo sregolato, dove si fa poca informazione, assistendo attoniti, a tifoserie che in un mondo senza più ideologie, fanno battaglie ideologiche. Un controsenso, che si spiega solo con le anomalie di un paese che ancora deve liberarsi di certe schizofrenie politiche alimentate da scarsa cultura e da tanto populismo.

C’è da scommettere che i toni, in prossimità del referendum confermativo, si accenderanno oltremodo, che le forze politiche deluse e frustrate, dagli stessi propri errori, alimenteranno ogni contestazione ed eccesso, ma confido che alla fine gli italiani li sorprenderanno, ancora una volta, dimostrandosi più maturi di tanta parte dei politici.

Nicola Guarino

Nelle immagini i tre protagonisti di questa riforma storica.


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