Altritaliani

I profughi. Un totem per nascondere i nostri mali.

mercoledì 29 luglio 2015 di Emanuela De Siati

L’altro giorno chiacchieravo con una mia vicina di casa che chiamerò Maria. Dopo un po’ mi racconta che era giunta in Italia dalla Libia col barcone dopo varie peripezie. Mi ha raccontato della povertà della sua famiglia, della sua sorellina che piangeva disperata quando è partita e non ha mangiato più per la tristezza. Fa le pulizie a chiamata e manda i soldi alla famiglia. “Sono l’unica fonte di reddito per tutti”, mi ha detto. Le ho domandato: ”Hai avuto paura sul barcone?” e Lei: “Sai, quando sei povero chiudi gli occhi e fai di tutto”.

Mi sentivo in imbarazzo e dispiaciuta. Mi sono ricordata quando da piccola si parlava dei poveri come di una comunità a parte, isolata chissà in quale lembo di costa del mio paese. I poveri e tutti i sensi di colpa che avrei dovuto provare da brava cristiana nei loro confronti, colpe fin dalla nascita. “Finisci la pasta. Lo sai che ci sono bambini che non hanno niente da mangiare?”.

Penso che la strumentalizzazione di questa larga categoria la subii da piccola fino all’età adulta, mai come adesso che c’è la crisi e che siamo tutti un poco più poveri e che questa parola viene utilizzata dai politici per far impennare il consenso insieme a ‘profughi’, ‘rifugiati’, ‘immigrati’, ‘clandestini’. Quante parole e quanta confusione, insieme a “papa comunista”, ma perché il papa dovrebbe essere fascista casomai? La divisione dei pesci che risulta una divisione quasi fantomatica e impossibile, alla fine riesce, pure il pane si moltiplica. Tutti riescono a mangiare nonostante la sfiducia e l’incredulità degli apostoli presenti al miracolo.

Gesù comunista! Il cattolicesimo parla chiaro, non lascia molto spazio a fraintendimenti e per chi avesse una coscienza basta un piccolo senso dell’umanità a farci riflettere. In questi giorni in cui si fa tanto casino per i profughi e quant’altro mi viene in mente la mia nonna pugliese, una cattolica a tutti gli effetti. Chi andava a trovarla sa! Di nascosto a mio padre, che protestava inutilmente, mia nonna faceva entrare a casa persone povere e zingari.

Mi capitava di scendere al piano di sotto, guardare nel suo appartamento e trovare donne che davano da mangiare ai bambini, mia nonna che riscaldava il latte, dava pane. Ecco, mia nonna, so per certo che avesse una piccola pensione e non comprava niente per sé. Quando le dicevo: “Nonna andiamo a comprare qualcosa da mettere?”, mi rispondeva:” Perché dare dei soldi ai negozi?”. Ecco, pensandola, a tutti i problemi che ci facciamo ad accogliere qualche centinaio di persone in tutta Europa, penso alla cucina piena di zingare e bambini di mia nonna, i pentolini di latte sulla piccola cucina a gas, le proteste di mio padre, (mai ascoltate). La risposta incazzata di mia nonna:” Siamo cristiani!”.

Penso che se fosse stato per lei il capitalismo sarebbe scomparso in meno di mezza giornata e che almeno un centinaio di profughi avrebbe potuto trovare un posto sicuro nella sua cucina. Guardo il quartiere in cui abito, palazzine con centinaia di famiglie. Un quartiere popolare come tanti. Tante persone diverse che s’incrociano ogni giorno senza guardarsi in faccia. Tante famiglie musulmane, italiane, di tutte le nazionalità, tante storie.

Penso a Maria nella sua casa e ai suoi ricordi, alla sua vita attuale, alle sue pulizie nelle case di questa città, alla sua solitudine che mi ha raccontato:” Sai, anche noi musulmani una volta venuti qui non siamo più una comunità. Diciamo a parole di aiutarci, ma quando abbiamo davvero bisogno siamo soli”.

Sono questi i valori occidentali? Non costituire una comunità? Non aiutarsi? Chiudere porte, portoni, case, frontiere? Ci lamentiamo della solitudine. Le persone anziane morte in casa nelle grandi città vengono ritrovate dopo mesi. Cosa dobbiamo difendere? Cosa c’entra la nostra povertà con l’aiutare qualcun altro? Se le nostre leggi sono ingiuste per noi stessi, se l’economia non va perché le banche hanno gestito ogni cosa, perché il capitalismo ha distrutto il pianeta, cosa c’entrano i profughi? Il conducente del pullman milanese si è lamentato della puzza dei profughi.

Perché non protestiamo anche per la puzza delle città? Per l’inquinamento che ci ammazza, per le polveri sottili, per il cibo spazzatura? Perché non pensiamo come priorità le lamentele per il lavoro che non c’è, per l’istruzione che non è gratuita, per la sanità che non funziona più? Cosa c’entrano i profughi? Siamo cresciuti pensando che quello che abbiamo ci sia dovuto, perché siamo bianchi, occidentali, siamo i padroni.

Andiamo negli altri paesi a prendere materie prime, scatenare guerre; inquiniamo il pianeta, diventiamo ecologisti e vegetariani e combattiamo contro le uccisioni delle foche tra popolazioni che sopravvivono solo grazie a quello, ma continuiamo a mangiare maiali nel nostro paese perché la nostra cultura è sopra le altre.

Continuiamo a utilizzare le automobili anche per fare una passeggiata e ad usare tutto quello che c’è di utilizzabile. Vegani con fuoristrada e case grandissime, supermercati con le stesse marche da anni, le solite trasmissioni in tv, università sempre più inaccessibili, visite mediche indispensabili ormai a pagamento e mi domando cosa cavolo c’entrino i profughi.

Emanuela De Siati


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