Altritaliani

Le cose che non sono.

venerdì 5 dicembre 2014 di Flavio Brunetti

Ecco, in un nuovo racconto affidato ad Altritaliani, le intime rivelazioni di Flavio Brunetti corredate dalle sue suggestive fotografie.

Noi siam della stoffa di cui son fatti i sogni e la nostra piccola vita è cinta di sonno.
La nostra vita è il breve tempo scandito dalle “cose che non sono”?... è gli attimi di quelle sensazioni dell’anima, segni, forme, esseri, che fantastichiamo, immaginiamo e che si dissolveranno in un’aria sottile ed impalpabile senza lasciare tracce?

LE COSE CHE NON SONO

Io, nella mia vita, ho fatto sempre cose che “non sono”.

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Sconfitta

Gli amici.

Non ho mai avuto per amico un compagno di scuola. I miei amici erano tutti ragazzacci di strada. E gli altri, i grandi, mi dicevano:
- Quelli? Amici, “non sono”.
Ma io, i grandi, non li stavo a sentire e quei ragazzacci me li tenevo stretti stretti perché con loro imparavo tutte le cose che non mi insegnavano a scuola… a fare a mazzate, a costruire le frezze (le fionde) con i rami degli alberi, con le molle di bicicletta e con le ricchielle delle scarpe, a mettere le tagliole, a rubare e a fare tante altre cose difficili.

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Alligatore col naso all’insù

Il corpo umano.

Quando al Liceo Classico dovevamo imparare lo scheletro umano, io invece di mettermi a studiare sui libri, pigliai a Gianfranco, quello della classe che c’avevo più confidenza, e lo portai al castello di questa città, sui monti, in un posto che avevo scoperto con i miei compagni di strada, a scavare le ossa dei morti. Per prendere quelle più buone, meno fradice, e studiarle, portarle a scuola e fare bella figura con la vecchia professoressa di Scienze, zia Maria.

Le dovevamo studiare! Non come quando, con i miei amici ragazzacci, mettevamo in fila i teschi sulla roccia e da lontano facevamo il tiro a bersaglio con le frezze. E, questo, a me, faceva paura perché pensavo che, poi, la notte, non potevo dormire, ché i morti, quelli a cui avevo sfondato il teschio con la mia fionda, mi venivano a tirare i piedi nel letto.
Con Gianfranco era tutta un’altra cosa; dovevamo studiare per non prendere quattro e i morti avrebbero capito.

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Stupore

A casa

A casa ci chiudemmo nel gabinetto e cominciammo a lavare le ossa nel lavandino. Ma dopo un sacco di tempo che non uscivamo e l’acqua scorreva, mia madre ci venne a spiare dal buco della serratura e cominciò a urlare come una pazza. Non vi dico che casino! Ma una povera donna che pulisce e ripulisce la casa, la cucina e il bagno e vedersi le ossa dei morti piene di terra e di vermi nel lavandino dove uno si lava la faccia!
Poi arrivò mio padre. Peggio di peggio. Peggio di mia madre:
- Questo è un reato! Qua vai a finire in galera!! Disgraziato ! … ora ti arrestano
Intanto Gianfranco… non erano fatti suoi. Ero stato io che l’avevo portato a scavare i morti e lui che c’entrava? E poi stavamo a casa mia.

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Cane di terra

La tibia

Di quelle ossa riuscii a salvare solo una vertebra ed una bellissima tibia. Doveva essere stato anche uno molto alto, il signore, perché quella tibia era affilata e lunghissima. Perfetta. Le altre ossa, per non sentire più mio padre, le ero andate a ributtare sotto a un fosso che stava più vicino del posto dove le avevamo scavate.
- Tanto – pensai – qua deve essere pieno di morti da tutte le parti…
A ogni albero ci sta ancora una lapide, una targhetta di morto. Sotto il castello, sui monti, sono tutti morti!

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Cantare aspettando la luna

Il giorno dopo, la vertebra e la tibia, le portai a scuola e, senza dire niente, ché mio padre mi aveva fatto già spaventare, la vertebra me la tenevo in tasca e la tibia la poggiai sul banco, sul mio banco. Il primo banco era il mio posto, non perché ero bravo, ma mi mettevano lì per non farmi dare fastidio.

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La volpe sui vetri

Quella tibia l’avevo messa là in bella mostra sperando che la professoressa la vedesse e dicesse:
- Ma che bella questa tibia! – e chiedesse – Di chi è?
- È la mia! – le avrei risposto – so un posto dove ce ne stanno tante di ossa. Professore’ possiamo rifare tutto lo scheletro! … altro che quello del laboratorio che ci manca la mandibola, una mano e cinque o sei costole e che è pure finto! Noi facciamo uno scheletro vero, se venite con me, dove dico io!
Ma la professoressa, al posto di guardare sul mio banco, si mise a spiegare la chimica e, spiegando spiegando, per far vedere certe cose sulla tavola di Menteleieffe, scambiò quella tibia per la bacchetta di legno e faceva lezione roteando nell’aria e agitando, armoniosamente, quel bellissimo osso.

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Civetta smorfiosa

Alla fine della spiegazione, io non avevo capito niente perché pensavo solo alla tibia, poggiò l’osso sulla sua cattedra. Allora, mi alzai in piedi e glielo dissi:
- Professoressa, vi avevo portato a vedere quella tibia che avete appoggiato sulla cattedra – e continuai come se già fossi stato interrogato – la tibia è un osso della gamba…
E volevo ancora parlare per strapparle qualche piccolo voto.
- Ma che dici? – urlò zia Maria riprendendo tra le mani la tibia - questo è un osso umano e tu lo hai portato a scuola? – e urlando ancora più forte mi chiese – Dove l’hai preso?
- Lo tenevo – risposi – è un ricordo
- Un ricordo di chi? – mi apostrofò con veemenza sbraitando l’anziana donna
- Di mio nonno
- Di tuo nonno? Ma che dici? Tuo nonno s’era tolto la tibia per lasciartela per ricordo?
- Dalla guerra – azzardai a mentire temendo che stesse lì lì per chiamare i Carabinieri – dalla prima guerra mondiale. Mio nonno c’è stato e se l’è riportata da lì. L’ha ripulita e se la teneva per ricordo e per monito su quanto è breve la vita.

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Fica di pietra e di muschio


- Professoressa – intervenne Gianfranco, deciso e tranquillo – la verità è che io e Brunetti, quella tibia, l’abbiamo trovata sotto il castello, sui monti. Ora, se ve la volete tenere in laboratorio, ve la tenete, se no, dopo che suona la campanella dell’ultima ora, l’andiamo a seppellire nello stesso posto dove l’abbiamo trovata.
- Bravo, Gianfranco! – esclamò zia Maria – Questo è parlar bene e con sincerità. Ora la mettiamo nell’armadio a vetri del laboratorio. Non come te, Brunetti, che sei bugiardo e ignorante. Tu, come studente, fai solo cose senza capo e né piede, solo “cose che non sono”.

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La chioccia

Le canzoni

Con il passare degli anni imparai a suonare la chitarra, ma suonare con gli altri non mi piaceva perché quelli rifacevano sempre le stesse cose che sentivano per radio o sui dischi delle feste da ballo.
- Thi’ – ta tta ra ta thiì – tà tà – thi’ ri’ tì thi’ – (Maria Elena)
E io non ero bravo a fare le imitazioni, non mi piaceva. Suonavo da solo. Fu così che mi misi a scrivere canzoni, ma gli amici, tutti quanti, nessuno escluso, dicevano:
- Ma queste? Canzoni “non sono” !
I più buoni, quelli che mi volevano proprio bene, al massimo, dicevano:
- Sono cose del tutto particolari. Irregolari. Fuori tempo. Piene di errori. Ma proprio per questo sono interessanti. Ma queste canzoni, canzoni “non sono”.

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Gli occhi di terra

La mosca

Poi all’Università il mio amico Renato cominciò a giocare con la fotografia e io appresso a lui cominciai ad imparare le tecniche.
Un giorno prendemmo una mosca e la facemmo diventare morta. La dovevamo fotografare. Renato che chiamavamo “ ‘o chiuovo “ (il chiodo) perché era uno che si fissava, aveva costruito un aggeggio col quale il dorso della macchina fotografica, a mezzo di una lunghissima vite, si avvicinava o allontanava dall’obiettivo. L’obiettivo stava fisso e il dorso faceva avanti e dietro. Per fare le macrofotografie. Ma bisognava aspettare la sera perché in casa doveva essere tutto buio. Una grandissima camera oscura. Anzi, una casa oscura.

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Groviglio di mostri volanti

Con la nostra mosca morta aspettammo. L’avevamo uccisa verso mezzogiorno. Insomma verso le undici e mezza di sera, quando eravamo riusciti finalmente a mettere a fuoco quella cazza di mosca sotto alla lampada, che ti fa quella puttana che era morta a mezzogiorno? Comincia a partorire figli. Lei stava infilzata sopra un ago, da parte a parte, tutta impalata come un martire cristiano torturato dai Turchi. L’avevamo messa là per fotografarla e quella cacciava larve a tutto spiano dal culo e, da quel folle microscopio michelangiolesco, vedevi questi vermetti bianchi che si affacciavano, poi risalivano, poi scendevano un altro poco e, alla fine, cadevano in quell’aggeggio infernale che aveva costruito Renato. Uno schifo terrificante, terrificante perché faceva veramente paura vedere una morta, ammazzata da noi, partorire i suoi figli.

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Discussione

Però, alla fine, riuscimmo a fotografare l’occhio di quella mosca su un negativo di sei centimetri per sei centimetri. Ma che cazzo ci dovevamo fare con un occhio così grosso?

Gli esami

Insomma Renato, che studiava sulle riviste, mi insegnava tutte queste tecniche: la solarizzazione, la separazione di toni, la retinatura, l’alto contrasto, etc. etc.

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Prigione

Eravamo studenti d’Ingegneria e, allora, gli esami, cominciai a farli con le fotografie. Penso di essere stato l’unico studente al mondo a fare l’esame di Scienze delle Costruzioni, un esame di calcolo puro dei modelli strutturali, andando a fotografare le lesioni, le travature reticolari, i muri e citando Ovidio, che per primo ci raccontò di una antica lesione nel muro che separava due case ostili e attraverso la quale i due amanti, Tisbe e Pryamo, si sussurravano dolci parole d’amore


Fissus erat tenui rima, quam duxerat olim
cum fieret, paries domui communis utrique.
Id vitium, nulli per saecula longa notatum,
quid non sentit amor?, primi vidistis, amantes,
et vocis fecisti iter; tutaeque per illud
murmure blanditiae minimo transire solebant.
Saepe ubi consisterant, hinc Thisbe, Pryamus illinc…

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I rostri

Ma gli assistenti ascoltavano, guardavano e alla fine dicevano:
- Ma questi esami di Brunetti, un esame “non sono”!

Salvatore

Ed un giorno andai a casa di Luciano D’Alessandro, uno dei più grandi fotografi italiani, per vedere se ci voleva dare qualche sua fotografia per una mostra, che noi del Movimenti Studentesco, dovevamo organizzare.

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Il coro

Eravamo io e Salvatore, un amico che mi accompagnava sempre quando andavo a fotografare, ma che non era fotografo. Quando mi accompagnava, gli davo un aggeggio ottico in mano e faceva finta che stava prendendo qualche misura; in tal modo la sua presenza mi serviva per fare distrarre quelli che dovevo fotografare.

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Capricci

Però, se dovevamo mangiare o fare colazione, pagavo sempre io. Invece quel giorno, arrivati a Capri, salimmo su un pullman e, dato che io avevo pagato il vaporetto, Salvatore volle per forza pagare lui i nostri biglietti. Cacciò una diecimila lire che gli aveva dato il padre. Il padre di Salvatore era poliziotto e quella era una diecimila lire del suo stipendio. Il fattorino la piglia e fa:
- Queste diecimila lire sono false! Soldi buoni? “Non sono”!
E tutti dentro il pullmann urlavano contro me e Salvatore:
- Sono soldi falsi! Soldi “non sono”!
Chiamarono i vigili e, come due mariuoli ci portarono in mezzo a loro in una banca. E menomale che quelle diecimila lire erano buone!

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Il padrone e il suo cane

Le fotografie.

A Luciano D’Alessandro avevo portato a vedere le altre fotografie che sarebbero state esposte nella mostra, tra le quali, molte erano mie.

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Vipera

A un certo punto vide la foto di una donna umile e povera che abitava una casa più misera di lei.
La donna sorrideva, posando, davanti all’obiettivo della macchina fotografica, dentro quella casa tra muffe, panni stesi, intonaci cadenti, travi di legno fradice, carte stracciate ed appese dal soffitto e una stufa con un lunghissimo tubo di scarico (più lungo è il tubo e più si riscalda la casa).
D’Alessandro pigliò quella fotografia e la gettò via, dicendo:
- Che cazzo mi ride questa? Queste fotografie? Fotografie “non sono”!
- Ma è una poveretta – gli risposi – una sottoproletaria che ha posato davanti all’obiettivo.
- E che c’entra! Tu, devi essere calmo. Non devi avere fretta. Cominci e fai cento, duecento scatti, inutili, fino a che lei si stanca e si abitua alla tua presenza e assume l’aspetto drammatico che una donna che abita una casa di merda come questa deve avere. Allora, solo allora, comincia il tuo vero lavoro.
Fu così che cominciai anche il mestiere di fotografo.

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Tristi pensieri guardando la valle

I politici di qua e le olive.

Poi il tempo passò. Con le mie canzoni e coi musicisti che mi accompagnano, che sono il fior fiore dei maestri e che girano il mondo a suonare, mi hanno prodotto e pubblicato tre dischi, ci hanno scritto un film e mi hanno chiesto di fare anche l’attore.

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Tartaruga di legno

Allora, io, pieno di entusiasmo, mi sono rivolto ai politici della mia terra, il Molise, per fare grandi cose. Progetti culturali di respiro nazionale.
- Grandi cose? - mi hanno fatto – Queste?... grandi cose “non sono”.
Quelli pensano che vado da loro perché dobbiamo spartire le ulive che siamo andati a cogliere assieme. Infatti mi hanno detto:
- Noi, i soldi, li diamo a chi, su questo tipo di storie di cultura, ci deve campare. – e hanno concluso - I progetti di cui parli? … progetti “NON SONO! NON SONO! NON SONO!”

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Parole represse

Racconto e foto ©Flavio Brunetti
Campobasso (Molise)

(Riproduzione riservata)


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