Altritaliani

La crisi greca e il governo dell’Europa. Il gioco in cui tutti perdono.

giovedì 2 luglio 2015 di Emidio Diodato

La decisione di sottoporre a referendum popolare l’esito dei negoziati sul debito greco ha aperto due fronti. Da una parte c’è chi difende la scelta. Il governo greco ha avuto un mandato molto chiaro nelle ultime elezioni del 25 gennaio, ossia mantenere la Grecia nell’euro superando le politiche di austerità.

Di fronte all’esito deludente dei negoziati e alla conseguente decisione di dover accettare l’austerità per rimanere nell’euro, il governo ha ritenuto opportuno rivolgersi direttamente ai cittadini. Le forze politiche che appoggiano il governo detengono la maggioranza assoluta in Parlamento ma non rappresentano la maggioranza effettiva degli elettori.

Quindi, non solo il governo non aveva un mandato a chiudere negativamente i negoziati, ma neppure poteva assumersi la responsabilità di prendere una decisione in nome dell’intero paese. Dall’altra parte c’è chi contesta la scelta del referendum. Il governo stava negoziando su due tavoli, quello esterno con gli altri governi europei e quello interno con le forze politiche di maggioranza ed opposizione.

La tempistica con cui ha deciso, senza informare i giocatori del primo tavolo, di risolvere la partita interna, misurando le forze in gioco con il voto popolare, è irresponsabile e scorretta. Irresponsabile perché rischia di compromettere i risultati, pur deludenti, già ottenuti al tavolo europeo. Scorretta perché non tiene conto che anche i giocatori europei hanno i propri tavoli interni, si pensi all’intransigenza di alcune forze che appoggiano il governo tedesco o al timore di quello spagnolo sul rischio che l’esempio greco contagi l’imminente campagna elettorale.

Dietro questi due fronti è possibile scorgere le sempre chiassose file di fuoco che accompagnano il dibattito ideologico. Dietro il primo fronte c’è chi vede nella crisi greca un banco di prova del crollo del capitalismo e, per converso, esalta le virtù democratiche del popolo sovrano. Dietro il secondo fronte c’è chi tratta il tema del debito pubblico come se si trattasse di un debito privato da risolvere sotto gli aspetti tecnici e finanziari.

Ciò che unisce queste opposte file di fuoco è considerare l’economia come un tutto che include o sottomette la politica. Un cecchino del primo tipo dirà che al referendum occorre astenersi, perché le forze capitaliste tenderanno a piegare il sì o il no per riaprire i negoziati, mentre l’obiettivo è far saltare tutti i tavoli affinché il popolo sovrano si riappropri del suo futuro. Magari affidandosi a qualche profeta che lo guidi verso l’eden post-capitalista. Un cecchino del secondo tipo dirà che con il referendum non si decide alcunché, perché l’accordo di negoziato è già scaduto con la mezzanotte di fine giugno e nessun notaio lo ratificherebbe. Un diverso centro decisionale, o consiglio di amministrazione, dovrebbe difendere la legalità turbo-capitalista nel rispetto dei pagamenti.

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Mario Draghi

Se si riuscisse a mettere a tacere, almeno per un po’, le chiassose file di fuoco, emergerebbe con maggiore chiarezza il nodo politico che la crisi greca e il referendum, giusto o sbagliato nei tempi, pongono all’Europa. Il governo dell’Unione e, nello specifico, quello della moneta unica, si svolge costantemente su due tavoli. Il politologo Robert Putnam parlava di un two-levels game, ossia di un gioco nel quale i margini di manovra interni ed esterni si sovrappongono. I responsabili di governo parlano con i loro omologhi europei dicendo che hanno le mani legate, che non possono accettare certe proposte perché ne pagherebbero le conseguenze all’interno delle loro coalizioni di governo.

Quegli stessi responsabili di governo parlano con gli esponenti delle forze politiche delle coalizioni interne dicendo la stessa cosa, ossia che hanno le mani legate perché l’Europa lo impone. In qualsiasi accordo internazionale funziona così e i negoziati si chiudono positivamente solo quando i margini di manovra interno ed esterno consentono di individuare uno spazio o punto di accordo. Altrimenti i negoziati saltano e si chiudono negativamente.

Funziona così anche per gli accordi europei, piaccia o meno, e ciò sia per norma che per prassi. Ma in Europa c’è l’Unione europea e il governo del Consiglio europeo a cui partecipa la Commissione europea. Se un accordo europeo fallisce non è colpa dell’intransigenza di un paese, dell’irresponsabilità di un altro, o dei timori di un altro ancora. La colpa del gioco in cui tutti perdono è di chi dovrebbe porre la politica e il governo dell’Unione sopra la sfera economica, che comunisti e liberali continuano a difendere nelle sua (im-)monda purezza.

Emidio Diodato
Professore associato di Politica internazionale
Università per stranieri di Perugia.


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