Altritaliani
Il mensile di Altritaliani nel Centenario della Prima Guerra Mondiale

Arturo Stanghellini e l’“Introduzione alla vita mediocre”.

sabato 14 marzo 2015 di Giovanni Capecchi

1914-2014. Raccontare la Grande Guerra: la voce dello scrittore Arturo Stanghellini, uno scrittore - non abbastanza celebrato - da riscoprire. Giovanni Capecchi dell’Università per Stranieri di Perugia ci aiuta a conoscerlo. L’“Introduzione alla vita mediocre”, di cui presentiamo due brani, è uno dei libri della Grande Guerra che aspetta (e merita) una nuova edizione.

Nella biografia e nell’opera di Arturo Stanghellini la partecipazione alla prima guerra mondiale rappresenta un evento di fondamentale importanza. I tre anni trascorsi sul Carso, dal 6 luglio 1916 al 4 novembre 1918, seguiti dall’attesa del congedo arrivato solo il 28 luglio 1919, corrispondono a una violenta e insanabile cesura.

Un vero e proprio abisso separa la vita di prima (dedicata alla formazione e alla stesura di saggi di storia dell’arte e di letteratura, nonché agli esordi del giornalista, del narratore e del precoce conferenziere nella vita culturale di una provincia italiana) dalla vita di dopo. Una vita passata tra Pistoia (la città in cui è nato il 2 marzo 1887 e in cui – dal 1912 alla guerra, tra il 1919 e il 1931 e poi ancora dopo il 1940 – svolge la sua attività di insegnante nelle scuole superiori, per poi ricoprire l’incarico di Provveditore agli Studi, dal secondo dopoguerra al 1948, anno della sua precoce scomparsa) e l’Europa, dove l’ex tenente della brigata “Pinerolo” trascorre gli anni compresi fra il 1932 e il 1940 come rappresentante della cultura italiana all’estero, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Malta (1932-1933), a Varsavia (1935-1938) e a Granada (1938-1940), ma anche lettore di lingua e letteratura italiana all’Università ungherese di Szeged, tra il 1933 e il 1935. Una vita, quella di Stanghellini, sostanzialmente semplice e appartata, riscaldata però dall’indimenticabile ricordo dei giorni passati al fronte. «A toglierci la memoria della guerra è come toglierci il sangue, il respiro, la giustificazione della nostra vita», scriverà Stanghellini nel volume L’indovino del tempo che trova, pubblicato nel 1929, quando l’Introduzione alla vita mediocre, il suo libro di guerra, viene considerato ormai distante, non adeguato ad esprimere l’animo presente, ma il rapporto con l’esperienza della trincea rimane sostanzialmente immutato, caratterizzato da una straziante, dolorosa nostalgia.

Sul Carso, tra il fango e il fetore dei cadaveri, Stanghellini, come molti altri della sua generazione, consuma la giovinezza, brucia le tappe dell’esistenza avendo la forte sensazione, una volta rientrato nelle comodità della vita di pace, di aver raggiunto il culmine della propria esperienza umana proprio in quei giorni terribili ed eroici. La guerra di talpe ha fatto convivere per mesi e mesi con la morte, ha rivelato la fragilità dell’uomo, ha fatto scendere nell’inferno dell’orrore, tra rumori assordanti di artiglierie, morti inutili per conquistare cime dai nomi sconosciuti e silenzi abissali; ma questa guerra, non desiderata e non vissuta come festa, affrontata con paura ma anche con orgoglio (l’orgoglio di chi, nonostante l’attaccamento alla vita, non fugge di fronte al destino che lo mette costantemente al cospetto della morte), attraversata con altri uomini che il pericolo rende fratelli, finisce per rappresentare, nell’arco di una esistenza, il momento culminante della propria vita, la vera vita, la stagione alla quale – come afferma Paolo Monelli in uno dei “classici” della letteratura di guerra, Le scarpe al sole – il combattente resterà «avvinto» per sempre.

La guerra combattuta al fronte rappresenta dunque, nella biografia di Stanghellini, una cesura tra “prima” e “dopo” (Eric J. Leed, in Terra di nessuno, ha parlato a questo proposito di «conoscenza disgiuntiva»). Il tenente Stanghellini appartiene ad una generazione che è stata tagliata in due dalla guerra, come scrive, tra l’altro, in un profilo autobiografico steso intorno al 1930: «Appartengo alla generazione che è stata tagliata in due dalla guerra, e proprio nel fiore della giovinezza. Bisogna comprendermi. Di là è rimasta la quieta passione per l’arte e gli studi, di qua un adattamento forzato alla vita dai posti numerati, che qualche volta dà al mio spirito languori di convalescenza».
Ma questo evento segna anche profondamente l’opera letteraria dello scrittore pistoiese. Non tanto perché a partire dal 1918 è difficile scrivere storie che prescindano dalla guerra (non a caso tutti i volumi di narrativa pubblicati tra il 1923 e il 1936 continueranno a ruotare attorno all’evento bellico), ma soprattutto perché dalla guerra nasce il libro che porta Stanghellini fuori dai confini di una letteratura di provincia. Anche Stanghellini, come Gadda, appare, da questo punto di vista, un «profittatore di guerra», un intellettuale che comunque ha fatto della partecipazione al conflitto il momento culminante della propria esperienza di vita e di scrittura.
Rientrato a casa alla fine di luglio del 1919, il tenente appena congedato trova finalmente la quiete necessaria per scrivere, riutilizzando anche gli appunti presi su un taccuini nei giorni della trincea. E – tra l’agosto e il dicembre di quell’anno – compone il suo libro più intenso, l’Introduzione alla vita mediocre, frutto dell’esperienza tragica vissuta tra il 1916 e il 1918, ma anche dell’amarezza provata dal reduce che aveva riposto ben altre aspettative nella rinnovata pace. Un’amarezza evidenziata dal titolo stesso del libro, preferito all’iniziale Memorie di un intervenuto.

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L’Introduzione alla vita mediocre racconta il viaggio verso la guerra: la partenza notturna da Firenze; l’arrivo nelle stazioni ferroviarie delle retrovie dove si sente, in lontananza, il rombo dei cannoni; l’incontro con la trincea e la conoscenza di cosa significhi veramente questo primo conflitto moderno e tecnologico (fatto di lunghe pause e di noia, di fango e di mancanza di orizzonti, di paura e di eccitazione). Ma racconta anche i momenti più importanti della guerra (con pagine memorabili su Caporetto, nelle quali per la prima volta Stanghellini sente cosa sia la Patria: quella Patria che, fino all’ottobre del 1917, gli appariva una parola vuota e corrispondeva semmai agli affetti più cari: alla famiglia, ai genitori) e il ritorno a casa dopo l’armistizio, con i panni logori di guerra.
Un ritorno tutt’altro che sereno: Stanghellini descrive infatti – facendosi portavoce di una generazione di reduci – l’impossibilità di ricominciare la vita di sempre, di riallacciare i legami (e riprendere le conversazioni) con coloro che sono rimasti a casa, non sanno cosa sia la guerra e vorrebbero smettere di parlare del conflitto come di una parantesi da chiudere e da dimenticare; narra il viaggio verso casa di chi sente di aver speso la giovinezza al fronte, di essere precocemente invecchiato (perché gli anni di trincea – come sa anche il Corrado Alvaro di Vent’anni – pesano molto di più degli anni trascorsi in pace), di non potersi riadattare alle “ore piccine” dopo gli istanti intensi della guerra, di non riuscire ad inserirsi in quella che appare ormai con chiarezza come una vita mediocre.

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Arturo Stanghellini, Autoritratto

L’Introduzione alla vita mediocre (che, dal punto di vista espressivo, appare dominato da un andamento lirico, con pagine caratterizzate da un periodare breve, ancora da taccuino) tende a ricondurre i fatti esterni (le battaglie, gli assalti) ad una dimensione interiore. È, questo di Stanghellini, un diario intimo della guerra, un testo nel quale il tenente della brigata “Pinerolo”, di fronte all’orrore, imbocca spesso quella che Mario Schettini definiva «la scappatoia lirica».
È il testo di un intellettuale cattolico che non ha voluto la guerra ma che ha deciso di andare a fare il proprio dovere in trincea dopo l’ingresso dell’Italia nel conflitto: e anche per questo (oltre che per il carattere fondamentalmente malinconico del suo autore, che si rifugia spesso nel silenzio) l’Introduzione alla vita mediocre è privo di retorica (di quella retorica che domina i testi di coloro che hanno cantato come “festa” lo scontro e il bagno lustrale di sangue) e non presenta neppure la delusione che molti interventisti “democratici” hanno registrato dopo aver conosciuto la realtà della trincea, scoprendo la distanza che separa la guerra desiderata e sognata alla vigilia dalla guerra vissuta.

I due brani che proponiamo al lettore (e che probabilmente non sono sufficienti a far percepire l’importanza di uno dei diari-memorie più belli che siano nati dal conflitto) riguardano la prima battaglia alla quale partecipa Stanghellini (che si definisce ancora «un provinciale della guerra») e le pagine finali del libro, con il ritorno nell’Italia che non ha conosciuto la guerra.

ANTOLOGIA

16 AGOSTO 1916

Non ho che alcuni stracci di memoria di questa giornata feroce di sole, di sangue, di strage.
Alle 10, io, il caporal maggiore Piccoli del mio plotone, il sergente Vasco, il sergente Castelli, scoperti interamente dal busto tiravamo sugli austriaci che scendevano a uno a uno dal boschetto del Veliki Hribak. Uno cadde soltanto per la paura d’essere stato colpito perché si rialzò e riprese a correre più di prima.
La bravata pericolosa fu troncata da un urlo di Piccoli che aveva preso una pallottola nel palmo della mano con uscita dal gomito.
Verso le undici il tenente Mutariello con elmetto e Glisenti in pugno mi raggiunse strisciando alla testa del suo plotone. Sul punto di uscire all’attacco si volse verso l’attendente per consegnargli l’elmetto e prendere il berretto.
Aver la preoccupazione del dolor di testa nel momento di buttarsi incontro alla morte mi parve da romano piuttosto antico. Invece Mutariello è un salernitano abbastanza moderno.
Ma io ero allora un provinciale della guerra.
Alle 11,10 un port’ordini mi consegna un biglietto quasi illeggibile nel quale è detto che ad un’ora che non capisco io devo aver occupato con altri una località che non capisco. Lo passo al sergente Castelli che ne capisce quanto me.
Rispondo domandando spiegazioni.
Dopo un’ora un altro biglietto m’ingiunge di portarmi col plotone dall’estrema sinistra sotto il Veliki, ove mi trovavo, all’estrema destra sotto il Pecinka ove era assai dubbio che potessi arrivare.
Vedo sfilare i soldati del mio plotone che strisciano sull’erba arsiccia e mi attacco all’ultimo sedere trascinando il mio ginocchio dolorante.
A metà percorso, tra gli schianti laceranti, gli sfrulli degli scheggioni, il grandinare delle pallette, lo scoccìo dei fondelli di granata sulle pietre, il plotone è spezzato in due.
Vedo arrovesciarsi morto il caporale Di Giannantonio dell’11a squadra. Il soldato Costanzi si volge ad indicarmelo e gli toglie la borraccia con un espressivo gesto siciliano come per dire che al morto non serviva più.
Rimango immobilizzato con metà plotone sparso tra le pietre e aderente ad esse in modo che si vede solo qualche groppa.
Giungono in mezzo alla bufera micidiale i primi portatori d’acqua. Sono della compagnia del cap. Imbriani che difende a colpi di rivoltella le ghirbe dall’assalto dei soldati delle altre compagnie. La paura della sete è più grande della paura di morire. Ho capito anche lì che l’uomo è un animale veramente superiore perché nei momenti più tremendi ha sempre la calma di pensare qual genere di morte gli convenga.
Poc’altro ricordo.
Anche la memoria di quel giorno sembra squarciata dai proiettili.
A sera strisciando mi son trovato contro un soldato che ostruiva del suo corpo uno stretto passaggio tra due massi.
Gli ho detto di passare o di lasciarmi passare. L’ho anche scosso. Non ha risposto. Stava inginocchiato e non gli si vedeva la testa. Anche Arrigoni, il soldato che mi accompagnava, l’ha scosso poi s’è voltato verso di me.
«È morto».
Non gli si vedeva una goccia di sangue. Gli era rimasto tutto dentro per sostenerlo in quell’estremo atteggiamento di vita guardinga e anelante. Lo abbiamo scavalcato per proseguire oltre.
E poi a notte alta siamo giunti al dolinone dei granatieri. Nel buio e nel silenzio vidi splendere la luce di un baracchino come una gemma.
Appena mi avvicinai qualche soldato mi riconobbe.
«Passi, passi. C’è il signor capitano».
Era il capitano Orzi, contuso, ammalato, sfiduciato. Mi guardò assai tristemente prima di parlare.
«Ha saputo? Morto il maggiore Marescalchi, morto Bernasconi, morto Taranta, morto il capitano Guerra, morto Giannantonio, morto Castellucci…».
«Morto Castellucci?».
Il grido dell’amicizia fu ancora soffocato dalla voce triste del capitano.
«Sì morto anche Castellucci. Morto Zerbini, morti tanti altri, che m’hanno detto e che non ricordo più. E tra i soldati una strage. Tre compagnie di 50 uomini. Non c’è quasi più ufficiali. La terza è qui che la comanda Chimenti. Qui a pochi passi. Ora la raggiunge. Io comando interinalmente il battaglione ma non ne posso più. Ho la febbre… Pare che ci diano il cambio».
Io non avevo più voce per domandare; mi pareva di dover cadere come sotto il peso di tante mazzate sulla testa e mi meravigliavo di non essere ancora caduto.
Zaffate di putredine m’empivano le narici come il respiro di tutti quei morti.
«Ora che siamo concime, ora non ci vorrete più bene…».
Soffrivo come se il loro silenzio avesse di queste voci.
E allora raggiunsi Chimenti, in piedi, dritto, per sfidare la morte che frustava di sibili l’aria avvelenata.
Due o tre vecchi soldati sdraiati presso di lui mi riconobbero con una affettuosa meraviglia.
«Ecco il tenente Stanghellini».
Chimenti alzò gli occhi sopra di me, come sopra uno strano essere che camminava in piedi senza morire.
«Hai saputo?».
Gli risposi negli occhi uno sguardo perdutamente triste e m’accoccolai al suo fianco senza parlare.

*****

IL RITORNO

Ho incontrato il 29 Luglio, a Bologna sotto i portici di via Indipendenza due miei vecchi compagni d’università.
«Chi si vede! Come stai? Cosa fai?».
Poi raccontano quel che hanno fatto.
«Io ho concorso al tal posto, io ho concorso al tal altro, io ho preso moglie, io ho due figli, io ho pubblicato uno studio sul tal dei tali, io ho pubblicato un volume sul tal dei tal’altri etc., etc.».
Hanno rotto le scatole a non so quante antichità, distrutto uomini celebri, scoperto genii sconosciuti.
Discorsi ascoltati come ronzio di vespe lontane.
«E tu che hai fatto? Che fai? Dove sei?».
«Ho fatto tre anni di guerra. Mi congedo ora…».
Per un istante stanno zitti. Credo di averli ghiacciati. Macché!
«Allora non ha concorso? Allora non hai pubblicato?».
«Non ho concorso. Non ho pubblicato. Non ho preso moglie. Non ho bambini. Non so quel che fare». E seguito l’elenco lunghissimo di quel che non ho fatto, di quel che non faccio, di quel che non farò…
Sono evidentemente rimasto molto indietro a loro. E pure in fondo all’anima qualcosa mi dice che sono invece più avanti…
Forse, perché sono più indietro.

E questa è la prima.

Una signora amica di mia madre mi ascolta con attenzione commossa nel racconto di qualche impressione di guerra. In tre anni non c’è che la fatica di scegliere tra le tante e il racconto viene da sé. Sembra di svuotarci, a raccontare, del nostro sangue migliore e il silenzio che ne segue è come d’esaurimento.
E nel silenzio mi arriva come non potrebbe essere più dolce e più crudele la voce della signora:
«Ma ora, Arturo, ti metterai a fare qualcosa?».

Questa è la seconda.

A un’altra signora amica di mia madre che dopo qualche mio racconto appassionato di guerra esprime una forte e serena fiducia nel mio avvenire trovo appena la forza di rispondere che quella eloquenza che mi viene quando son sicuro di non persuadere nessuno:
«Non le sembra che l’avvenire di un uomo di trentadue anni sia quasi tutto nel suo passato?».

E questa è la terza.

La quarta che è la peggiore è accaduta a un mio amico.
Veterano di guerra dal maggio ’15, ferito due volte assai gravemente, due volte decorato al valore, gli avveniva spesso di parlare dei pericoli corsi, dei sacrifici sostenuti. E più che con altri con la sua fidazata.
Quando si desidera farsi conoscere si presenta la parte migliore di noi. La parte migliore gli sembrava il dovere compiuto davanti alla morte. Per parlare di felicità, per entrare nel regno della felicità ove tanti mediocri sono domiciliati fin dalla nascita senza accorgersene, gli pareva bello dire: io vengo dal dolore…
Gli pareva.
Un giorno la fidanzata lo interruppe:
«Ma tu non sai parlare altro che di guerra!».
È certo che noi avremo una ben triste e precoce vecchiezza.
Non tanto nel sangue, quanto nell’animo. Forse siamo già vecchi, perché già sorpassati. […]
Come certe donne che accumulano giorno a giorno i loro risparmi per farsi un vestito che ha loro ferito la fantasia e che quando arrivano finalmente a indossarlo e a pavoneggiarsene, si sentono dire che è passato di moda, noi siamo tornati dalla guerra con anima mutata, tra gente immutata e feroce nella immobilità del proprio egoismo, con un linguaggio che non serve più a comunicare col prossimo ma a scavare un abisso che guardiamo sgomenti di non poter ricolmare.
Siamo i morti nella vita.
Siamo gli inetti davanti a chi s’è fatta una esperienza cinica degli affari, davanti a chi in nostra assenza s’è costruita uno comoda trincea nella vita.
Si può parlare il nostro linguaggio a costoro?
Si può rinunziare alla nostra purezza fiorita sotto gli aperti cieli della guerra nutrita di sacrificii accettati anche senza fede colla sublime devozione della testa china?
Dobbiamo accodarci a codesta banda di mercanti perché ci diano il lascia passare per la vita mediocre?

Bibliografia

L’Introduzione alla vita mediocre è stato pubblicato la prima volta nel 1920 dall’editore pistoiese Niccolai. Edito nuovamente l’anno successivo da Treves (con una introduzione di Ugo Ojetti), il libro è stato ristampato dall’editore milanese fino al 1936. Nel 1966 Mario Schettini lo ha nuovamente riproposto, in un volume intitolato 3 romanzi della grande guerra (Longanesi). Ristampato in parte all’interno del volume di Sigfrido Bartolini Arturo Stanghellini. Gli scritti e i disegni (edito come “strenna” dalla Cassa di Risparmio di Pistoia nel 1987 e quindi fuori mercato) è stato riproposto nel 2007, a cura di Giovanni Capecchi, per la casa editrice Libreria dell’Orso di Pistoia, che ha oggi cessato le sue attività. L’Introduzione alla vita mediocre è così uno dei libri della Grande Guerra che aspetta (e merita) una nuova edizione, capace di garantirne la circolazione.

Di Giovanni Capecchi
(Università per Stranieri di Perugia)

*

Ndlr: Nel libro di Giovanni Capecchi, dal titolo: “Lo straniero nemico e fratello. Letteratura e Grande Guerra” (Clueb Ed.2013), segnaliamo il capitolo “La scappatoia lirica: Arturo Stanghellini e l’Introduzione alla vita mediocre” in cui è approfondito il contenuto di questo articolo.

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