Altritaliani
Poesia italiana contemporanea

Gabriella Sica, poetessa e saggista, in Missione Poesia.

domenica 15 febbraio 2015 di Cinzia Demi

Un’autrice che riesce, in modo mirabile e unico, a renderci una rielaborazione originale, autonoma, moderna e personalissima di quella “poesia onesta” sempre tesa alla ricerca del vero, attenta alla sacralità della parola, che diventa la sua stessa poesia e che si pone ulteriormente in un’ottica di ascolto e di rispetto dei grandi autori classici e contemporanei. Parleremo, in questo articolo, di due raccolte di Gabriella Sica: “Poesie Familiari” e “Le lacrime delle cose”, dopo aver accennato al libro – forse il più importante della sua produzione – “Emily e le altre”.

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Gabriella Sica

Nata a Viterbo vive a Roma dall’età di dieci anni, dove ha compiuto i suoi studi e dove insegna letteratura italiana all’università “La Sapienza”. Inizia a pubblicare i suoi testi poetici sulla rivista «Prato pagano» nel 1980 e su l’«Almanacco dello specchio» nel 1983. Nel 1986 pubblica il suo primo libro di poesie, dal titolo "La famosa vita", che vince il Premio di Poesia Brutium-Tropea. Escono poi nel 1992 "Vicolo del Bologna", nel 1997 "Poesie bambine", nel 2001 "Poesie familiari" (Fazi Editore, che vince il Premio Internazionale di Poesia Camaiore ed è finalista vincitore al Premio Frascati di Poesia e al Premio Metauro. Nel 2009 pubblica il suo ultimo libro di poesia, "Le lacrime delle cose", vincitore del Premio Nazionale Alghero Donna di Letteratura e Giornalismo per la sezione poesia nel 2010, del Premio Garessio-Ricci, finalista vincitore al Premio Internazionale Dessì e al Premio Lucia Rodacanachi-Arenzano. A partire dagli anni ’80 inizia a svolgere un’intensa e generosa attività nell’ambito della poesia contemporanea, aggregando attorno alla rivista «Prato pagano», che dirigerà dal 1980 al 1987, molti poeti della cosiddetta "generazione dell’80" (detta anche della "parola ritrovata"). Lei stessa racconta, nell’introduzione a un libro di Flavia Giacomozzi, Campo di battaglia. Poeti a Roma negli anni ottanta (antologia di «Prato pagano» e «Braci»), come in quegli anni ci sia stata «una postura morale acquisita dai poeti giovani, l’aggiunta di un supplemento di interiorità che rappresentò un modo per ristabilire l’autenticità e la credibilità del fare poesia». Ha curato un convegno nel 1993 con poeti e critici i cui interventi sono stati raccolti a cura sua e di Maria Ida Gaeta ne La parola ritrovata. Ultime tendenze della poesia italiana ( Marsilio, 1995) e scritto un insolito libro sulla metrica come risorsa tecnica e umana della poesia Scrivere in versi. Metrica e poesia (Pratiche1996; nuova edizione aggiornata e ampliata, il Saggiatore 2003 ora 2011, con l’aggiunta di una muova Lettera sulla poesia).
Ha inoltre ideato e realizzato per la Rai, con la regia di Gianni Barcelloni, alla fine degli anni Novanta, sei video sui grandi poeti del Novecento (Ungaretti, Montale, Pasolini, Saba, Penna, Caproni), i cui primi tre sono stati pubblicati in videocassetta da Einaudi (2000 e 2001). Nel 2000 ha scritto e letto alla Radio "C’erano i contadini", testo che alterna commenti d’autore alle voci popolari della Tuscia di cui è originaria.

Il suo ultimo libro, “Emily e le Altre, con 56 poesie di Emily Dickinson”, uscito nel 2010, ha avuto riconoscimenti di critica e di pubblico.

Le poesie di Gabriella Sica, apprezzate fin dall’inizio dalla Morante, da Bertolucci e da Raboni, sono state tradotte in francese, inglese, rumeno e, in particolare, in spagnolo (in alcune antologie di poesia italiana e con il volume "No sentirás el ruisenor que llora", nella traduzione di Mercedes Arriaga). Nel settembre del 2014 Gabriella Sica ha ricevuto a Lerici il Premio Internazionale per l’opera poetica del LericiPea, con Agi Mishol (israeliana) e Amel Moussa (tunisina): tre donne di diverse sponde per la "Poesia, grande madre del Mediterraneo".

***

Conosco Gabriella Sica da sempre, relativamente alla sua produzione poetica, da circa un anno e mezzo, invece, personalmente. Ci siamo scritte e telefonate varie volte in questo ultimo periodo: prima perché l’ho scelta quale prefatrice del mio ultimo libro “Ero Maddalena” (Puntoacapo, 2013) e lei generosamente ha accettato; poi per condividere momenti legati a eventi letterari, presentazioni, commenti sulla poesia e sul mondo editoriale. Ci siamo incontrate a Roma e l’aspetto a Bologna per partecipare all’appuntamento di febbraio, al ciclo di incontri culturali che organizzo presso il Grand Hotel Majestic.

E’ una donna dolcissima, elegante e raffinata nei modi, nei gesti, nell’incedere: con lei sembra di fare un tuffo nel passato, di ritrovarsi a contatto con una Dickinson, una Negri, un personaggio della Brontë (quest’ultima, del resto, autrice a cui si fa riferimento nel libro di cui parleremo a breve, “Emily e le altre”) o della Austen, tanto la sua personalità, la sua poesia ma anche la sua modalità di rapportarsi con gli altri e di porgere le sue riflessioni, raggiungono apici romantici e familiari al tempo stesso ma, a volte, anche di rottura con l’universo maschile, e spesso di ricostruzione di quei legami di solidarietà fra le reti di donne che hanno dato molto per l’arte e il sociale attraverso le proprie specificità che, nel suo caso, hanno origine nella poesia.
I suoi testi risentono fortemente di autori che non possiamo evitare di citare, oggetto dei suoi studi e dei suoi approfondimenti, effettuati non solo nell’ambito del lavoro che svolge ma, come citato nella biografia, anche tramite la realizzazione di video culturali per la RAI. Pasolini, Caproni, Saba, Penna… tutti autori che filtrano, occhieggiano, si rivelano all’occhio del lettore attento, quali protagonisti del pensiero e del verso della Sica che riesce, in modo mirabile e unico, ad appropriarsene rendendoci una rielaborazione originale, autonoma, contemporanea e personalissima di quella “poesia onesta” sempre tesa alla ricerca del vero, attenta alla sacralità della parola, che diventa la sua stessa poesia e che si pone ulteriormente in un’ottica di rispetto dei grandi autori classici quale Petrarca, Tasso, Leopardi.

Parleremo, in questo articolo, di due raccolte di Gabriella Sica “Poesie Familiari” (Fazi Editore, 2001) e “Le lacrime delle cose” (Moretti&Vitali, 2009), dopo aver accennato al libro – forse il più importante della sua produzione – “Emily e le altre” (Cooper Editore, 2010):

***

Emily e le altre

Emily Dickinson è, insieme a una schiera di altre autrici di cui diremo, la protagonista di questo libro che, uscito nel 2010, è tuttora ricercatissimo, discusso e molto recensito. Un lavoro che contiene in sé elementi poetici, di traduzione, di saggistica, di umanità magistralmente uniti dalla tessitura dell’autrice che ci regala uno spaccato di letteratura femminile finemente, e finalmente, riunita in un pensiero solidale che si rincorre e si alterna, si incontra e si distanzia, riprendendo le trame di un fare poetico in continuo divenire tra religiosità insita nella stessa parola poetica, e modernità che stupisce ancora per la particolare veggenza delle sue narratrici. Gabriella Sica quale parca che tiene le fila dei vari destini, rammenda tessuti letterari e ricama preziosi pizzi di versi, unendo la determinatezza della sua conoscenza, l’ardore del suo carattere, la forza della sua parola per elaborare un manufatto di rara bellezza in una continua dimensione intuitiva e coriacea.

Emily diventa spunto riflessivo e compagna di scrittrici quali: Charlotte e Emily Brontë, Elisabeth Barret Browning, Elizabeth Bishop, Sylvia Plath, Margherita Guidacci, Cristina Campo, Nadia Campana, Amelia Rosselli, a ognuna delle quali viene dedicato un capitolo che inizia con le poesie della Dickinson tradotte dalla stessa Sica, ad eccezione della Plath che viene usata dall’autrice per incursioni che danno ancora più spessore al testo complessivo.
Per le otto poetesse, nove con la Sica, vengono così alternati momenti di vita privata coniugati con momenti di pratica poetica che, nel difficile compito di rispetto dei molteplici ruoli della donna stessa, sono vibranti di amore e sofferenza, di sentimento e lacerazione in un respiro costante, e quasi devozionale, con la consapevolezza di un non ritorno, di un investimento in perdita per l’assenza di potere femminile in campo letterario.

Fortuna per noi tutti che l’investimento, se pure a lungo termine, ha dato invece i suoi frutti grazie ad una poesia che riesce a soffiare nel vento della vita ancora oggi, che riesce ad avere le ali per volare, e grazie anche a lavori come questo della nostra autrice: lavori capaci di farci afferrare il senso universale del loro quotidiano; lavori vibranti di corde poetiche anche nei momenti di resoconti saggistici in prosa; lavori che in quanto trattati di poetica sono capaci di mettere in relazione la dualità tra corpo e mente – attualissima oggi negli studi neuro scientifici -; lavori che mettono in evidenza il “fortino rosa” nel quale queste autrici si muovono per unire le forze e stabilire una resistenza sostenuta, prima di tutto, nei confronti del tempo in cui sono nate, che le vede protagoniste del loro ingegno – senza spesso riconoscerlo – e, secondariamente, del tempo futuro per capire se di loro si conserverà memoria, come è certo avvenuto.

Riportiamo un paio di testi della Dickinson tradotti da Gabriella Sica:

126

Combattere a viso aperto, è da coraggiosi –
Ma di più valorosi, io ne conosco
Che assaltano nel petto
La Cavalleria del Dolore –
Che vincono, e non se ne accorgono le nazioni –
Che cadono – e nessuno li osserva –
Gli occhi morenti, che non un Paese
Guarda con amore patriottico –
Noi confidiamo, che in piumata processione
Gli Angeli li scorteranno –
Schiera dopo Schiera, con passo regolare –
E Uniformi di Neve.

*****

308

Mando Due Tramonti –
Il Giorno e Io – abbiamo fatto una gara –
Io ne ho finiti Due – e molte Stelle –
Mentre lui – ne faceva Uno –
Il suo era più ampio – ma come
Stavo dicendo a un’amica –
Il mio – è più comodo
Da portare in mano –

***

Poesie familiari

Poesie Familiari (Fazi Editore, 2001) è un libro di poesie intime, sì, ma che hanno a che fare con tante tematiche care all’autrice e che riguardano non tanto, o almeno non solo la famiglia e le relazioni familiari ma anche la bellezza, la natura, il passare del tempo, la patria e le radici. Ambientate dunque nel feriale, a rappresentanza di uno dei primi impegni poetici dell’autrice: «Le “Poesie familiari” — ha sottolineato Gabriella Sica — cominciano con quelle dedicate alla terra della mia infanzia, la Tuscia per i boschi e i monti Cimini dove predomina il verde. E si chiudono con le poesie dedicate a Porto Ercole, dove predomina l’azzurro».
Colori di un elemento, la natura, a cui la Sica fa spesso riferimento anche quando afferma, in una recente intervista, che lo scrivere poesia, l’andare a capo del verso sono simili al lavoro nei campi, al rivoltare la terra nei solchi tanto è stretto il legame tra la poetessa e le sue radici, le sue origini legate appunto alla terra, alla campagna. Ma, non solo. Roma – la sua nuova patria dall’età di dieci anni – è comunque presente con tutta la sua forza e la sua bellezza, specie nel testo – di assoluta memoria caproniana, si pensi a Litania, dedicata a Genova - dove il nome della città diventa ossessione anaforica e strumento evocativo forte ed efficace per raccontarla. E sono altresì presenti i pensieri intorno alle dediche agli amici poeti; gli affreschi di una civiltà contadina autentica, legata all’infanzia ma anche ai valori morali e agli affetti più cari; il colloquio costante con le figure maschili: il padre, i figli, il marito-assente.

Il libro, a mio avviso, è paragonabile a una zona coltivabile a vigneti, frutteti, campi di grano e papaveri, erba medica e girasoli, a quanto di più utile, bello, profumato, esista in ambito di coltivazioni terriere… un podere rustico, affittato a mezzadria e diviso col sole, le stagioni e la poesia. Questa è l’immagine che mi accompagna in tutta la lettura dei testi, anche quando Roma imperversa con la sua potente presenza cittadina. Gabriella, a mio avviso, ha voluto principalmente restituirci, con questo lavoro, un quadro vivente della dimensione rurale, legata alla terra e alle radici, elementi che ancorano saldamente la sua stessa poesia alla vita contadina e le donano quell’afflato di verità – anche quando i versi sembrano cinguettare o svolazzare in direzione di cantilene rimate, che proprio nella loro leggerezza si ancorano ancora di più al contesto – che solo un sì fatta realtà può vantare.
Una poesia amica del miglior Pascoli, non tanto quello delle sue Poesie familiari – icone di altre problematiche a detta di molti critici – ma quello a me caro ad esempio del “Gelsomino notturno” dove l’armonia della natura si raccoglie tutta intorno ad una nuova nascita. Ed è nel senso e nel segno di una nuova nascita, di una rinascita che forse è stato concepito il libro: dalla cometa iniziale che ne annuncia una ben grande, alla stella finale che contiene paziente da secoli la vita illuminandola.

Riportiamo qui qualche testo tratto dal libro “Poesie familiari”:

Candida divinatrice
 

 


Ancora una volta seguendo l’umore

una donna etrusca il tempo scrutava

nel timore di scosse o d’una folgore:

il profondo come un poeta frugava.
 


Contava quanti anni ancora felici

dal numero dei passeri in volo,

traeva dell’incerto futuro auspici

da piccoli e oscuri prodigi del cielo.
 


Chiede se ara la terra o se miete,

com’era degli antenati il costume

alle scie attese di stelle e comete.
 


Il cielo un granaio azzurro crede,

i lampi e i tuoni i segnali evidenti

da divinare con la piena fede.
 
 
 
 
 
 
 
 


*****

Gioisce il cielo, esulta la terra,

freme il mare e sussulta il cuore,

i campi e i fili d’erba si rallegrano

e tutti gli alberi, i boschi e i giardini,

per te Pietro che nato col sorriso

le chiavi hai già del mio paradiso.
 
 
 
 
 
 
 
 


*****

Mi guidi come solo amore suole

quando quieto e bello te ne vai,

leggero come foglia per la via

e la mano mi tieni senza parole.
 


A seguire m’invogli le tue orme

in ogni parte ovunque del mondo,

quando mi guardi fino in fondo

al cuore che ora più non dorme.
 


Di cera sei e non di pietra, piccolo

tesoro fonte della mia gioia

ché la fede hai tanta e antica.
 


Mentre ti seguo io mi consolo,

più niente so d’ogni amara fatica

e del tempo che veloce fugge via.
 
 
 
 
 
 
 
 


*****

Per Dario
 

«Questo povero tempo uccide i poeti!»
 


Così mi dicesti la sera ch’era

morta Amelia, calmo e sereno,

così ti sento dire mentre tutti

noi e un secolo di morte saluti.
 


Diceva un poeta inglese a Roma morto,

nell’acqua va il nostro nome scritto,

nel vento e sulla sabbia, caro Dario,

gentile amico ribelle negli anni.
 


Quando noi tutti morti saremo

e il nostro io deposto con pietà
avremo
 ancora torneranno le rondini,

il cielo azzurro, i fiori e le stagioni.
 


Noi qui siamo soltanto le staffette

d’una catena viva in tanto dolore,

nel tempo nostro amato e sacro,

con la torcia in mano della poesia.
 

ottobre 1996


*****
 
 
 
 
 
 
 


È solo un uomo ed è un marito
 
 


Andate voi versi miei dolci e cari,

rapidi e intensi a chi m’è sempre caro,

fate che lui ritorni presto a casa.

Da troppo tempo io non so dove

sia andato a stornare dal cuore

suo stanco il peso oscuro della vita.

È solo un uomo ed è un marito

che sempre meno spazio occupava

nella casa, ora è del tutto sparito.
 


Una donna nuova non so se ha ora,

che è ignara o antiche sfide vuole.

Dove sia andato non so certo dire.

Della vita familiare il male sentiva,

certo non ne aveva gioia alcuna

per essere così fuggito via.

È solo un uomo, era il mio uomo gentile

di poco conto e di parole sempre poche

nei lontani giorni sereni e quieti.
 


Ditegli del bene che gli voglio

mai molto detto nel passare onesto

di tante ore, momento per momento.

L’amore che gli porto dura ancora,

anche se sola ormai da troppo tempo

nel grande letto io passo la notte.

È solo un uomo di non gran peso,

leggero sempre come dolce piuma

che sul cuore m’ha lasciato un gran peso.
 


Voi più di me sapete cosa dire,

versi che fede avete in chi è partito.

Nella sua casa con pazienza antica

aspetto il ritorno senza che mi dica

perché si sia così tanto smarrito.

È solo un uomo ed è un marito.
 
 
 
 
 
 
 
 


*****

I papaveri
 
 


Papaveri col sangue che va in fiore

come anfore rosse al cielo in offerta

tra l’erba, il grano d’oro e di spelta,

nei miei giorni di fuoco e di rossore.
 


Canestri di gioia mai più sentita,

dove non c’era il dolore là sparsi,

riarsi d’oblio e litanie per amarsi,

come neri stormi nella mia vita.


*** 


Le lacrime delle cose

Le lacrime delle cose (Moretti&Vitali, 2009) è l’ultimo libro di poesie pubblicato dal Gabriella Sica. E’un lavoro dove è proprio la poesia che fa assurgere a valore universale le tematiche raccontate: dolore, bellezza, gioia, lontananza sono tutti fattori e ragioni di vita dell’uomo che si fanno realtà e che vengono attraversati, non solo dal piccolo momento quotidiano emozionale del loro divenire ma, proprio grazie alla modalità di racconto del loro farsi, acquistano valore universale che diventa patrimonio di tutti, promuovono uno scarto che va oltre il segno del presente e dell’immediatezza, trasferito nella dimensione dell’assoluto.
La Sica ha, del resto, alle spalle una cultura classica che parte da lontano: Petrarca, Tasso, Leopardi, solo per citare qualche nome, autori che non possono non contribuire a dare spessore al suo lavoro, per una ricchezza di tradizione che ritorna insistente oltremodo anche sul piano della musica, del ritmo e del tono dei suoi versi, se pure tutta la sua opera è senz’altro coniugata nel segno della modernità, riuscendo a cogliere quello che ci tocca più da vicino oggi e che resterà nel destino degli uomini grazie all’arma poetica che sa andare in quella direzione, sopravvivendo nel tempo, anche quando sembra essere sottovalutata, la voce più inascoltata forse ma la più duratura. Ciò che sa fare la poesia, e in specie quella della Sica, è l’appropriarsi di un lavoro di scavo profondo dell’animo umano e della parola stessa, riuscendo a diventare una sorta di lampo che si assesta illuminando la vita, che dona al lettore radice comune specie laddove viene sperimentato il dolore e si crea una necessità di legame tra la memoria e il futuro, tra il sentimento del tempo e l’importanza dell’amore, anche di quello per la poesia.

In questo libro l’autrice non dimentica nulla: ciò che accade nel suo tempo è rivissuto nel verso che si fa racconto e testimone, sigillo e impronta di un’epoca che, a ridosso dello schianto delle Torri Gemelle di New York, non è più la stessa e la sola dell’infanzia, del vivere in provincia, della sofferenza propria ma diventa calvario e strazio dell’umanità tutta, in cerca di una speranza di salvezza. A dar voce a questo basterebbe il bellissimo capitolo sulle oche di Villa Borghese, capaci di portare “per noi il lutto liete”, capaci di attendere, fraterne e pazienti, forse proprio il farsi di un nuovo mondo di pace. Mentre a capire l’animo che si cela dietro l’autrice basterebbe accogliere il messaggio del capitolo di Proserpina dietro al quale si legge la passione cristologica e la sacralità della poesia a cui si affida la Sica nel suo vivere, un vivere dove la sofferenza sembra proprio la forza dei poeti, ora e sempre.

Del resto, e qui concludiamo questo lungo e doveroso articolo sulla poetica di Gabriella Sica, non possiamo non pensare per assonanza al lavoro di Mario Luzi sulle lacrime delle cose, lavoro che aderendo ad una richiesta di Roberto Zani, imprenditore bresciano, di voler realizzare un’opera particolare, per l’esattezza un lacrimatoio: un oggetto come simbolo della sofferenza degli uomini, un calice del millenario dolore di una «specie» pronto a farsi pegno memoriale, testimonianza di pietà e civiltà, dà origine a una serie di versi molto particolari. Da quei versi, intitolati Delle segrete, silenziose lacrime, nasceranno poi le alte riflessioni sull’universale compianto di Sunt lacrimae rerum. «Non c’è oggetto – affermerà Luzi – più assoluto e sacro del vaso lacrimale: nessun altro oggetto esprime la condizione umana così intensamente. Il riso e il sorriso non producono oggetti idonei alla loro materiale conservazione, non hanno emblemi così perentori come lo hanno le lacrime». [1]

Riportiamo qui qualche testo tratto da Le lacrime delle cose:

Scusate, vi prego


Scusate, vi prego, se infuria ancora

per il dominio del mondo la guerra

se è recato danno all’erba della terra

e all’altro fresco verde che nasce ora. 



Scusate se non ci sono mai i padri 

e il sangue dell’agnello viene versato

se ancora ho arrotolato per voi un libro-

cielo di poesie familiari su madri.

21 settembre 2001



Altre poesie per le oche


1

Le vedo al laghetto a Villa Borghese

le oche bianche di stile e di lana 

beate non sentono il tempo che passa

umili nel mistero sorelle

di fede e più limpide nella forma. 

Non le ferisce la spada del sole.



Stanno tra i fili d’erba verde paghe

prese dalle fatiche del giorno

lì a crocchiare il grano e strepitare

con gran schiamazzo di gridi e piume

a tuffarsi nell’acqua e sbucare su

unite in fila diritte e svagate.



Si dondolano inermi aspettando

un’esca la morbida gola alla luce

con il pudore arreso degli uccelli

che non volano, incedono sul prato

foglie d’acero le zampe arancione

o sacri stemmi, esitano sull’abisso



un che di ottuso e lento le trattiene

non hanno la fierezza del pavone

solo la perseveranza che salva. 

Scrutano immobili l’esigua aria

nell’attesa non parlano quiete

ma portano per noi il lutto liete. 



*****

Gli storni alla stazione Termini


Volano in larghe schiere scossi dall’aria gli storni

vengono dalla campagna in città per un riparo

seguono le regole un fischio e squittii brevi

disegnano nel cielo triangoli e lunghe righe 

che sfrecciano ora mutano spessore e forma

nuvole nere fregi arabeschi cangianti del vivere

mentre noi camminiamo a testa bassa e curvi

alla stazione tra gli alberi radi nella sera

vanno di qua e di là di su e di giù frenetici

andare in branco è la difesa orme manovre

estreme alleggerimenti l’allarme nel silenzio

disegnano nel cielo l’ansia la tremenda bufera

di anime in pena nel freddo tempo sbattute

al termine le ali alzate alla foce di prosa. 



*****

Il diluvio venturo


Non ha pensato no l’onda anomala

che era Natale e il più bel giorno dei pastori

che già era un evento prodigioso.

Mentre il cielo era sereno

il mare limpido e blu d’Oriente

si è scatenato furioso incalzante

ha sollevato un muro torbido d’acqua

l’ha scaraventato su pescatori tranquilli ai remi

e famiglie semplici e case di paglia e legno

su spiagge dorate dal bel sole caldo.

Non ha un’anima l’onda anomala

che devasta le terre e inghiotte il vivente 

solo la forza di scrollare il carico del male 

è come la pioggia di fuoco del Vesuvio a Pompei

o il terremoto tremendo di Lisbona e Messina.

È un’onda immensa terribile e paurosa

che s’innalza al cielo sospinta dall’ira e inarca

la cresta. È un rapace dagli artigli protesi

sugli uomini ignari e atterriti e fa tremare

la terra scura e i limiti del mare dove poggia Atlante

squarcia le navi e disperde ogni cosa-pula 

al vento nel nero urto fulminante.

Solo per poco è alle nostre spalle l’onda anomala 

ecco che irrompe, gli artigli alberi ferri e gocce.

26 dicembre 2004 e 29 gennaio 2006

Cinzia Demi
Bologna, febbraio 2015

“MISSIONE POESIE” è una rubrica culturale, curata da Cinzia Demi, per il nostro sito Altritaliani. QUI il link. Chiunque volesse intervenire con domande, apprezzamenti, curiosità può farlo tramite il sito cliccando sotto su “rispondere all’articolo” o scrivendo direttamente alla curatrice stessa all’indirizzo di posta elettronica: cinzia.demi@fastwebnet.it

[1Al contributo di Luzi seguirà la realizzazione in vetro di Murano del lacrimatoio stesso su disegno di Ettore Sottsass, e l’opera sarà esposta al Palazzo della Triennale di Milano, dopo la scomparsa del poeta.


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