Altritaliani

Leopardi e l’eterna polemica

mercoledì 15 aprile 2015 di Carmelina Sicari

Leopardi, il pessimismo, la vita, la morte. Poeta nichilista o della gioia? L’eterna disputa si riaccende all’indomani della uscita nelle sale italiane ed estere del nuovo film di Martone “Il giovane favoloso” dedicato al poeta di Recanati.

Non è senza significato che quando si parla di Leopardi possano nascere polemiche sul senso della sua poesia e sulla centralità o meno delle patrie lettere o tout court delle lettere in genere della sua poesia.

Dipende dal fatto che Leopardi come Dante è un poeta filosofo, il cui sistema di pensiero però riguarda più il futuro che l’età a lui contemporanea e quando i poeti, tanto più i poeti filosofi, preludono al futuro tanto più sono invisi e incompresi dai contemporanei.

L’orizzonte d’attesa è molto vasto e prima che raggiunga pienamente tutti i possibili lettori, occorre del tempo.
La condizione di poeta filosofo di Leopardi è ormai accertata dalla critica più recente e non si tratta soltanto della meditazione sulla morte, bensi’ anche dell’utopia in essa inclusa, dell’orizzonte di infinito che si apre nel culmine di una matrice culturale materialistica, del tema della gioia che non può risalire esclusivamente ai provenzali o al dolce stile.

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Mi sia consentito di citare un piccolo saggio da me composto sul tema dell’idillio come utopia e che cito, non per narcisismo, per indicare la complessità di un autore che non tollera letture riduzionistiche.

Che il film a lui dedicato, esprima tale complessità è azzardato dirlo, che il film si rivolga soprattutto alle lettere francesi non basta perchè già Sainte-Beuve, quasi contemporaneo del grande poeta, indicava in lui temi non riducibili ad un semplice e vago pessimismo.

Io stessa ho sperimentato la polemica che nasce da tale complessità; quando ho provato a sostenere che Leopardi non era poeta del pessimismo ma della gioia, del sabato che prelude alla festa e mi sono trovata attorno voci sconvolte e scandalizzate.

Il problema è che mentre non tutti, per quanto riguarda Dante, si sentono esperti dell’aldilà, sul tema del dolore e della morte tutti si sentono di poter esprimere la loro.

Non calcolano la doppia faccia come quella di Giano bifronte che dolore e morte comprendono giacché sono simultanei appunto alla gioia ed alla vita.

Il terribile monito del coro dei morti in Federico Ruysch e le sue mummie, che ricorda come un momento sublime, quello appunto della morte, non lo si può relegare semplicemente nel pessimismo e cosi’ l’altro del cantico del gallo silvestre dove si annuncia un sonno benefico da cui nessuna forza può trarci, sono non l’esaltazione soltanto della morte ma l’invasione nella vita di un mistero profondo come il sonno da cui non dobbiamo curarci ma a cui dobbiamo abbandonarci.

Sul virgineo seno della morte possiamo dormire e ciò non è un pensiero nichilista, ma un correttivo ad un eccessivo vitalismo.
In altri termini, il grande poeta della luna, dei deserti su cui il volto pallido di lei risplende è agli antipodi di D’Annunzio.
Leopardi comprende la grandezza della vita proprio nel momento in cui sembra esaltare la morte e comprende la bellezza della gioia, nel culmine del dolore.

Carmelina Sicari


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