Altritaliani

La sinistra della contaminazione vs. la sinistra della purezza.

martedì 25 novembre 2014 di Nicola Guarino

La sinistra divisa. Il lungo percorso del PD non ha risolto le contraddizioni che nel tempo sono maturate nel suo seno. Attraverso il romanzo: “Il desiderio di essere come tutti” del premio Strega Francesco Piccolo, un’utile chiave di lettura sul passaggio dalla vecchia sinistra a quella nuova. Un passaggio non indolore.

Negli ultimi decenni la sinistra italiana ha vissuto gradualmente una trasformazione che se non è antropologica, come sostiene Scalfari, è certamente culturale. Si è affermata una sinistra che tende a superare le strettoie ideologiche che erano state tipiche già a partire dal dopoguerra, domandandosi sullo sviluppo della società, che si sforza di ascoltare i problemi dei cittadini, di dare risposte concrete; dall’altra parte c’è una sinistra che non si arrende, che parla ad un popolo che non esiste più, che finanche nel lessico sembra ormai superata esprimendosi in un politichese che ne fu la lingua ufficiale fino alla fine degli anni settanta.

E’ una sinistra che non si è accorta che il mondo è cambiato, che l’Italia è cambiata, che non è più la classe operai l’emblema dello sfruttamento, che le recenti statistiche, ad esempio lo studio della Cgia (Confederazione generale imprese artigiane), provano che il disagio è, ad esempio, molto più nel popolo delle partite IVA, nelle piccole imprese, in quel “detestato” ceto medio moderato che un tempo votava cattolico e che paga il fio per colpe non sue ad una crisi che è maturata in decenni e a cui fino ad oggi la politica non aveva messo mani, se non in modo flebile grazie al governo Monti.

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Oggi c’è una sinistra che ha avviato, verrebbe da dire finalmente, riforme strutturali che potrebbero rimettere in moto il paese ma è contrastata al proprio interno da una sinistra che non si può definire massimalista e nemmeno utopista. Si tratta semplicemente, con tutto il rispetto che merita la sua storia, di una sinistra vecchia.

Diventa pertanto interessante capire come nasce questa dicotomia tra le due sinistre.
Il recente Premio Strega: “Il desiderio di essere come Tutti” di Francesco Piccolo ci offre la possibilità di una riflessione sul momento che vive la sinistra italiana, divisa tra etica del fare ed etica dei principi. Proviamo a ripercorrere la strada che ci ha portato fino a qui.

In qualche modo, per questo articolo, devo ringraziare lo scrittore e giornalista Francesco Piccolo, autore di questo bellissimo ed utile romanzo che per me è stato un aiuto prezioso ed illuminante per comprendere pienamente le due anime che si sono delineate nella sinistra di oggi, al tempo di Renzi. A suo modo, questo libro, un viaggio del protagonista nel personale e politico dall’adolescenza ad oggi, dai tempi di Berlinguer alla crisi del berlusconismo, ricco di riferimenti letterari, di emozioni in cui tanti della mia generazione possono ritrovarsi, ricco di ricostruzione storica e pieno di cronaca del tempo ed aneddoti, è un manifesto di quella che io definisco la sinistra moderna. Piccolo fa un inno alla contaminazione politica, strumento non ideologico di democrazia, che diventa anche contaminazione culturale, essenziale per entrare e comprendere nella società in cui viviamo.

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Il compromesso storico

La cultura è materia viva, si rinnova e si alimenta proprio attraverso la contaminazione con modi di vivere, di pensare e di essere diversi. L’antropologo Aime, sostiene che per produrre cultura occorre l’incontro e il confronto, una sorta di “democrazia culturale” capace di contrastare il dispotismo di una cultura che si fa egemonica e dominante. Non è un caso che tutte le dittature si caratterizzino per modelli culturali unici e di riferimento. Aggiungo, ricordando Francesco Piccolo, che il contaminarsi è l’unico modo per la politica e quindi per la sinistra, per uscire dall’asfissia a cui si è condannata per decenni.

Aggiungo ancora che avere un credo assoluto, su come vivere e su cos’è il giusto, acceca. Ci fa credere che la società non sia quell’insieme fastidioso, complesso e contraddittorio che ci si presenta, ma che sia quel modello a cui aderiamo e che ci rassicura, con un atto che spesso non è frutto di analisi, ma di inefficaci convinzioni che nel tempo divengono dogmi irrinunciabili sostenuti da un vero e proprio portato di fede.

Tutto ciò è l’esatto contrario della politica che dovrebbe essere interpretazione ed anticipazione delle realtà possibili. L’azione politica, se c’è buona politica, non può prescindere dal dato reale offerto dalla complessità sociale.

“Tutti” ha la forza di un saggio, di un trattato di storia e politica, ma al contempo ha la leggerezza di un romanzo che davvero può essere per stile e contenuti alla portata di tutti e sono certo che l’autore accetterebbe con piacere questa affermazione che è anche un richiamo al titolo della sua premiata opera.

E’ per questo che nel parlare di queste due sinistre che sono alla resa dei conti, non potrò fare a meno di ripensare e rileggere le pagine che ho divorato con passione fino a pochi giorni fa.

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Possiamo definire queste due sinistre in contrasto tra di loro come: “Sinistra della contaminazione” e “Sinistra della purezza” sono categorie che vanno intese non come assiomi assoluti ma come aspirazioni culturali di fondo.

Diciamo che la sinistra oggi vincente è quella della “contaminazione” mentre quella “critica” è della “purezza”; pur coabitando nello stesso partito ne rappresenta l’unica vera opposizione (cito il brillante Roberto Benigni).

Il percorso per il quale si è arrivati a questa netta dicotomia, è ben descritto nel più volte ricordato romanzo. Il primo a proporre la “contaminazione” o meglio il “compromesso” fu Enrico Berlinguer, che dopo le tragiche vicende cilene, si rese conto che il consenso per un partito di massa come il PCI, imponeva un accordo con l’altro partito di massa la DC, un incontro tra i popoli comunisti e cattolici, da cui il suo partito avrebbe tratto beneficio per riuscire ad essere una forza guida nei processi riformatori del paese. Gli era evidente che, con una via democratica al socialismo, il suo partito da solo o anche con altri alleati di area, non sarebbe mai riuscito a governare e questo per l’oggettivo dato sociale, che il suo consenso oltre una certa soglia (tra il 30 e il 35%), in un quadro di contrapposizione ideologica, non poteva andare.

A questo Berlinguer era giunto attraverso una serie di passaggi che si completarono con una netta scelta europeista, con una netta posizione pro Nato e contro il patto di Varsavia, visto più come un carcere che come un ombrello di sicurezza, con la sostanziale condanna dell’invasione della Cecoslovacchia, fino alla critica al metodo sovietico in un congresso del PCUS che gli costò uno strano incidente che poteva essergli mortale durante un viaggio in Bulgaria. Insomma a lui fu chiaro che l’idea di una via europea al socialismo non poteva che passare per il metodo democratico se non con la necessaria “contaminazione” con altre culture politiche democratiche, con quelle altre forze non di sinistra, ma espressione di una società che era varia per idee, aspirazioni e modelli di vita.

Insomma Berlinguer insinua nella sinistra l’idea che il socialismo non sia una meta, un arrivo, ma una via dalla quale si può tornare indietro, per poi ricominciare. Non il paradiso promesso, ma un percorso atto a riformare il paese secondo criteri di maggiore equità al fine di ridurre se non eliminare le diseguaglianze di classe. Insomma per la prima volta nella sinistra il partito passa da essere “partito obbiettivo” a “partito mezzo” ed aggiungo di democrazia. Potremmo dire una sorta di rivoluzione culturale.

Oggi tutti cercano di appropriarsi del nome di Berlinguer cercandone di farne un padre putativo, ma la realtà è che la sinistra più massimalista e ortodossa (quella che, ad esempio, oggi chiama democristiano Renzi), detestava Berlinguer almeno quanto nel mondo cattolico, molti odiavano Moro, che a quell’incontro cattolico e comunista (italiano) era sensibile, cosa poi dimostrata dalla gestione politica di quel sequestro che portò al tragico epilogo dell’uccisione dello statista.

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Manifestazione referendum scala mobile

Se non per un preciso complotto, certamente per caso, quel compromesso storico fu cancellato proprio da quel sequestro e da quella uccisione. In seguito arrivo Craxi e l’attacco alla scala mobile, lì, Berlinguer respinto dall’area di governo, emarginato, decise di contrastare il flemmatico segretario socialista arrivando allo scontro referendario, scatenando il sindacato CGIL in una battaglia che risulterà poi perdente e forse di retroguardia.

Non è un caso forse se dalla sconfitta referendaria, partì il declino del Partito comunista e dello stesso sindacato, un declino che poi sarà conclamato con la caduta del muro di Berlino e la conseguente crisi delle ideologie.

Non riuscendo la contaminazione o se preferite il compromesso, il PCI si lascio emarginare chiudendosi nella questione morale, dopo la celebre intervista di Repubblica a Scalfari nel 1981. Da allora per dirla con Piccolo, Berlinguer non parlo più al paese ma ai soli comunisti, finendo per scegliere una deriva purista, da contrapporre, senza un progetto per il paese che si opponesse in alternativa alla contradittoria modernizzazione craxiana che saturata di elementi di corruzione finì per convincere la sinistra comunista che modernizzazione si coniugasse con corruzione.

La modernizzazione è un processo culturale che richiede un processo politico più che etico, la politica impone scelte concrete e semmai l’etica deve curare gli aspetti comportamentali conseguenti a queste scelte. Occorre misurarsi con forze, bisogni ed idee diverse, rischiando di sporcare le proprie, ma senza contaminazione è impossibile un’evoluzione culturale e quindi poi sociale. Una sinistra che diventava liturgica che assume più il carattere religioso che d’intervento e di analisi storica, finì per perdere di vista la realtà del Paese. Il convincersi dell’essere i puri e incorruttibili, non impedì che il referendum per la reintroduzione della scala mobile fosse respinto, un chiaro segnale del fatto che la società non corrispondeva alle speranze e alle certezze del PCI. Un segnale che sdegnosamente non fu accolto nemmeno in sede di successivo analisi del voto referendario, il partito si chiudeva nel suo intransigente credo.

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Quel stringersi sempre più nella convinzione che il paese era corrotto e che il PCI aveva uno scopo pedagogico allontanava il partito da un essenziale scopo della politica che è quello più pragmatico di rendere la vita dei consociati più semplice e con maggiore benessere, di rendere il diritto uno strumento con cui alimentare la madre di tutte le contaminazioni che è la Costituzione italiana, che non ha caso è costruita con principi che per dirla con Mortati, sono tutt’altro che astratti, ma talmente reali da assumere una forze precettiva, tanto da essere il riferimento diretto della Corte Costituzionale per la valutazioni di legittimità delle leggi.

La retromarcia di Berlinguer e del PCI su posizioni più etiche che politiche divenne il vulnus, il punto di partenza, di una diaspora nel nome della presunta purezza che è proseguito anche dopo mani pulite, penalizzando sempre il PCI, e le sue diverse evoluzioni fino al PD, nella sua capacità di essere guida di governo. La sinistra ha finito per vedere sempre il potere con sospetto, una minaccia di contaminazione alla propria nettezza: “meglio sconfitti che compromessi”, ostinandosi, finanche in periodi in cui si occupava palazzo Chigi, ad essere forza di lotta con scarsa propensione alle responsabilità di governo.

L’aspirazione alla purezza politica era tuttavia, una mera aspirazione, una condizione oserei dire psicologica, lo dimostra il fatto che in più di un’occasione, quella stessa sinistra ha dimostrato di esercitare il potere con gli stessi vizi delle controparti politiche. E non tanto per le vicende del “compagno G” Greganti, coinvolto ai tempi di mani pulite, ma per il fatto che negli enti locali, quel partito, non rinunciava a favorire amici di tessere, quando non di gruppi di potere interni, baronie locali che non premiavano il merito ma spesso gli amici di cordata, i capobastoni che portavano voti, e che dire del capitolo cooperative? E del sindacato? Sono cose che si sanno, ma non si dicono, sono il vissuto di tante realtà locali ben note ai cittadini dei vari luoghi.

Ecco, a mio avviso, quale fu il limite della “Questione morale” che rappresentò il segno di rottura definitiva tra il Partito comunista e gli altri, una sintesi troppo netta che fu avvertita da una buona parte della sinistra (quella più massimalista) come la fine di un equivoco, mentre in realtà spinse quello che era stato il più grande partito comunista dell’occidente ad emarginarsi scollandosi anche dalle realtà sociali e produttive di cui era stato grande interprete democratico. Oltretutto condannando gli altri partiti come lobby affaristiche e fucine di corruzione, restando ciechi su quando avveniva e da sempre anche nel PCI.

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Da allora in poi la sinistra, nelle sue diverse evoluzioni, è rimasta ferma nella sua indignazione intellettuale, indignazione accresciuta con la discesa in campo “dell’anomalia Berlusconi”, che ha ancora di più confermato la sinistra nella sua svolta etica, contrapponendo alla disinvolta ed inefficacie politica di una destra asservita agli interessi di un padrone, solo indignazione, ma niente sul piano dei programmi e delle proposte, fino a diventare incapace di ascoltare le sofferenze di un paese che chiedeva soluzioni, fino ad indignarsi verso stesso gli italiani che magari in assenza di alternative continuavano a votare il cavaliere o semplicemente a non votare più.

Nessuna risposta alla disoccupazione che cresceva, ad un precariato che divorava il futuro dei nostri figli, ad un territorio già fragile di per se che era ancor più abbandonato, con condoni ed omissioni, e i cui effetti siamo purtroppo a verificare ogni anno in termini di disastri e morti, ad un mondo che si globalizzava e che chiedeva sviluppo, ricerca, competizione.

Eppure questa sinistra aveva le sue occasioni. In particolare con Prodi, ma anche in quel caso emerse il vulnus della “purezza politica”.
Nel 1998 la discussa finanziaria di Prodi, frutto indubbiamente di un lungo lavoro di mediazione, fu liquidata da Bertinotti, allora leader di Rifondazione Comunista con queste parole che Francesco Piccolo cita testualmente:
“ Signori presidenti, signore e signori deputati, il partito della Rifondazione comunista ha chiesto ai suoi parlamentari di ritirare la fiducia al governo e di votare contro questa finanziaria. […] Vedete? Non ci avete ascoltato. Per questo siamo costretti a votarvi contro. Faremo l’opposizione a questa maggioranza e a questa finanziaria, a questa maggioranza modellata su un impianto moderato che oggi paga un prezzo impagabile di una rottura di una forza di sinistra, e non c’è governo che valga una scissione di una forza di sinistra. Ho finito. Abbiamo scelto di fare opposizione al vostro governo e a questa maggioranza: noi vorremmo poter essere eredi di Marx; certamente siamo coerenti con il lascito di Kant, quello di camminare eretti. Ci volevate piegare, non ci avete piegato: la coerenza di oggi lavora per l’alternativa di domani”.

Belle parole, peccato che non ci fu l’indomani alcuna alternativa, viceversa il governo Prodi cadde per un voto e dopo Berlusconi ritornò finendo per “regnare” direttamente dal governo o sostanzialmente dall’opposizione per altri quindici anni. Viceversa scomparvero Bertinotti e il suo partito invocante Marx e la purezza etica di Kant.

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Fausto Bertinotti

Sarebbe stato più utile in quell’occasione ricordare Weber e la sua celebre lezione su “La politica come professione”, là dove il celebre pensatore contrappone nella pratica politica due modi di agire. In un caso, l’azione ispirata da “l’etica dei principi” nell’altro caso da “l’etica della responsabilità”. Nel primo caso non ci si occupa delle conseguenze sulla realtà effettiva della società, i principi non sono derogabili, non possono essere macchiati da scelte di mera opportunità. Nel secondo caso, viceversa, l’azione politica tiene presente gli effetti, le conseguenze che ne derivano. Come sottolinea il filosofo Salvatore Veca, si tratta di “un’etica della capacità di risposta”. Insomma, al di là del proprio ego, del intimo principio etico che ci ispira, il politico deve considerare la diversità dei consociati, il sentimento e il bisogni della gente, dei cittadini, su cui la propria azione politica si cala; si assume la responsabilità di agire non solo per soddisfare il proprio credo ma per rispondere ai cittadini, alle loro necessità.

Questa è la politica.

Ed aggiungo che la mediazione, il confondersi, il compromettersi sono l’humus della democrazia, come del resto dimostra coerentemente nel suo articolato la nostra stessa Costituzione, che fu indubbiamente frutto di un compromesso che legava il pensiero liberale a quello cattolico e socialista.

Il sentimento della “purezza” (spesso presunta) a tutti i costi, induce la politica all’immobilismo e non è un caso che l’Italia sia in recessione dopo venti anni di sostanziale stagnazione economica.

Lo spirito della prima Leopolda , quella che vide protagonisti insieme Renzi e Civati, partiva proprio da questa esigenza. Dietro la rottamazione o “oltre la rottamazione” per parafrasare un’opera dell’attuale premier, c’era e c’è proprio il bisogno di riportare al centro della politica la realtà, con i suoi dubbi, le sue necessità e con l’obbligo di scelte chiare magari a volte scomode. Il bisogno di far prevalere una “ragione pratica” in un paese dove la politica era diventata sorda alla società e autoreferenziale. Un discorso che si estende anche ad altri soggetti politici ed in primis i sindacati, da troppi anni incapaci di rinnovarsi e di interpretare il nuovo contesto sociale e del lavoro che si è determinato.

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La prima Leopolda

Per questo appare vincente una sinistra moderna, quella interpretata dall’attuale leader del PD, perché appare attuale, ovvero relativo al suo tempo, capace di corrispondere al gusto e alla mentalità di oggi. La destra “purista” appare invece, reazionaria, desiderosa di tornare al passato, nostalgica ed infondo fortemente conservatrice.

La sinistra oggi vincente comprende che al centro della globalizzazione vi è l’uomo. Fu una cosa, del resto, già colta anche dalla nostra Costituzione, che pur riconoscendo e salvaguardando le forme di aggregazione associative o di partito, proprio come nota il Mortati, in ultima analisi le considera sempre come strumenti a servizio dell’individuo e della sua complessità nello sviluppo di un sistema di società che si propone come una democrazia fondata sul lavoro e quindi che nel lavoro vede il suo strumento di evoluzione democratica.

La sinistra moderna punta a cercare soluzioni, nella consapevolezza che la politica è visione, progetto, programma metodo e non certamente solo un’asfittica coerenza etica come fu quella di Bertinotti.

Nicola Guarino


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