Altritaliani
Letteratura italiana. Il mensile di Altritaliani nel Centenario della Prima Guerra Mondiale

Carlo Stuparich, Cose e ombre di uno scrittore soldato nella Grande Guerra.

martedì 3 marzo 2015 di Fulvio Senardi

1914-2014. Raccontare la Grande Guerra. Carlo Stuparich, scrittore triestino, appassionato di letteratura, fu volontario irredento durante la Grande Guerra. Scelse di combattere contro l’Austria insieme al fratello Giani e l’amico Scipio Slataper. Pagò questa sua scelta con la vita. Scomparse prematuramente all’età di 22 anni. Nel 1919, Giani raccolse i brevi scritti lasciati dal giovane fratello e li pubblicò in quella che resta la sua unica ma importantissima opera, “Cose e ombre di uno”. Presentazione di Fulvio Senardi (Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione).

Volontario nel primo conflitto mondiale, insieme al fratello Giani e a molti altri giuliani, Carlo si diede la morte sul monte Cengio il 30 maggio 1916 per non cadere vivo nelle mani degli austriaci, che lo avrebbero condannato alla forca in quanto traditore dell’Impero. Ricevette, nel 1918, la medaglia d’oro al Valor Militare.

JPEG - 22.5 Kb
Carlo Stuparich

Era un giovane intellettuale, nato nel 1894, assolutamente emblematico di una generazione triestina nutritasi, a cavallo di due mondi e di due epoche, di ideali di giustizia e libertà, e decisa a sacrificare la vita per quel futuro che molti di essi intravedevano in un’Europa rimodellata sul profilo dell’utopia mazziniana e del programma federalista dell’austro-marxismo (con riferimento, ovviamente, alle discussioni ed alle conclusione del Congresso di Brno del 1899 ed alle riflessioni di Otto Bauer e di Karl Renner).

Ma non è solo l’emblematicità ideologico-culturale a rendere interessante la breve vita di Carlo: nelle lettere giunte fino a noi, le lettere fiorentine e le missive dal fronte che vanno a formare una sorta di coinvolgente diario di guerra, scopriamo un’anima grande, che si confronta con i temi filosofici e morali più pressanti del momento, che scruta incessantemente dentro di sé con un occhio dove un attardato romanticismo (quel romanticismo di cui Saba e Giani Stuparich hanno accreditato la città adriatica fino a tutto il primo Novecento) si intreccia ad una verve ironica rara in un uomo così giovane. Un’analisi di se stesso e della realtà («esame di esistenza» soleva dire Carlo) condotta senza pose e senza finzioni perché motivata da un assoluto bisogno di verità.

Su quest’orizzonte spirituale e caratteriale la maturazione dell’uomo porta all’individuazione di una missione di vita, animata dall’esigenza di «essere qualche fede», non di affermarla soltanto, come scrive Carlo da Firenze il I° febbraio 1914. Da qui l’avvicinamento, in un primo tempo, alla filosofia di Croce, sentito però assai presto, all’unisono con tanti coetanei (penso a Slataper, Serra, e ad infiniti altri), troppo freddo e distante dal cuore magmatico della vita. «Abbiamo la tendenza a sfaldarci in tanti piani: piano dell’arte pura, piano della vita pratica sociale, piano della morale artistica, piano della morale utilitaria», così ? una pagina di diario del 20 ottobre 1913, con chiara allusione ai «distinti» crociani. Antidoto allo sfaldamento? «Un nodo centrale», capace di «neutralizzare le forze di disgregazione» che dominano un’epoca che ha smarrito, perdendo la «fede religiosa», «la forza centripetale ordinatrice». Ne discende, per chi si sentiva nel petto un’anima ridotta a frammenti (lo spiega nel modo più pittoresco una lettera di Carlo del 17.II.1914) e voleva ricomporla in un crogiolo di appassionate idealità, la grande forza di attrazione esercita da Gentile.

JPEG - 21.4 Kb
Carlo Stuparich con la madre Gisella

Il percorso da Croce a Gentile si snoda comunque in Carlo coinvolgendo scelte di vita, oltre che atteggiamenti di pensiero, e portandolo ad allargare il diapason delle frequentazioni culturali e delle prospettive esistenziali. Ben prima di approdare, nella scia di Giani, alla redazione della «Voce», per Carlo Stuparich cultura è vita, e vita è cultura: pensiero e azione che stringono mazzinianamente un nodo indissolubile e vitale. Carlo aveva maturato queste posizioni lungo direttrici di ricerca etico-intellettuali inauguratesi con la scoperta di De Sanctis, «il mio maestro». «Nella storia della letteratura italiana», racconta, «ho fatto la storia dell’anima mia […] La storia della letteratura italiana è la mia storia, ma mi mancano i capitoli su Dante e l’uomo nuovo risorto» (Diario, 28.X.1913). Quei capitoli, e un’idea dell’«uomo nuovo risorto», li troverà, come si anticipava, nel messaggio di Mazzini, il definitivo approdo di un’anima inquieta a cui, a ventidue anni soltanto, la morte prematura avrebbe negato ogni domani. Pochi mesi prima della morte scrive, vinte quelle «oppressioni» e «rabbuiamenti» (17.IX.1915) che turbavano i suoi giorni (ma chi non li avrebbe provati a ridosso della prima linea, dove, per seguire un ideale si era andati per offrirsi alla morte?): «di Mazzini leggo in questi giorni I doveri dell’uomo: ‘posso errare ma non di cuore’, ‘posso ingannarmi non ingannare’, ‘perché vi parlo io dei vostri doveri prima di parlarvi dei vostri diritti?’» (14.III.1916).

JPEG - 13.9 Kb
I due fratelli Giani e Carlo

I doveri, appunto. Nulla ci ha lasciato Carlo di assolutamente esplicito sul complessivo progetto storico che perseguiva con la sua scelta radicale. Ma alla luce di solidissimi indizi, primo fra tutti la straordinaria consentaneità intellettuale e morale con il fratello e con la madre («Giani, mi devi essere così fratello: io ti aspetto con impazienza per unirmi più strettamente a te», scrive da Trieste nel giugno del 1912, ma testimonianze più vicine agli anni di guerra ci giungono dagli scritti di Giani: Colloqui con mio fratello e Guerra del ’15), è ovvio ipotizzare che la grande utopia per la quale Carlo si è sacrificato fosse, come si è suggerito, quella mazziniana di popoli liberi e concordi, cooperanti per un’Europa di progresso e di pace.

Scoppiata la guerra, terribile colpo di coda, avrebbe scritto Giani, dell’Austria dell’Imperatore contro l’Austria dei popoli, non restava che assumersi le proprie responsabilità operando una coraggiosa scelta di campo. «Mamma mia, perdonami», scrive Carlo nel dolcissimo e straziante Testamento redatto nell’estate del 1915, quasi a implorare perdono per quell’atto di coerenza che lo aveva obbligato a imbracciare il fucile sotto bandiera sabauda e gli avrebbe per sempre impedito di riabbracciare la madre, il padre e la sorella: «con grande passione di dolore, son qui nella violenza di questa guerra; ma pensa che dovevo; dovevo anche in riguardo tuo, perché la tua carne è nobile e non vile».

Con assoluta rispondenza a queste scelte e secondo quanto gli dettava il carattere generoso e riflessivo, nel duplice diario di guerra (una prima parte registra i giorni trascorsi sul fronte carsico, una seconda parte quelli vissuti da ufficiale sulle montagne venete) non c’è traccia di insofferenza verso i disagi di trincea, di cui scrive con una vena di ironia (la pioggia, il freddo, il fango) né alcuna incrinatura delle motivazioni. La guerra va fatta, e con fermezza virile; guerra che è certo realtà terribile, ma senza che il giovane ufficiale-scrittore indulga mai a descriverne gli orrori, quasi a voler rassicurare gli interlocutori, la famiglia in prima luogo, che riceveva le sue lettere attraverso la Svizzera. Vestire la divisa italiana è per il giovane irredente orgoglio ed onore, com’è l’orgoglio il sentimento che prevale quando parla dei propri soldati, della loro tenacia, resistenza alla fatica e perché no, sempre risorgente allegria meridionale. Sarà “viva l’Italia” l’ultima parola del Testamento, religiosamente raccolto e tramandato dal fratello Giani: grido d’amore di un uomo che era certo di servire l’Umanità combattendo per il proprio Paese.

ANTOLOGIA

Roma, 1 giugno 1915

Cari C…

Scusatemi che non vi scrissi nulla da quando partiste da Firenze: furono tempi che non che dimenticare gli altri, si dimenticava anche noi stessi. Ora io sono a Roma arruolato nel primo reggimento granatieri con Giani e un amico triestino, Scipio Slataper; domani facilissimamente si parte verso i nostri paesi, e quindi credo che non avrò più tempo di scrivervi. Forse ci rivedremo a Trieste o chi sa che altro ha da accadere. Bei tempi del resto noi si vive; pensate alcuni anni fa quanto tutto si trascinava per la solita via; adesso è epoca di dovere e di sacrifizi e l’uomo può liberarsi dal suo egoismo abitudinario, adesso si vive un po’ più per gli altri.

***

Schio, 9 novembre 1915

Carissimi fratelli,

Vostra mamma mi mandò la fotografia di voi due bersaglieri, veramente bellissima. Anche a Giani piacque. Dunque chi qua chi là, tutti siamo soldati italiani.

Qualche volta mi pare impossibile e mi sento commosso e esaltato; finalmente fra la nostra gente; e quei soldati che nella storia del risorgimento studiata o letta ci facevano provare come una specie di nostalgia e di tenerezza, ora li abbiamo vicini e attorno a noi. Vi ricordate quando da Trieste si facevano gite in terra redenta, quella sentinella italiana al confine subito dopo la giallo nera, che cosa era per noi?

Se pensate a ciò è impossibile che vi troviate isolati.

Anch’io ho dei momenti un po’ tristi ma passano presto quando mi sento fra i miei soldati grigioverdi, allegri e ingegnosi. Tutti i più neri pensieri e gli sconforti e le depressioni sparivano quando marciavo per le sconosciute vie di Monfalcone verso gli avamposti del Carso, stringevo superbamente la cinghia del nostro magnifico ’91, e lo zaino invece di pesarmi mi faceva più solido e più contento. Dobbiamo ringraziare il nostro destino. A quest’ora dove si potrebbe essere? Anche a questo se pensate non potete fare a meno di chiamarvi felici. Anche la morte italiana non è la stessa in ogni modo. C’è una morte italiana e ci sono altre morti. Ma soltanto quella può e deve essere la nostra.

Scrissi alla vostra mamma che volevo dirvi qualcosa riguardo il vostro nuovo compito. Ora non avete soltanto da ubbidire, ma anche da comandare. Questo è più difficile e c’è più responsabilità. Se volete diventare capiplotone di guerra, bisogna che vi prepariate bene e lentamente. L’atto decisivo dovete farlo soltanto quando vi sentite proprio sicuri di voi stessi. E allora sarà bene per voi e per l’utile della patria.

L’inverno dovrà per forza portare una certa stasi nella nostra guerra. Approfittatene. E’ un po’ di riposo voi che non avete avuto l’allenamento degli altri soldati regolari, vi rinfrancherà. In primavera non ci sarà tempo da perdere.

State allegri e sani e ricordatevi talvolta di me.

***

Lenzuolo Bianco*, 2 marzo 1916 (*località nei pressi di Oslavia, a pochi chilometri da Gorizia)

Cara Signora
(scrive a Dolores Prezzolini, nota di Giani Stuparich)

JPEG - 17 Kb
Carlo Stuparich

Spero che il caporale dei granatieri a cui consegno la lettera gliela trasmetterà fedelmente. Dopo quell’ora di sole che le raccontavo nell’ultima cartolina è ricontinuata la pioggia pesa, il fango in ogni spazio. Si fa questa vita: il mattino si dormicchia a quarti d’ora, la notte si lavora senza tregua per 12 ore. Io sono tormentatore e tormentato. Se gli occhi hanno bisogno di chiudersi bisogna pungersi e bastonarsi, pungere e scuotere. Ah questi uomini! Muti e sospirano, ma le braccia si muovono, il corpo si agita nel lavoro, e la notte fra gli scoppiettii dei fucili delle vedette austriache e il sibilare di pallottole sperse si sente il continuo lavoro dei nostri attrezzi. Tutto ciò che manca si sostituisce con tutto ciò che si trova. Sono come i muli, con la testa bassa e senza voce. Il settore ove opera il nostro reggimento comprende la fronte che dal Sabotino va circa sino a Oslavia. Poco più a destra c’è il Podgora dove è morto Scipio (ndr Slataper): da certi punti lo vediamo benissimo. Il terreno è in gran parte fertile. Con le piogge s’è convertito in un fangaio enorme. Ci si entra fino al ginocchio. Le buche fatte dalle granate sono bagni inaspettati e maledetti. I paesi col sole dovrebbero essere magnifici.

I rifornimenti, tutto il movimento (cambio d’avamposti, rancio, ecc.) avviene di notte. Le notti sono di pece. Si figuri tre quattro cinque colonne che vanno per la stessa strada in sensi diversi. I riflessori battono molto e qualcosa danno di luce. Gli austriaci lanciano molti razzi luminosi. Sparano tutta la notte, colpiscono a casaccio parecchi dei nostri lavoratori. L’artiglieria brontola più di giorno. Ma se appena appena si ha il sentore di un attacco nemico, ecco l’inferno. Da tutte e due le parti.

Mase la nostra resistenza sarà com’è ora, diciamo pure con commozione e orgoglio: ça ira.

Cara signora, anche se sono fradicio non voglio marcire e non sento di marcire.

Se alla fine troveremo d’esserci ingannati, se l’Italia non riceverà per quello che ha dato, non ci rammaricheremo, né ci pentiremo, né sorrideremo d’aver voluta la guerra, né degli uomini che l’hanno attuata.

Mi ricordi e baci i bimbi per me.

***

Lenzuolo Bianco*, 7 marzo 1916 (*località nei pressi di Oslavia, a pochi chilometri da Gorizia, nota del curatore)

Caro Guido,

Perdonami, non potevo scrivere, ero fradicio, ancora ho i nervi bagnati. Dobbiamo lavorare di notte. Il giorno è un dormiveglia.

Dobbiamo metter ordine nel caos del fango, trattenere con rivestimenti di legno di pietra di ferro il franare del fango. Questi granatieri muti sospirano, ma le braccia il corpo si agitano nel lavoro anche se l’acqua bestemmiata ammollisce le ossa e fa dell’uomo un impasto di stoffa di cuoio e di carne. Ma se domani hanno due ore di riposo asciutto cantano bevono ridono godono. Quanta resistenza.

Basta che questa duri così sempre e noi possiam dire ça ira. Io sto bene. Ho riveduto Giani, anche lui bene. E serenissimi contro tutto questo buio ostinato. Io prendo molto chinino, ottimo rimedio.

***

Bigliana, 18 marzo 1916

[A Guido]

Dormo in una bella cameretta rosso-oro con Giani. Quando vi si entra si sente un caro odor di campagna e di salute. L’aria mi ricorda proprio le nostre antiche tranquille villeggiature, la casa rustica e familiare.

Giani è stato a cercare la tomba di Scipio. L’ha trovata ben distinta. Forse ti racconterà lui stesso di più.

Magnifica Francia! Orgoglio d’esser latini(*).
Finora ho fatto la campagna d’estate e quella invernale.

Vedremo cosa sarà la guerra in primavera.

(*I francesi stavano sostenendo con successo l’urto tedesco a Verdun, nota del curatore)

***

Altipiano d’Asiago, 27 maggio 1916 (muore due giorni dopo)

Cara Anita,

Su questo triste e pittoresco altipiano dove si contrasta la violenza siamo d’avamposti; mi sento solitario nella mia umida grotta e ho bisogno di comunicare e di ricordare. Ricordo il mare specialmente e quando in questa prima estate si andava in cerca di campagna.

[…]

Piove da due giorni e è difficile trovare l’asciutto e il riparo sotto cui scrivere. Una stretta di mano dal tuo.

Fulvio Senardi

BIBLIOGRAFIA

Carlo Stuparich, Cose e ombre di uno (1919), Caltanissetta – Roma, Sciascia editore, nuova (III) edizione, 1968.

*

LINK DA NON PERDERE:

- Letteratura italiana. 1914-2014 Raccontare la Grande Guerra: la voce degli scrittori. Articolo introduttivo a firma di Giovanni Capecchi e Fulvio Senardi.

- Altri contributi, altre voci di scrittori di questo Mensile Altritaliani.net nel Centenario della Prima Guerra Mondiale


Home | Contatti | Mappa del sito | | Statistiche del sito | Visitatori : 1910 / 4066940

Monitorare l’attività del sito it  Monitorare l’attività del sito ARCHIVIO  Monitorare l’attività del sito I precedenti mensili  Monitorare l’attività del sito Archivio - 1914-2014 Raccontare la Grande Guerra  Monitorare l’attività del sito 1914-2014 Raccontare la Grande Guerra: la voce degli (...)   ?

Sito realizzato con SPIP 3.0.21 + AHUNTSIC

-->