Altritaliani

200 anni da Waterloo. Perchè resiste il mito napoleonico.

lunedì 16 marzo 2015 di Carmelina Sicari

Fu vera gloria quella di Napoleone? Certamente fu il costruttore dell’idea di un’Italia moderna e colui che forse per primo immagino’ una Europa unita. La ricorrenza del bicentenario della battaglia di Waterloo, il 18 giugno 2015, ha già dato e darà luogo a varie manifestazioni e sarà certamente occasione per ripensare al nostro paese, all’Europa e al mondo alle prese con il complesso rebus di questo nuovo millennio.

Se c’è stato un mito che ho coltivato a lungo è stato quello di Napoleone di cui ora esce una nuova biografia. Forse la più illustre biografia è quella del 1953 di Lefebvre della Laterza.

Ma per tornare al discorso del mito, esso ha resistito anche quando in Belgio, ed ero ancora adolescente, gli organizzatori di un viaggio di istruzione, decisero di condurci a Waterloo. C’era solo e, fu una delusione, un gigantesco cartellone a fumetti che rappresentava per linee sommarie la battaglia forse più celebre della storia moderna.

Ma il mito resistette. Certo perchè Napoleone fu il modello incontrastato della gioventù dell’epoca, quello per cui a Waterloo appunto la sua guardia s’immolò alla lettera, quello che i giovanissimi generali creati tali sul campo, Desaix, Kellermann, imitavano.

Nei sonetti del Ça ira, Carducci definisce folgore questa gioventù e Manzoni chiama folgorante l’azione napoleonica. Il mito resistette. Era così simile al mondo greco, ai caduti delle Termopili, alla concezione della gloria greca ed a quella dell’ira foscoliana.
Nel quadro celebre di David il cavallo del condottiero springa verso l’alto.
Il mito è lì.

Ma è anche in Stendhal che forse costruisce non solo la sua biografia ma proprio il mito attraverso la gioventù che nel periodo postnapoleonico si ritrova orfana, sperduta, incapace di immaginare e costruire un futuro.

Le biografie più importanti, quella di Antonio Spinosa, apparsa presso Mondadori nel 2004 e quella in copia anastatica del 1899 apparsa presso il Fanfulla della domenica e ristampata da Ludwig nel 2011, riportano mille notizie ma non lo stupore che si riversa intero con tutto il mistero insito nel personaggio nel 5 maggio di Manzoni.

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Napoleone e Alessandro Manzoni : quest’ultimo scrisse l’ode “Il cinque maggio” in occasione della morte dell’imperatore francese

Lo stupore nasce dalla fulmineità dell’azione, dalla rapidità del mutamento e soprattutto dal fatto che egli impose silenzio e dominì due secoli l’uno contro l’altro armato. La biografia di Napoleone in tal modo diviene in Manzoni in modo sorprendente piu’ incisiva e rispondente di tutte le altre.
A parte l’interrogativo: Fu vera gloria? che consente al poeta la teoria della volontà divina, la rapidità delle vicende, dalle Alpi alle Piramidi, è di una grandissima efficacia e nello stesso tempo Manzoni dà ragione del mito.
La sparizione di cotanto raggio viene misurata dallo stupore, dall’ammirazione, dallo sgomento che la sua sparizione suscita: Muta la terra al nunzio sta. Immobile è la salma di Napoleone ma più immobile appare la terra.

Insieme a Manzoni, Stendhal ci offre la più compiuta biografia del condottiero rappresentando nei suoi romanzi gli effetti sulla gioventù della sua sparizione. La delusione storica si traduce in un oscuramento del futuro.
La gioventù napoleonica aveva conosciuto il sentimento della gloria ed ora questo si è spento. Stendhal è l’impareggiabile pittore dell’atmosfera postuma e quindi dell’entusiasmo della vita, che prima Napoleone aveva suscitato.

Ma Napoleone, ed è questo il segreto della sua duratura fama, aveva un progetto unitario. Voleva riunire l’Europa.
Il paragone con Alessandro Magno sta non solo nella rapidità e grandiosità delle conquiste nello spazio geografico della sua azione ma anche nell’identico progetto unitario.
Napoleone ponendo i suoi familiari nei vari troni europei intendeva perseguire il sogno dell’unità contrastato da ben undici coalizioni così come Alessandro Magno intendeva fare tra Europa ed Asia.

Unità dell’Europa di cui tanto si parla era il progetto più ampio, organizzato da un figlio della rivoluzione e ostacolato da separatisti che interpretavano il tema della nazione.
Un progetto troppo all’avanguardia rispetto ai tempi e al loro spirito, ma sempre generoso che ancora ci stupisce per la sua ampiezza.

Carmelina Sicari


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