Altritaliani
Il mensile di Altritaliani nel Centenario della Grande Guerra

La grande guerra di Aldo Spallicci: Versi in dialetto e diario.

giovedì 17 settembre 2015 di Luca D’Onghia

1914-2014. Raccontare la Grande Guerra. Medico, politico, poeta ed etnografo, il forlivese Aldo Spallicci (1886-1973) fu acceso interventista e prese parte alla prima guerra mondiale combattendo per quasi quattro anni in prima linea: del conflitto ha dato un’intensa rappresentazione poetica con la silloge in dialetto romagnolo “E’ canon drì da la seva” (1926), ma ne ha anche fornito un notevole resoconto in prima persona affidato al diario, pubblicato per intero solo qualche anno fa.

Quando parte volontario per il fronte nel maggio del 1915 con il grado di sottotenente medico, Aldo Spallicci ha già alle spalle una serie di esperienze politiche cospicue: mazziniano convinto, dopo la laurea si è unito a Ricciotti Garibaldi e ha combattuto a Drisko (dicembre 1912); allo scoppio della prima guerra mondiale si è schierato tra gli interventisti e ha fondato a Forlì un “Fascio intervenzionista”; nella Romagna percorsa da violente contrapposizioni di partito e da forti tendenze tribunizie ha allacciato tra l’altro, da repubblicano fervente, uno stretto rapporto d’amicizia con Benito Mussolini, primo recensore del suo libro d’esordio, la raccolta di bozzetti poetici dialettali Rumâgna (1909).

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Il tenente medico Aldo Spallicci sul fronte di Podgora durante la prima guerra mondiale (1916

L’incrollabile patriottismo repubblicano (fermo ma a tratti paternalista), il fortissimo senso del dovere e il legame profondo con la propria terra d’origine improntano tutta l’esperienza bellica di Spallicci, di stanza per lo più sul Carso: dal maggio 1915 all’aprile 1916 nell’11° reggimento di fanteria di fronte al Monte Calvario (o Podgora); dall’aprile al dicembre 1916 all’Ospedale da Campo 236 a Crauglio (Udine); dal gennaio 1917 all’agosto 1918 nel 31° gruppo bombarde di nuovo sul Carso (dove è travolto dalla disfatta di Caporetto, che lo costringe a ripiegare sul Piave). Sino al febbraio 1919 fa poi parte del 207° reggimento di fanteria, e viene congedato nel settembre 1919 con il grado di capitano e tre croci di guerra.

A partire dal 1921, Spallicci è tra i membri più autorevoli dell’Associazione Nazionale Combattenti e mantiene buoni rapporti con Mussolini; ma le sue speranze che l’ascesa del fascismo possa portare a un rovesciamento della monarchia vengono definitivamente frustrate dopo la marcia su Roma. Nel giugno del 1923, in occasione di una manifestazione per i reduci (la «Sagra delle bandiere»), Spallicci apostrofa pubblicamente il Duce biasimando con fermezza le violenze squadriste in Romagna, e conclude il suo discorso con la celebre uscita: «Si stava meglio sul Podgora, mi sono spiegato?». Mussolini risponde, salutandolo: «Anche troppo». Il legame tra i due è definitivamente compromesso e le perplessità di Spallicci sul fascismo, forti fin da principio, si sono ormai tramutate in aperta sfiducia.

Ma l’antica amicizia, un certo rispetto per il combattente pluridecorato e forse anche un minimo imbarazzo impediscono a Mussolini di agire immediatamente contro Spallicci, che viene tuttavia costretto, nel 1926, ad abbandonare Forlì e a trasferirsi con la famiglia a Milano, dove conduce una vita povera ma decorosa esercitando la professione medica (seppure sotto il costante controllo di varie spie, che s’insinuano perfino tra i suoi clienti).
Nell’aprile 1941 è condannato al confino a Mercogliano (revocato a fine agosto per provvedimento personale del Duce); nel giugno 1943 viene arrestato in Romagna (dove nel frattempo si è spostato per sfuggire ai bombardamenti) e condotto prima nel carcere milanese dell’OVRA e poi a San Vittore; dopo il 25 luglio 1943 torna in Romagna, dove partecipa attivamente alla Resistenza, sfuggendo nel marzo 1944 a un agguato fascista.

Eletto membro dell’Assemblea Costituente, Spallicci diviene infine senatore nelle file del Partito Repubblicano per due legislature (1948-1958): durante questo decennio s’impegna attivamente nella ricostruzione sanitaria del paese (contribuisce a fondare il Ministero della Sanità nelle vesti di alto commissario aggiunto per l’igiene la sanità pubblica); e dedica molte energie a un disegno di legge destinato a conferire autonomia regionale all’amatissima Romagna.

Anche un resoconto asciutto come questo restituisce bene l’eccezionale spessore della figura di Spallicci, che non solo fu combattente, medico (nonché valente storico della medicina), antifascista, partigiano e politico, ma anche si dedicò con notevoli risultati alla poesia in dialetto e alla ricerca etnografica: della prima attività sono testimonianza una serie di raccolte che si distribuiscono lungo un sessantennio abbondante (dal 1909 della già ricordata Rumâgna al 1971 di Pampna), e che restano ancora in attesa di appropriate cure filologiche ed editoriali, oltre che di una meditata annessione al canone della maggiore letteratura novecentesca in dialetto; della passione profusa nell’indagine etnografica fa fede invece, tra l’altro, una rivista gloriosa e tutt’ora operante, fondata con altri da Spallicci nel 1920 e intitolata «La Piê» (‘La Piadina’: sospesa dalle autorità fasciste nel 1933, riprese le pubblicazioni nel 1946).

Ma torniamo all’esperienza della prima guerra mondiale, che dopo aver fatto capolino in varie poesie sparse (tra le quali la celebre canta di trincea intitolata proprio La Piê ) trova compiuta espressione con la silloge E’ canon drì da la seva (‘Il cannone dietro la siepe’), pannello centrale di una raccolta più ampia intitolata La Madunê e uscita da Mondadori nel 1926 (la madunê è l’offerta alla Madonna che soprattutto la gente del contado deponeva sui gradini dell’altare maggiore, in genere sotto forma di primizie). Fin dal titolo, la silloge bellica oppone la guerra e i suoi devastanti strumenti (il cannone) alla natura magnifica e paziente che ne sopporta gli effetti con regale impassibilità (la siepe); ma nel titolo è probabilmente racchiusa anche un’allusione alla poesia di Pascoli (modello fondamentale per Spallicci) e a uno dei suoi miti prediletti, quello della siepe: se in Pascoli essa simboleggia un’esistenza e una poesia gelose della propria separatezza, la siepe ha però perduto ogni potere difensivo e demarcante nel mondo descritto da Spallicci, dove a delimitare gli spazi provvedono tutt’al più le trincee e il filo spinato.

La descrizione commossa della natura torturata è senza dubbio la dominante tematica di E’ canon drì da la seva: proprio lo sguardo – pietoso ma preciso – rivolto ad alberi, animali e paesaggi consente a Spallicci di sperimentare un precoce e potente ‘pascolismo bellico’, svolto in dialetto e calato in forme metriche rigorosamente chiuse (30 dei 31 componimenti della silloge sono sonetti; fa eccezione solo il penultimo pezzo, intitolato A un terituriêl de’ Carso e costituito da otto quartine di endecasillabi con rime ABAB). Soprattutto per questa ragione, ma non solo per questa, E’ canon drì da la seva occupa una posizione del tutto particolare nel quadro della poesia ‘provocata’ dalla Grande Guerra , e meriterebbe dunque senza dubbio uno studio ravvicinato e una nuova edizione adeguatamente attrezzata anche dal punto di vista storico-linguistico.

A questo rilevante tema naturalistico sono dedicati due dei tre sonetti proposti nell’antologia che segue: Caval ’d Frisia illustra il martirio e la quasi innaturale resistenza in vita di un pioppo maestoso, selvaggiamente abbattuto per farne cavalli di Frisia (l’argomento lega la poesia di Spallicci a La quercia caduta di Pascoli, ma lo connette forse ancor più strettamente a testi come La speranza di Gozzano e La piobba de cà Colonnetta di Tessa); in Lëca rossa è offerta invece un’immagine spettrale del Carso, battuto da piogge torrenziali e sommerso da una fanghiglia sinistramente simile al sangue dei caduti.

Nella silloge s’incontrano tuttavia anche poesie connesse alla cronaca di trincea, e spesso legate alle vicende dei soldati romagnoli, spesso eroici e caratterizzati da un esemplare spirito di sacrificio (così per esempio in La Rumagna int e’ Calvêri, che si legge sotto): così, tra gli altri, si trovano testi dedicati alle madri romagnole in angoscia (Se vdess e’ mi burdël... ‘Se incontraste il mio ragazzo...’) o ancora al primo eroe ufficiale del conflitto, il romagnolo Decio Raggi (con il sonetto eponimo).

Com’è del tutto naturale, una simile dimensione cronachistica prevale largamente nel diario di guerra, pure aperto – in perfetta continuità con le poesie – anche all’osservazione della natura. Le annotazioni del diario, in genere brevi, colpiscono il lettore soprattutto per la scrittura rapida o rapidissima, nella quale temi anche molto lontani tra loro si succedono velocemente l’uno all’altro, lasciando talvolta spazio alla più distesa rievocazione di qualche episodio che avesse particolarmente impressionato Spallicci.

A documentazione di questa varietà e, credo, anche del notevole interesse del testo, si sono scelti sotto quattro brani riferibili alle date 29 maggio 1915, 9 luglio 1915 (brano punteggiato di evidenti pascolismi, nel quale compare vivo per l’ultima volta davanti a Spallicci Renato Serra), 29 maggio 1917 (dove colpisce anche un certo gusto per la mimesi linguistica, rilevabile anche altrove) e 27 ottobre 1917 (qui si coglie, come in tante altre pagine del genere, lo sbigottimento successivo alla tragedia di Caporetto).

Luca D’Onghia
Ricercatore di Linguistica italiana
Scuola Normale Superiore di Pisa

*****

ANTOLOGIA

I. Poesie [cito dalla silloge del 1975, con qualche ritocco a diacritici e punteggiatura]

(p. 405) CAVAL ’D FRISIA

L’era la piopa ariêla de’ stradon,
ch’la s’ ciapeva dal volt pr’un campanil:
e adëss a forza ’d manares e ’d sgon
la j è dvintêda un cavalett da fil,
che fora in tott i virs, coma un barlon
ad spen cativ ch’u n’s’n’adà piò se abril
e va a scussêr al ram pr’avrir un pton,
ch’u n’conoss pió maz, quant ch’u s’ rispira e’ zil.
Mo a’ t’ho cattê a cavall d’un foss, un dè,
cun la to vësta ’d guëra un pö riznìda
tra l’erba ch’la j aveva ciapê pè,
cun du ramet ch’j avneva so icsè ardì
e al tu foi freschi, coma pampna ’d vida,
da e’ tu vëcc bdêl ch’u n’era bon ’d murì.

Traduzione: Era il pioppo regale dello stradone, / che delle volte si scambiava con un campanile: / e adesso a forza di mannarino e di segone / è diventato un cavalletto da filo spinato [un cavallo di Frisia], / che fora da tutte le parti, come una forcata / di spini che non si accorge più se aprile / va a scuotere i rami per aprire un bocciolo, / che non conosce più maggio, quando si respira il cielo. / Ma ti ho trovato a cavallo di un fosso, un giorno, / con la tua veste di guerra un po’ arrugginita / in mezzo all’erba che aveva attecchito, / con due rametti che venivano su così arditi / e le tue foglie fresche, come pampino di vite, / dal tuo vecchio tronco che non era capace di morire.

(p. 408) LËCA ROSSA

Lëca rossa ch’la pêr insangunêda,
lëca sguegna ch’la pêr zindron ’d bughê:
int e’ caminament la s’è piantêda,
ch’u i vö ch’u ’l sa e’ Signor a caminê.
E int al man e int i penn la m’ s’è tachêda,
che s’a m’ guêrda m’ faz schiv sol da par me,
ch’a n’ so pió un om, mo una gulpê insacchêda
’d sta lëca ch’la j è pez d’una s-ciuptê.
Lëca impastêda cun e’ sangv d’i murt,
lëca biastmêda da e’ dulor di viv,
lëca ch’la j è e’ linzöl dla mêla sörta,
ch’la j è int e’ mont e’ linzöl dla mörta,
linzöl dla mörta tott atorna ai viv,
linzöl dla mörta tott atorna ai murt.

Traduzione: Fanghiglia rossa che pare insanguinata, / fanghiglia viscida che pare cenerone da bucato / si è piantata nei camminamenti, / che sa il Signore quel che ci vuole a camminare. / E mi si è attaccata alle mani e ai panni, / che se mi guardo mi faccio schifo da solo, / che non sono più un uomo, ma un fagotto insaccato / da questa fanghiglia che è peggio di una schioppettata. / Fanghiglia impastata con il sangue dei morti, / fanghiglia bestemmiata dal dolore dei vivi, / fanghiglia che è il lenzuolo della mala sorte, / che è tra i monti il lenzuolo rosso della morte, / lenzuolo della morte tutt’attorno ai vivi, / lenzuolo della morte tutt’attorno ai morti.

(p. 402) LA RUMAGNA INT E’ CALVÊRI

A’ ’l diren nùn a quii ch’i ’n ’e cardeva,
a chi c’dgeva: «A’ si’ sempr’ in cagna in râgna
tra al vostar legh; i vecc sè ch’i marceva,
mo adëss j è tott vigliëcch nenca in Rumâgna.
A’ si’ sol bun ’d rugê drì da la seva:
“Viva la Franza” – dis – “Viva la Spagna!”
coma i vost cuntaden quant ch’i staseva
sota i prit – “Me m’n’infott, basta ch’a’ magna”».
A’ i dirèn: «O burdell, stasì mo bun,
ciapè de e’ Pass dla Morta a e’ mont Calvêri,
da e’ Vallon dl’Aqua in só, zirè cun nun
tott i caminament dai longh ai curt,
fasì d’un cant a cl’êt tott al trinceri,
e cavev e’ capël ’d davanti ai murt!»

Traduzione: Lo diremo noi a quelli che non ci credevano, / a chi diceva: «Siete sempre in lite / con i vostri partiti; i vecchi sì che marciavano, / ma adesso sono tutti vigliacchi anche in Romagna. / Siete solo capaci di sbraitare da dietro la siepe: / “Viva la Francia” – dice – “Viva la Spagna!” / – come i vostri contadini quando stavano / sotto i preti – “Io me ne fotto, basta che mangi”». / Gli diremo: «O ragazzi, state un po’ buoni, / prendete la strada dal Passo della Morte al monte Calvario, / dal Vallone dell’Acqua in su, girate con noi / per tutti i camminamenti, da quelli lunghi a quelli corti, / percorrete da una parte all’altra tutte le trincee, / e toglietevi il cappello davanti ai morti!»

*

II. Diario [cito dall’edizione di Persegati, con qualche ritocco a diacritici e punteggiatura]

(p. 21) [Borgnano,] 29 maggio [1915]. Ancora fermi. Dicono, che noi si debba agire come perno di una conversione che avverrebbe alla nostra ala sinistra. Si andrà a Gorizia presto, dicono. Intanto sembra si faccia una vita di guarnigione. La mensa ufficiali, che ieri era stata portata a Villa Orba, è ritornata alla casa del Comando. Che pietà fan quelle povere donne vestite a nero, accoccolate attorno al gran focolare! Ci guardano mangiare e si capisce che ci vedrebbero volentieri lontano di qui le mille miglia.
Iersera, al cascinale ove abbiamo posto il luogo d’ambulanze del mio battaglione, il vecchio colono ci parlava del ’66 e dell’attacco italiano fatto qui in paese, e degli italiani diceva “i lori, i sui” e non “i nostri”. Ah, questa gente non ci è troppo amica. Le donne parlano volentieri coi soldati ma poi fuggono quando sul crocicchio compare la nera figura del prete. Chissà che propaganda di odio contro di noi! Dalle colline che ci sovrastano dicono che stanotte han fatto segnali luminosi al nemico.
I nostri perlustrano.
Notte. I lampi che illuminano un cielo buio laggiù verso Trieste e tuoni che rombano anche qui. Ci han raccomandato di tenerci pronti con le barelle e coi lumi, perché stanotte ci sarà bisogno di noi. Ecco le prime gocciole, la tenda risuona come un ombrello aperto. Come farà l’usignolo qui nella boscaglia del fossato a coprire il nido, lui così piccolo? Ha cinque rosignoletti che sono tutta bocca. Li hanno scoperti i miei infermiei. Ho raccomandato di non disturbarli.

(p. 38) [Podgora,] 9 luglio [1915]. Iersera il cielo era pieno di lampi; artiglierie del cielo e della terra. Baleni e bocche fiammee di cannoni. Una stella accesa d’un tratto tra le alte costellazioni, il rombo e il sibilo della granata. Si attende con ansia lo schianto fragoroso che talvolta non avviene. Il proiettile s’infila nella terra molle e se ne ode il colpo sordo. Domani a guerra finita la marra incosciente del bifolco rimenando le zolle farà scoppiare questi strumenti d’inferno. Vecchi ruderi della guerra con in seno rannicchiata la morte. Lassù sulla quota 240 faranno una miniera di ferro. Le nostre artiglierie han bruciato il bosco e arato profondo la terra. Il colle è sconvolto. Stanotte durante il cambio delle compagnie ho rivisto Serra: – Niente di nuovo. – Tutto bene – mi ha risposto.

(pp. 110-111) [Gradisca,] 29 maggio [1917]. La pioggia m’aveva fatto ricoverare in un posto di guardia d’un ospedaletto di Romans. Dai gradini della scaletta mi son goduto una conversazione fiorita tra due palermitani:
– Ah, se la Russia teneva duro questa sai era l’azioni di la paci.
– Perfetto – rispondeva l’altro.
– Invece adesso la Francia si fermò, e l’Idàllia fa massacrare tutta la gioventù.
– Poi, vene Luigi Cadorna e ti suspende tutte le licienzie per la Sicilia.
– Eh! Perché ci è stato qualche disertore quello ci punisce a tutti, ma che razza di giustizia è questa? Va a finire che se passa un altr’anno e la licienzia non vene vedarai che tutti li sigeliani fanna una grossa fissaria.
– Perfetto...
– E intanto ci sono li studenti che gridano a Roma e a Milano “voliamo la guerra”. Per la Madonna, se cumandassi io li farei fucilare quattro alla volta e farei un battaglione e tutti in prima linea...
– ... e di vedetta sempre...
– Sti schifi, imboscadazzi! Quanti ce n’è a Palermo! E questo... si finse cieco, e l’altro pezzo di malacarne si finse sordo...
– ... fanno schifìu.
A questo punto una voce, tra uno sbadiglio e l’altro, ha interloquito:
– Non ci sono ancora le mosche quest’anno? – Le vocali sguaiate m’ha rivelato un conterraneo.
– Sono andate alla guerra anche loro – ha risposto uno dei siciliani.
– Ci sono tanti cadaveri lassù che trovan da mangiare meglio là che qua – ha soggiunto l’altro.
– Io dico, piuttosto, che, ciò, non venirà miga il culera...!
– Ci amancherebbe anca quello!
– Mo me mi hano fato tante di quelle punture che ormai sono gonfo come un rospo.
– Puro a me me dole tutte parte del corpo.
– Se vòi guarire va’ da quella ragazza là della “speranza”, ti stoghii su quele tette e vedarai che ti passa...
Sono entrato, l’ultimo che parlava era di Mezzano di Ravenna. Le vocali m’avevano messo sull’avviso e la cruda paganità me l’aveva confermato.

(p. 135) Gradisca, 27 ottobre [1917]. Scampato alla prigionia tra raffiche di grossi calibri. Son volato in un camminamento profondissimo e via. Alla dolina Camminamento due morti recenti. Breve sosta col maggiore e avanti a correre l’alea della vita. Ed ora la terribile verità: la Patria invasa, il Carso insanguinato si lascia al nemico. Roba da impazzire. A Caporetto han sfondato e sono giù su S. Piero al Natisone. Gradisca è piena di soldati ubriachi che incendiano prima di fuggire. I civili han già fatto bagaglio. Saltano i depositi delle munizioni.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE (in ordine cronologico)

- Aldo Spallicci, Tutte le poesie in volgare di Romagna, Milano, Garzanti, 1975, due volumi
- Aldo Spallicci, Poesie e cante in volgare di Romagna, a c. di Dino Pieri e di Maria Assunta Biondi, Rimini, Maggioli, 1992
- Aldo Spallicci. Studi e testimonianze, Bologna, La Fotocromo Emiliana, 1992
- Nicola Persegati, La Grande Guerra di Spaldo. Il diario di guerra di Aldo Spallicci medico, repubblicano e poeta di Romagna, Udine, Gaspari, 2008
- Pierluigi Moressa, A vegh par la mi strê. Vita di Aldo Spallicci, Bologna, Persiani, 2013

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LETTERATURA ITALIANA E GRANDE GUERRA - LINK UTILI:

- 1914-2014 Raccontare la Grande Guerra: la voce degli scrittori. Articolo introduttivo a firma di Giovanni Capecchi e Fulvio Senardi.

- Altri contributi, altre voci di scrittori di questo Mensile Altritaliani.net nel Centenario della Prima Guerra Mondiale


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