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Cinema

Il francese Tavernier Leone d’oro alla carriera a Venezia 2015

martedì 10 marzo 2015 di Maria Cristina Nascosi Sandri

Su proposta del Direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ancora in carica, Alberto Barbera, con decisione presa dal Cda della Biennale presieduto da Paolo Baratta è stato comunicato oggi il nome del Leone d’oro alla carriera della 72° edizione dell’evento che si terrà al Lido dal 2 al 12 settembre 2015. Si tratta del regista francese Bertrand Tavernier, uno dei migliori del secolo scorso – potremmo dire, storicizzando la sua grande arte – in Europa.

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Bertrand Tavernier, gennaio 2015 in Serbia Milos CVELE Cvetkovic/SIPA

La sua classe è a tutto tondo, nella migliore cine-tradizione del vecchio continente: scrittore, figlio d’arte – anche il padre René era scrittore – inizia, come il nostro Michelangelo Antonioni, come Luchino Visconti, come critico.

Collabora giovanissimo, negli anni ’60, come quelli della Nouvelle Vague che l’han preceduto di alcuni anni – Truffaut, Chabrol, Rohmer - con diverse fondamentali riviste: i meravigliosi “Cahiers du Cinéma”, “Positif”, “Cinéma”, “Présence du Cinéma”.

Come loro è innamorato della cinematografia americana: nel 1970 pubblica con Jean-Pierre Coursadon 30 anni di cinema americano (Omnibus). Quest’opera, attualizzata e riedita nel 1995 con il titolo 50 anni di cinema americano, è considerata da molti cinéphiles la bibbia francese sull’argomento. Lui stesso appassionato cinefilo, negli anni ’60 è uno dei primi a intervistare e ad analizzare il lavoro di grandi registi americani come John Ford, John Huston e Raoul Walsh e a far scoprire in Francia cineasti come Delmer Daves, André De Toth e Budd Boetticher (dei quali programma i film nel suo cineclub “Nickle Odeon”). Partecipa inoltre, insieme, fra gli altri a Martin Scorsese, alla riscoperta dell’opera del regista Michael Powell, uno dei maggior esponenti del cinema britannico, spesso autore a quattro mani con Pressburger.

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L’horloger de Saint-Paul, con Philippe Noiret

Debutta al cinema come assistente di Jean-Pierre Melville, esperienza che rievocherà nel documentario Nel nome di Melville (2008) di Olivier Bohler. Nel 1973 gira nella Lione della sua infanzia il suo primo lungometraggio, L’orologiaio di Saint-Paul, tratto da un romanzo di Georges Simenon, il ‘papà’ di Maigret. Questo noir dall’accento sociale, che ottiene il premio Louis Delluc e l’Orso d’argento al Festival di Berlino, sancisce l’incontro con il grandissimo ed indimenticato Philippe Noiret, il suo attore-feticcio.

Ma la grandezza di Tavernier è solo agli inizi: ben presto sperimenta, poco a poco e frequenta, tutti i generi cinematografici, spesso in commistione: da Che la festa cominci…, del 1975, per il quale ottiene il César per la miglior regia e sceneggiatura, ad opere contemporanee (Una settimana di vacanza, 1980), con una predilezione per gli argomenti sociali: gira nel 1976 Il giudice e l’assassino, riflessione sulle istituzioni e sui loro eccessi repressivi (sempre con Noiret ed un inatteso Michel Galabru, presentato alla Mostra di Venezia nella sezione Proposte di nuovi film), e poi nel 1980 La morte in diretta, splendida analisi antesignana della disumanizzazione dei mass-media, una delle ultime apparizioni di Romy Schneider, film con cui viene consacrato il successo internazionale del regista.

Se La passion Béatrice (Quarto comandamento, 1987) ha per sfondo la Guerra dei cent’anni, sono invece i conflitti più contemporanei a essere poi al centro dell’opera del regista: la prima Guerra mondiale in La vita e nient’altro (1989, con Noiret, premiato con il BAFTA) e poi in Capitan Conan (1996); la Guerra d’Algeria nel documentario La guerre sans nom (1992); l’occupazione nazista in Lassez-passer (2002), che lo vede anche interrogarsi sul suo mestiere di cineasta. Con una vena più intimista gira Una domenica in campagna (1984), Premio per la regia a Cannes, e Daddy Nostalgie (1990), due film teneri e pudici sui rapporti filiali, tema a lui caro fin dall’opera d’esordio.

Negli anni ’90 Tavernier, continua ad ascoltare la società dipingendo con realismo il mondo della droga nel poliziesco Legge 627 (1992), presentato a France Cinéma lo stesso anno, quello degli insegnanti in Ricomincia da oggi (1999). Riceve quindi l’Orso d’oro a Berlino per L’esca (1995), messaggio allarmante sulla violenza di una gioventù disorientata.
Lavora spesso anche in famiglia: particolarmente vicino alle questioni che toccano la sua professione (difesa dell’eccezione culturale, contrasto alla censura), è impegnato anche su altri fronti come testimonia il documentario sull’integrazione razziale De l’autre côté du périph (1997) firmato con il figlio Nils. Con la figlia Tiffany (scrittrice e sceneggiatrice) scrive invece Holy Lola (2004), esplorazione dell’universo dell’adozione in Cambogia, ma anche, per la prima volta nella sua opera, ritratto sensibile di una coppia d’oggi. E’ in una Louisiana devastata dall’uragano Katrina che Tavernier gira poi In the Electric Mist – L’occhio del ciclone (2009) adattamento di un “noir” di James Lee Burke con Tommy Lee Jones. Presenta poi in concorso a Cannes La princesse de Montpensier (2010), sguardo nel cuore degli intrighi d’amore e di potere nella Francia del XVI secolo.

Con la commedia Quay d’Orsay (2013), premiata per la sceneggiatura al Festival di San Sebastian, si cimenta con la politica francese, affidando a Thierry Lhermitte il compito d’interpretare un ministro degli esteri fortemente ispirato a Dominique de Villepin.

Vari successi lo han portato, negli anni, a Venezia: Tavernier è stato due volte in Concorso alla Mostra, nel 1986 con Round Midnight – A mezzanotte circa (che ottenne l’Oscar per la colonna sonora e la nomination per il protagonista, il sassofonista statunitense Dexter Gordon). Nel 1984 ha ottenuto il Premio per la miglior regia al Festival di Cannes per Una domenica in campagna. Ha vinto in tutto quattro premi César (l’Oscar francese).

Ed ora, il Leone d’oro alla carriera…

Maria Cristina Nascosi Sandri


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