Altritaliani
Una voce poetica tra Iran e Italia

Forugh Farrokhzad. Alla ricerca della libertà: Vita e opere.

venerdì 28 novembre 2014 di Marzieh Khani

Forugh Farrokhzad è la più importante poetessa persiana del Novecento, popolarissima in Iran. Alcuni suoi testi si trovano in traduzione italiana e anche francese. Nata a Teheran nel 1935 e scomparsa a soli trentadue anni. Ha fatto della libertà il principio fondamentale per la sua opera artistica e per la sua esistenza privata, riuscendo a rinnovare la poesia. Nel 1956, Forugh ha compiuto un viaggio in Italia e di questo viaggio resta il suo memoriale, pubblicato a puntate su una rivista persiana e intitolato “In un’altra terra”. Il testo del memoriale sarà pubblicato in Italia nel 2015, dalla casa editrice fiorentina Le Càriti, per le cure di Marzieh Khani, alla quale Altritaliani ha chiesto un articolo, che pubblichiamo qui di seguito, per presentare ai nostri lettori la figura di Forugh.

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Forugh Farrokhzad

Forugh Farrokhzad nasce il 5 gennaio 1935 a Tehran, da una famiglia della media borghesia. Terza di sette figli, quattro maschi e tre femmine, trascorre un’infanzia felice, assieme alla famiglia, in una grande casa in uno dei quartieri più vecchi della capitale.
Il padre, Mohammad Baqer Farrokhzad, è un militare severo, appassionato di letteratura, mentre la madre, Turan Vaziri Tabar, è casalinga.
A dispetto delle regole imposte dai genitori, la piccola Forugh persiste a vivere libera da ogni costrizione familiare e sociale. I ricordi di questa infanzia anarchica emergono nel racconto I ragazzi del viale Khadem Azad redatto da Puran, sorella di Forugh:

Era una bambina irrequieta, curiosa, una diavoletta che dopo la nascita di Fereydun, il fratello minore, ha perso le attenzioni dei genitori; le è capitato, infatti, quello che capita alla maggior parte dei bambini nati nelle famiglie numerose!... in seguito, iniziò a comportarsi come i maschi, si arrampicava sugli alberi, camminava sul bordo del muro, ora con gli occhi aperti e su due gambe, ora con le mani aperte e gli occhi chiusi e su una sola gamba. Le piaceva più giocare con i ragazzi che con le ragazze e se non l’accoglievano nel loro gruppo, li picchiava e li copriva di parolacce... Non temeva i castighi e neppure piangeva, batteva il piede per terra e gridava con fermezza: «ho fatto bene, ho fatto bene e lo rifarò ancora!» Nessuno sapeva o voleva sapere il vero motivo del cambiamento in lei. Ma Forugh, solo osservando gli atteggiamenti del padre e considerando i vantaggi che concedeva ai figli maschi, dai quali le figlie erano escluse, cercava di eliminare le disuguaglianze tra uomo e donna e le sue grida di protesta volevano dire che non c’è nessuna differenza tra di noi, anzi siamo più dure e più forti di loro... Purtroppo mio padre non era l’unico prepotente di casa, anche mia madre con tutta la sua semplicità, gentilezza e sensibilità svolgeva il ruolo di una dittatrice autoritaria. Nessuno osava disobbedire alle sue norme rigide. Una minima disobbedienza finiva in una punizione dolorosa. Per qualsiasi cosa aveva un programma preciso che si doveva eseguire ad ogni costo: l’ora di svegliarsi, di mangiare, di dormire, di giocare, di studiare, il modo di mangiare, di vestirsi, di parlare e di ascoltare; ci rendeva uniformi, scegliendo i modelli e i colori dei nostri abiti con il proprio gusto... Se evitavamo di mangiare il pasto che avevamo davanti (talvolta Forugh gettava a terra il piatto), oppure non andavamo a letto nell’orario fissato, non spegnevamo la luce e non rimanevamo zitti, ci toglievamo il vestito che ci faceva mettere con la forza o lo strappavamo (come faceva Forugh), allora la madre arrossiva dalla furia, strillava, gridava, diceva parolacce; faceva tutto questo, ma non riusciva a capire perché i suoi figli si opponessero alle sue regole, perché Amir Masud scappasse di casa, perché Puran non mangiasse, perché Forugh seppellisse le sue scarpe nuove nel giardino e perché Fereydun strappasse la sua giacca?!... Lei voleva educarci con il proprio metodo, lui con il suo, e quindi in casa c’erano sempre dei litigi senza fine e noi poveri bambini eravamo i soliti spettatori di queste liti che andavano via via aggravando...!  [1]

Impara a leggere e a scrivere in tenera età, prima ancora di iniziare il periodo scolastico. Dopo aver concluso le elementari, nel 1946, si iscrive alla scuola pubblica di Khosro Khavar. Durante questo periodo legge innumerevoli libri e talora scrive anche dei versi. Ma inizia a comporre le sue prime poesie nella forma classica di Ghazal  [2] a partire dal 1949, l’anno in cui frequenta la scuola di pittura e di cucito di Kamalolmolk, dove conosce Sohrab Sepehri [3] con cui instaura una intensa amicizia.

Il 14 settembre del 1950 sposa, contrariamente alla volontà dei genitori, il cugino trentenne Parviz Shapur, impiegato di un’azienda petrolifera che più tardi diventerà autore di caricature fatte con le parole, per le quali è molto conosciuto nella sua patria. In seguito, si spostano, per l’occupazione del marito, ad Ahvaz, nel sud dell’Iran. Lavora intensamente e dal 1951 inizia a collaborare a periodici letterari (come «Ferdousi», «Omid-e Iran», «Andishe-o Honar» e «Roshanfekr»). Nella primavera del 1952 dà alle stampe il suo primo volume di poesie, Prigioniera, composto da quarantaquattro liriche, nelle quali riverserà tutto il fervore della propria anima. La raccolta rivela l’attitudine e l’efficacia del linguaggio di una giovanissima autrice che in poco tempo riuscirà a diventare uno dei personaggi eccellenti della poesia persiana contemporanea. I versi audaci di questo volume, tuttavia, le procureranno i più offensivi giudizi della società bigotta iraniana, tanto da essere nominata «la poetessa del peccato».

Con la nascita di suo figlio, Kamyar, il 19 giugno 1952, si intensificano i contrasti tra la giovane poetessa e il marito tradizionalista che pretende da sua moglie la totale dedizione alla vita familiare. Forugh viene costretta a compiere una scelta difficile: nell’autunno del 1955 divorzia da Parviz Shapur e torna a vivere a Tehran, ma secondo la legge perderà per sempre il diritto di vedere suo figlio. Il trauma dell’allontanamento dal figlio unico lascia un segno sia nella sua vita privata che in quella artistica: in alcune poesie e nelle lettere scritte ai familiari si sente la sofferenza che accompagna sovente la poetessa per la separazione dal bambino, ma anche un cupo senso del peccato. Questo allontanamento (a cui si aggiungeranno altri drammi familiari e sociali) la porterà, nel 1956, a ricoverarsi per un mese in un ospedale psichiatrico e nei primi anni Sessanta a tentare tre volte il suicidio.

Dopo l’uscita, nel 1955, della seconda edizione di Prigioniera (con una presentazione di Shafa  [4] che chiede ai lettori di leggere le poesie evitando giudizi morali: «L’opera di Forugh verrà affiancata alle liriche dell’America Latina, specialmente a quelle di Alfonsina Storni. Le sue poesie hanno a che fare più con i sentimenti che con la ragione e Forugh cerca più ardore che felicità».)  [5] e la pubblicazione, nel giugno 1956, della seconda opera poetica, Il muro (dedicata all’ex marito in segno di affetto e gratitudine), intraprende un viaggio in Europa (per liberare la mente dai problemi e trovare l’energia e l’equilibrio necessario per riprendere le attività quotidiane ed artistiche) partendo il 6 luglio 1956, prima per l’Italia e poi, verso la fine del dicembre di quello stesso anno, per la Germania. Dopo quattordici mesi, nell’agosto 1957, ritorna a Tehran e continua la sua attività di scrittura: pubblica i suoi ricordi dal viaggio in Italia (il memoriale, intitolato In un’altra terra è pubblicato tra l’ottobre e il novembre 1957 su «Ferdousi»), sei racconti (simili sia dal punto di vista tematico che strutturale, editi su quest’ultima rivista, tra l’ottobre e il dicembre 1957: La sconfitta, Il dolore del domani, La fine, Il mio piccolo amico, L’indifferente e L’incubo). E il terzo volume di poesie, Ribellione (edito con gran successo nell’estate 1958, comprende i pensieri filosofici e ribelli della poetessa in diciassette componimenti poetici scritti a Roma, a Monaco e a Tehran e si apre con due versetti della Torah e un versetto coranico). Grazie al successo della sua terza raccolta poetica, Farrokhzad si inserisce nell’ambiente letterario e si intensificano le sue collaborazioni su riviste.

Nel 1958 conosce tra l’altro il regista e scrittore Ebrahim Golestan (n. 1930), con il quale nasce un profondo legame amoroso che la accompagnerà fino alla sua morte e da questo incontro inizia anche la sua fortuna cinematografica: nel 1959 si occupa del montaggio del documentario Un fuoco (girato in una zona desertica, durante l’incendio di un pozzo petrolifero), nel 1960 recita e collabora alla produzione del film Il rito del matrimonio in Iran (ordinato dall’Associazione Nazionale del Film di Canada anche in India, Italia e nello stesso Canada), nel 1961 realizza alcuni documentari commerciali (per la casa editrice «Keyhan» e per la fabbrica dell’olio Pars) e la colonna sonora per il lungometraggio Onda, corallo e roccia, nel 1962 recita nel film Il mare, mai portato a termine, tratto dal racconto Perché il mare era in burrasca?, redatto dal noto scrittore iraniano Sadeq Chubak (1916-1998), nel 1963 codirige e recita nel primo e nell’ultimo episodio de Il mattone e lo specchio. Si impegna, inoltre, nel montaggio del primo episodio della serie televisiva “Panorama” e collabora, come assistente del regista, dal secondo al sesto episodio.

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Forugh Farrokhzad durante le riprese di La casa è nera.

Nell’autunno del 1962 realizza il documentario La casa è nera, su una comunità di lebbrosi rinchiusi in una casa di cura a Tabriz; un capolavoro cinematografico che, con i bellissimi testi della poetessa, recitati dalla sua stessa voce, diviene poesia. Malgrado la critica iraniana accusi Farrokhzad di usare i malati, e di creare «scene orribili», «sgradevoli» e «sconvolgenti» adoperate come metafora dell’Iran sotto lo shah Pahlavi, La casa è nera, nel 1964, ottiene, tra sessantacinque documentari, il primo premio alla regia al Festival Internazionale del Cortometraggio di Oberhausen e altri importanti riconoscimenti internazionali. Dopo la fine delle riprese, Farrokhzad adotta anche un bambino, figlio di lebbrosi, e con il consenso dei genitori lo porta con sé a Tehran.
Le attività cinematografiche la conducono diverse volte in Europa: nell’estate 1959 e nella primavera del 1961 viaggia in Inghilterra per seguire i corsi professionali ed intensivi di produzione cinematografica. Nell’estate 1964 parte per la Germania, l’Italia e la Francia. E nella primavera del 1966 partecipa alla seconda edizione del Festival del Cinema d’Autore a Pesaro, dove conosce Bernardo Bertolucci, che sta realizzando il film documentario La via del petrolio.

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Pubblicato nel 2015

Questo ultimo viaggio di Forugh in Italia dura quattro mesi e, come confida alla sorella Puran, una zingara, durante il suo soggiorno in Italia, le legge la mano e le predice amori e morte violenta.
È proprio nel 1966 che Bernardo Bertolucci, per portare a termine La via del petrolio, viaggia in Iran, dove decide di intervistare Forugh (quello che quasi tutti i biografi ricordano come un documentario realizzato da Bertolucci sulla vita di Forugh Farrokhzad, in effetti non è che un’intervista). L’operatore che aveva accompagnato il regista italiano ha ripreso l’intera conversazione, ma queste immagini non sono state mai messe in onda dalla televisione iraniana. In Iran sono visionabili solo pochi minuti di questa conversazione in alcuni documentari realizzati sulla vita della poetessa dopo la sua morte. Esiste, tuttavia, il nastro magnetico dell’intervista fatta a Forugh, in cui Bernardo Bertolucci le rivolge tre domande in francese alle quali lei risponde in persiano. La loro conversazione ruota attorno al rapporto degli intellettuali persiani con il popolo, alla situazione dell’Iran degli anni Sessanta e al documentario La casa è nera, in cui la lebbra diventa un simbolo della sofferenza umana.
A proposito del momento storico in cui viene realizzata l’intervista e dell’incontro tra Farrokhzad e Bertolucci, il poeta Ahmadreza Ahmadi ha ricordato: «Il governo aveva condannato a morte un gruppo di persone accusato di avere l’intenzione di assassinare Mohammad Reza Shah. Essendo informata di questa notizia, Forugh pianse per tutto il tempo trascorso con gli amici e poi decise di salvare queste persone da tale pena preparando un annuncio e affidandolo al regista italiano Bernardo Bertolucci, che era ancora a Tehran. La pubblicazione della notizia che si trattava di uomini imprigionati e condannati a morte in Iran soltanto per motivi politici, ha avuto, naturalmente, un riflesso molto importante nei mass media di tutto il mondo e così la loro condanna fu convertita in ergastolo».  [6]
L’altruismo della poetessa la induce anche a nascondere, per alcuni mesi, nella sua abitazione, un attivista che la polizia inseguiva e, nel gennaio 1963, a difendere gli studenti durante gli scontri con la polizia, davanti alla sede dell’Università di Tehran, dove Farrokhzad viene arrestata. Jalal Khosro Shahi racconta di quel giorno:

Ho ricevuto una chiamata da parte di un ufficiale, appassionato di letteratura, che aveva riconosciuto Forugh. Mi ha riferito l’accaduto e ha confermato che per liberarla avremmo dovuto affrettarci, altrimenti alle cinque del mattino l’avrebbero trasferita al carcere delle donne. In seguito, abbiamo fatto tutto ciò che potevamo e alla fine, verso le quattro, siamo riusciti a farla uscire da lì. Avevano anche sbattuto la sua testa contro il muro e lei era svenuta.  [7]

A partire dal 1962, Forugh si accosta anche al teatro. Dopo il suo primo lavoro, Mrs Warren profession di Bernard Shaw, rimasto incompiuto, interpreta, il 9 gennaio 1964, la parte della figliastra in Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello (lo spettacolo diretto da Pari Saberi  [8] andrà in scena nell’Istituto Italiano per il Medio e Estremo Oriente a Tehran) e recita nel 1966 la parte di Nina nel dramma Il gabbiano di Anton Čechov.

La pubblicazione, nel marzo 1964, della raccolta poetica Un’altra nascita segna nella sua carriera un grande successo. Forugh segue la strada scelta da Nima Yushij, punta sulle problematiche dell’essere umano e su delicati temi ideologici e filosofici, e diviene la pioniera di nuovi princìpi.
Un’altra nascita è stata non tanto una nuova nascita per Farrokhzad quanto una rinascita per la poesia persiana. La poesia che porta il titolo di questa raccolta è dedicata «A E.G.» (Ebrahim Golestan).

Riprende una fitta attività letteraria, componendo versi su complessi temi esistenziali riflettendo, in particolare, sulla solitudine, il declino e la morte (postumo esce, nel 1974, Crediamo nell’inizio della stagione fredda, che raccoglie svariate liriche apparse, a partire dal 1964, sui periodici letterari) e portando a termine, nel 1966, la stesura del copione di un film attinente alla vera esistenza della donna iraniana.
Nella biografia della poetessa vanno ricordate, inoltre, le traduzioni in persiano di St. Joan di Bernard Shaw nel 1962, di The Colossus of Maroussi di Henry Miller e le collaborazioni con Hamid Samandarian per tradurre Il cerchio di gesso del Caucaso di Bertolt Brecht.
Dal 1965 iniziano le realizzazioni dei cortometraggi, tratti dalla sua vita, dall’UNESCO e dal 1966 le traduzioni delle sue opere all’estero.
Il lunedì 13 febbraio 1967, alle quattro del pomeriggio, Forugh Farrokhzad, a soli trentadue anni, perde la vita in un incidente stradale:

... Il tempo è trascorso,
il tempo è trascorso e l’orologio ha suonato quattro
volte,
quattro volte

Dissi a mia madre: «è finita»
dissi, «accade sempre prima di pensarci
bisogna mandare al giornale l’annuncio funebre».
 [9]

Viene sepolta nel cimitero Zahiroddoleh ai piedi delle montagne innevate di Elburz al nord di Tehran.

Forse verità erano quelle due giovani mani, quelle due giovani mani
sotterrate dal peso della neve senza sosta.
 [10]

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La tomba di Forugh nel cimitero Zahiroddoleh a Tehran

Dopo la scomparsa di Forugh Farrokhzad, nel quattordicesimo festival di Oberhausen, svoltosi in Germania Ovest tra il 31 marzo e il 6 aprile del 1968, gli organizzatori, per rendere omaggio a questa grande artista, denomineranno il Gran Premio per i film documentari «In ricordo di Forugh Farrokhzad» e selezioneranno il motto del festival tra le parole recitate da Ebrahim Golestan, all’inizio de La casa è nera: «Non vi è carenza di brutture in tutto il mondo. Se l’uomo avesse chiuso gli occhi ad esse, ci sarebbero state ancora di più. Ma l’uomo è un risolutore di problemi».
Anche le «persone libro» dell’Associazione Donne di carta, il 20 febbraio del 2011, le hanno reso omaggio attraverso la lettura a più voci (in italiano e in persiano) di poemi come È solo la voce che resta, Per le strade fredde della notte, Crediamo nell’inizio della stagione fredda e Sulla terra.

Gli intellettuali del suo paese, e soprattutto i giovani, in occasione dell’anniversario della morte della poetessa, ogni anno, si riuniscono insieme, accanto al suo sepolcro, accendendo candele e leggendo le sue poesie, di fronte ai versi dell’epigrafe che recitano: «Io parlo dall’estremità della notte / Dall’estremità della tenebra / dall’estremità della notte / io parlo / Se verrai a casa mia, oh mio caro / portami una luce / e una piccola finestra / per guardare la stradina affollata e felice».

Marzieh Khani
(Università per Stranieri di Perugia)

N.d.r. UN LIEN TRES INTERESSANT EN LANGUE FRANCAISE
http://lettresperses.free.fr/LP/spip.php?article575

La voce di Forugh Farrokhzad

Un’altra nascita

Tutto il mio essere è un canto oscuro
che nel continuo ripeterti
ti porterà
all’alba di eterne crescite e fioriture
in questo canto, io, ti ho sospirato, sospirato,
in questo canto, io,
ti ho congiunto all’albero, all’acqua e al fuoco
La vita forse
è un lungo viale dove ogni giorno
una donna attraversa con un cesto
la vita forse
è una corda con la quale un uomo
si impicca a un ramo d’albero
la vita forse
è un bimbo che torna da scuola
la vita forse
è accendere una sigaretta
nella pausa narcotica fra due amplessi
oppure lo sguardo assente di un passante
che si toglie il cappello di testa
e con un sorriso insignificante dice a un altro: «buongiorno»
la vita forse
è quell’attimo sbarrato
quando il mio sguardo si perde nelle pupille dei tuoi occhi,
e in ciò v’è un sentimento che unirò
alla percezione della luna e alla comprensione dell’oscurità
In una stanza grande quanto la solitudine
il mio cuore
grande quanto l’amore
guarda alle semplici pretese della sua felicità,
alla bellezza dell’appassire dei fiori nel vaso
alla piantina che tu hai interrato
nel giardino della nostra casa
al canto dei canarini
che cantano nello spazio di una finestra
Oh...
la mia parte è questa
la mia parte è questa
la mia parte
è un cielo portato via da una tenda appesa
la mia parte
è scendere una rampa di scale abbandonate
e giungere a qualcosa di logoro e nostalgico
la mia parte
è una malinconica passeggiata nel giardino dei ricordi
e morire nella tristezza di una voce
che mi dice:
«Amo
le tue mani»
Pianterò le mie mani nel giardino
crescerò, lo so, lo so, lo so
e le rondini deporranno le uova
nelle cavità delle mie dita, colorate d’inchiostro
Mi metterò gli orecchini
di due rosse ciliege gemelle
e incollerò alle mie unghie petali di dalia
C’è una stradina
dove i ragazzi che erano innamorati di me
con gli stessi capelli spettinati
e i colli sottili e le gambe magre
pensano ancora ai sorrisi innocenti di una ragazza
che una notte il vento portò via con sé
C’è una stradina che il mio cuore
ha rubato ai quartieri della mia infanzia
Il viaggio di una sagoma lungo la linea del tempo
e fecondare con una sagoma l’arida linea del tempo
la sagoma di un’immagine cosciente
che ritorna da una festa nello specchio
Ed è così
che qualcuno muore
e qualcuno resta
Nessun pescatore troverà mai una perla
in un esile rivo che finisce in una fossa
Io,
conosco una piccola triste fata
che abita in un oceano
e suona, dolcemente,
il suo cuore in un flauto magico
Una piccola triste fata
che muore di notte con un bacio
e rinasce all’alba con un altro bacio. [11]

[1P. FARROKHZAD, Kasi ke mesle hichkas nist, V ed., Tehran, Karvan, 2008, pp. 210-216.

[2Componimento monorimico breve di carattere lirico, nato nel VI secolo con il poeta persiano Sanai Ghaznavi.

[3Poeta e pittore iraniano, nato nel 1928 e scomparso nel 1980.

[4Shojaeddin Shafa (1918-2010) è un letterato, storico, giornalista, traduttore e diplomatico iraniano.

[5SH. MORADI KUCHI, Shenakht nameye Forugh Farrokhzad, II ed., Tehran, Ghatreh, 2005, p. 202.

[6Intervista al poeta Ahmadreza Ahmadi (n. 1940), nel documentario Sarde sabz (la vita e la morte della grande artista Forugh Farrokhzad), con la regia di N. Saffarian, 2002.

[7Il ricordo è contenuto nel documentario citato nella nota precedente.

[8Regista teatrale, drammaturga e scrittrice iraniana, nata nel 1932.

[9F. FARROKHZAD, Crediamo nell’inizio della stagine fredda (cit. in F. MARDANI, È solo la voce che resta, Roma, Aliberti editore, 2009, pp. 159-165).

[10F. FARROKHZAD, Crediamo nell’inizio della stagine fredda (cit. in D. INGENITO, La strage dei fiori, Napoli, Orientexpress, 2008, p. 32).

[11F. FARROKHZAD, Un’altra nascita (cit. in F. MARDANI, È solo la voce che resta, cit., p. 153-156).


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