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Venezia per noi: La storia di Ilo

venerdì 19 agosto 2016 di Italo Stellon

Io, a Venezia, sono Ilo.

Io, in questa città ci sono nato. E se vi venisse voglia di dire “ah beh”, io risponderei senza paura “Si’ beh” perchè nascere a Venezia non è da tutti.

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Un canale di Cannaregio

Sono nato al civico 5831 di Cannareggio che non è l’anagrafica di una lunga strada di nome Cannareggio, visto il numero a 4 cifre, ma la progressione nel sestriere perchè, a Venezia, i numeri non si attribuiscono per “calle, strada, sotoportego, salizada, campo, campiello, corte” ma, appunto, con una progressione che conoscono bene solo i postini e gli esattori delle tasse.

Sono nato in una corte, una Corte Sconta. Perchè le corti a Venezia sono di due tipi: normali e sconte. Quelle normali si attraversano, quelle sconte si raggiungono e poi si torna indietro. La mia, la corte Morosini, era ed è rimasta una “Corte Sconta” perchè a Venezia quasi nulla è mutabile. E per ogni bambino chi nasce e vive in una corte sconta è quasi naturale il desiderio di conquistare una “Corte aperta”. Conquistare una corte aperta significava essere “grandi" ed è per questo che la conquista, fatta di tante piccole cose, ti rimane fissa nella memoria.

Conquistare una Corte Aperta significava sedersi sul rispettivo pozzo e io quella corte e quel pozzo li avevo visti solo dalla finestra della nostra cucina. Poi accaddero eventi e quella corte e quel pozzo divennero il “pozzo di “Ilo” nella “Corte di “Ilo”.

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Il pozzo della corte

Ma andiamo con ordine. A Venezia ogni campo o corte che si rispetti deve avere il pozzo. Il pozzo per i bambini era il luogo di ritrovo, il luogo per giocare con le figurine, il luogo per le prime cotte amorose. Il mio pozzo nella Corte Aperta era particolarmente famoso perché era il pozzo della “Corte del Milion” che, per la storia non certificata, si ritiene abbia ospitato la dimora della famiglia Polo che diede i natali al più famoso Marco. Ma per noi quello divenne e rimase il pozzo di “Ilo nella Corte di Ilo”. Si, Ilo sono io, nonostante il mio nome, già allora, fosse Italo.

La conquista del pozzo e della corte non fu cosa semplice perché la concorrenza tra noi bambini era agguerrita. Per immortalare il proprio nome bisognava aver attraversato il ponte. Si, il ponte. Proprio quello che dalla Corte Aperta porta al Campo Santa Marina. E’ un Ponte Storto che, ovviamente, si chiama Ponte del Milion e che dà in una calle stretta e buia. Per noi bambini, il ponte storto, la calle stretta, il buio, costituivano l’oggetto di sfida: attraversarlo era condizione per, almeno per un po’ di tempo, diventare i sovrani del pozzo e della Corte. E, alla fine ci riuscii. Ma non per merito mio o per mia esplicita volontà di superare ostacoli così rilevanti.

Merito e volontà furono indotti da mio nonno che di nome faceva Amilcare e aveva lungamente lavorato all’Arsenale, un luogo che per noi rappresentava le navi e per i veneziani invece “il luogo mitico” della classe operaia. Mio nonno era in pensione e frequentava, come tutti i pensionati veneziani che si rispettano, l’osteria. E l’osteria di mio nonno era oltre il ponte e oltre la calle.

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Corte Morosini

I fatti accaddero d’estate quando già le giornate tendono ad accorciarsi e si sente nell’aria la prossimità dell’autunno. A Venezia no. E’ vero che le giornate si accorciano ma Venezia vive la sua seconda primavera. Quelle sono le giornate della Regata Storica, dei tramonti infuocati, dei colori vivi e marcati e, per mio nonno, erano i giorni che anticipavano il vino nuovo.

Per lui era indispensabile accogliere con amore la vendemmia che si avvicinava e, secondo lui che se ne intendeva, il miglior viatico al vino nuovo obbligava a dar fondo al “vino vecio” per far spazio, appunto, a quello nuovo. E in quei giorni settembrini ciò costituiva, per mio nonno, la sua principale attività. Solo che, verso sera, questo intenso lavorio di ombre e di quartini produceva inevitabilmente incresciose incapacità di ritrovare la giusta via di casa.

Assunto il problema, i grandi erano impegnati a trovare ogni giorno una soluzione adeguata e, visto che oramai io nella Corte Aperta ci bivaccavo per lunghe ore, un tardo pomeriggio ricevetti l’ordine di “andar a prendere il nonno”. A pensarci ora fu veramente un’impresa. Partendo dalla Corte Aperta dopo aver superato il ponte storto e percorsa fino a metà la calle buia, si doveva girare a destra per arrivare, dopo un altro ponte, in Salizada San Lio. Lì, a metà Salizada troneggiava l’insegna dell’Osteria alla Colonna, covo riconosciuto dei pensionati dell’Arsenale e oggi trasformata in ristorante!

Quel pomeriggio tutto si svolse senza intoppi, vuoi perché per attraversare il Ponte Storto attesi che arrivassero due foresti, vuoi perché i due foresti mi precedettero nella calle buia, vuoi perché i “grandi” per invogliarmi al recupero del nonno mi avevano parlato del venditore di frutta caramellata che, a quell’ora, passava proprio per l’osteria. Il comando ricevuto divenne in pochi secondi di dominio pubblico tra tutti i miei compagni che, con curiosità malcelata, mi accompagnarono fino al ponte storto dove bivaccarono in attesa del mio ritorno.

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Salizada San Lio

Recuperai il nonno, investii le sue ultime lire della giornata in uno stecco di noci sgusciate e caramellate, feci il percorso a ritroso e, trionfante attraversai il ponte storto riportando a casa il nonno.

Fu così che conquistai il diritto di attribuirmi il pozzo e la corte e, da allora, anche il compito domestico di recuperare il nonno alla sua osteria.

A Venezia il tempo scorre diversamente. I ritmi sono rallentati sia che si proceda a piedi sia che si usino barche, vaporetti, motoscafi. Non so se fu questo diverso scorrere del tempo, che scoprii per la verità solo dopo essermi trasferito vai in terraferma, ma mi innamorai di un orologio.

Per la verità, a casa nostra l’orologio lo aveva solo il nonno. Uno di quegli orologi da tasca che, tradizionalmente, venivano consegnati ai pensionati dell’Arsenale quale premio per la loro fedeltà lavorativa. E il nonno, quell’orologio lo conservava come una reliquia senza mai caricarlo perché usava dire “non si sa mai, la molla potrebbe rompersi”! Noi bambini quell’orologio si riusciva a vederlo solo nelle feste comandate quando il nonno lo infilava nel taschino del panciotto che indossava sotto il vestito da festa per la visita mattiniera all’osteria. Ma, non essendo caricato, segnava sempre la stessa ora.

L’orologio invece di Strada Nova era grande, affisso al muro, le lancette si muovevano e ci si poteva fermare per osservarne lo scorrere lento ma costante. E me ne innamorai.

Per vederlo bastava, una volta usciti dall’asilo, deviare a destra appena arrivati in Campo Santi Apostoli e l’orologio eccolo là. La deviazione mi era consentita solo dalla Zia Elvira che non solo fu complice in queste sortite ma rappresento’ la chiave di volta per interpretarne correttamente gli spostamenti. Intendo, per capirci, quelli dell’orologio.

In casa di zie ce n’erano fin troppe alcune relativamente giovani e in attesa di marito, altre più anziane e tutte zitelle. La zia Elvira era sì zitella ma in casa rappresentava il punto di eccellenza culturale. Non è che avesse studiato molto ma era stata “fuori”. E per un veneziano, chi viene da fuori è sempre guardato con rispetto e sospetto. Se poi il venuto da fuori è un veneziano trasmigrato in terraferma, il sospetto è sempre più forte del rispetto. Salvo che il venuto da fuori non arrivasse da Padova perché, pur considerando i Padovani “gente di campagna”, l’aforisma “gran Dottori” era già noto per via della sua università e tutto ciò incuteva rispetto.

Ma mia zia aveva semplicemente lavorato quale “perpetua” affianco ad un prete padovano e li, in tempo di guerra a tale incarico aveva affiancato quello di titolare di latteria. Quindi, a ragion veduta, sapeva scrivere, fare il conto, pregare, leggere oltre al Gazzettino anche l’orologio.

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L’orologio della Strada Nova

E siccome le zie zitelle avevano il compito di prelevarci all’asilo, quando a farlo era la zia Elvira, la deviazione in Strada Nova diventava obbligatoria e giorno dopo giorno imparai a distinguere ore e minuti. La percezione del trascorrere del tempo fu per me elemento di profonda riflessione. Mi permetteva di misurare la durata del suono delle sirene quando l’acqua saliva, i giorni e i mesi che intercorrevano tra la partenza e l’arrivo di quel signore che era mio padre, le lunghe ore di attesa che spuntassero le sue valigie.

E’ così che si arriva al piccolo banco dei fiori che veniva aperto ogni mattina al sorgere del sole e chiuso ogni sera al tramonto, collocato affianco alla chiesa di San Giovanni Crisostomo (che i maligni chiamano Madonna delle disgrazie), proprio fuori dalla mia Corte Sconta. Là, sostavo seduto sullo sgabello del fioraio nei pomeriggi di attesa del ritorno di mio padre. Mio padre di mestiere faceva il marinaio e il mare lo portava lontano da casa per mesi e mesi tanto che, non ricordandomene esattamente la fisonomia, mi trovavo costretto a chiedere ai passanti, soprattutto uomini che portavano un borsone o una valigia, se, per caso, fossero mio padre. Il fioraio era complice di questa mia ricerca che si concludeva, a proposito di tempo, dopo giornate di attesa perché l’arrivo era sì previsto, ma il quando era molto variabile.

Il fioraio, di tanto in tanto, si sforzava nello spiegare ai passanti le ragioni della mia strana richiesta perché io semplicemente chiedevo - ma tu sei mio padre?-.

Poi mio padre arrivava e la curiosità si trasferiva sulle sue valige alla ricerca di qualche regalo originale.
Un giorno d’inverno, scesi al Campo di Ilo in ciabatte. Pativo un freddo cane ma dovevo mostrare agli amici le mie ciabatte che arrivavano dal Giappone. Erano fatte di gomma e si calzavano infilando una striscia di tessuto tra l’alluce e l’illice. Sì, esattamente quelle, le moderne infradito che allora, nei primi anni ’50, erano veramente una unicità.

E la misura del tempo divenne una questione essenziale anche se l’orologio di strada, come tutti gli orologi di allora segnavano le ore, mica i giorni, le settimane, i mesi, gli anni mentre io nei miei appostamenti rimanevo in attesa del padre per giorni, mesi, qualche volta anni. Poi anche il fioraio chiuse bottega e rimasi solo, anche senza lo sgabello. Una cosa mi era chiara: i regali arrivavano dal mare e il mare era quindi una buona cosa. E così, il mare entrò prepotentemente nella mia vita e con lui la passione di viaggiare e la curiosità di conoscere.

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Sotoportego del Milion

A sette anni conobbi la terraferma. Per i Veneziani di allora la terraferma era un luogo “foresto”. Pochi avevano la macchina tenuta nei garage di Piazzale Roma e le sortite domenicali non andavano oltre i Colli Euganei o i monti dell’Alpago. La mia famiglia patriarcale si ingrandiva e le stanze non bastavano più. Allora via, in terraferma, in un luogo dal nome strano e pieno di mistero. “Catene” anche se le uniche catene che vedevo erano quelle che delimitavano lo spazio davanti alla chiesa e al monumento ai caduti della prima Grande Guerra.

Il mio cuore rimaneva a Venezia e la sindrome dell’acqua fu parte importante della mia giovinezza. Per questo voglio parlarvi, sempre che ne abbiate desiderio, del “Senso dell’acqua”. Si, il “Senso dell’acqua” che come “il senso di Smila per la neve” (romanzo di Frøken Smillas letto in età avanzata), è il “senso” principale che ha regolato a Venezia la vita di tanti bambini. Conobbi le strisce pedonali, i semafori, la precedenza, le moto, le automobili solo in età scolare. Prima conoscevo l’acqua. Ed è lì che maturi, se ben predisposto, quella sensibilità particolare che ti porta ad amare o ad odiare il mare nella sua infinita grandezza. Ed io imparai, non solo per i regali che arrivavano dal mare, ad amare il mare.

A Venezia pero’ non c’è il mare ma semplicemente una laguna che per noi bimbi era grande come il mare. Allora, a quei tempi, in laguna si nuotava, si vogava, si pescava, e, lo imparai dopo, si faceva l’amore. Oggi non è più così: si pesca poco, non si nuota più, si voga molto meno, non so se si fa ancora l’amore.

Fu negli anni della scuola che, nel lento girovagare per il reticolo veneziano scoprii la “Punta della Dogana”. Ci si arriva costeggiando il Canal Grande o il Canale della Giudecca e, una volta arrivati, quasi fosse una Corte Sconta o ci si ferma, ci si siede sul bordo con i piedi che sfiorano l’acqua attenti al passare delle barche e alle onde che possono bagnarti, oppure si torna indietro.

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Punta della Dogana

E, alla mia età di allora, alla Punta della Dogana ci si arrivava quando si marinava la scuola oppure nei pomeriggi domenicali quando per il cinema non c’erano le lire. Il percorso, arrivando dalla terraferma, pare lungo ma è solo la diversa misurazione del tempo a produrre questa sensazione. Alla Punta della Dogana ci si arriva da più direzioni attraversando il cuore della città in un girovagare lento che ritempra lo spirito e ti predispone a riprovare il “senso dell’acqua”. Poi sei là. Sei sulla punta con a destra la Giudecca, e, in senso antiorario, con l’isola di San Giorgio, il profilo del Lido, la riva degli Schiavoni, il Palazzo ducale e, alle spalle, la basilica della Salute.

Uno scenario unico, indimenticabile che ti fa innamorare. Se osservi la punta della dogana dalle grandi navi che ancora entrano in laguna rischi di non coglierne la straordinaria bellezza. Sono troppo grandi, soffocano la vista, non rendono la prospettiva. Ricordo il mio primo passare con una nave davanti a quella punta: una nave piccola, modesta, confusa tra barche.

Fu un passare che trasmise emozioni indescrivibili obbligandomi, mano a mano che la nave procedeva verso il mare aperto, a girare la testa all’indietro e a tendere la mano in un saluto che non poteva essere un addio ma un semplice arrivederci.

Mi si dirà che grandi o piccole che siano le navi sono la stessa cosa. Non è così perché allora ero io, era la nave, eravamo noi che guardavamo con rispetto e timore reverenziale Venezia, mentre ora sono loro, le nuove città galleggianti a pretendere che Venezia le guardi. Il problema etico è tutto qui.

Alla Punta della Dogana ci tornai solo in età matura e fu li che mi trovai a parlare con una donna del mare, del senso dell’acqua, in fondo a parlare della mia vita.


- Cosa guardi? – mi chiese.
- Guardo il mare. So che l’osservo da lontano ma sento lo stesso il suo muoversi continuo. Il suo agitarsi, la sua calma, la sua potenza. Respiro l’aria e sento il mare. Lo sciabordio dell’onda ne esalta il profumo e incute timore. Il suo adattarsi al cielo copiandone le sfumature ti stupisce come in una tela di Monet.
- E’ vero! – mi replico’ - Ma il mare è così grande! Non ti spaventa?
- No, - dissi quasi sussurrando a me stesso - spavento no, rispetto si! Hai mai provato ad andar per mare con una barca? Per capire il mare bisogna avventurarsi in esso con una barca come qui in laguna. La barca è la congiunzione tra te e il mare. La barca, la barca è viva, è la tua anima, è come la tua donna o come il tuo uomo. La barca chiede rispetto, fiducia, sintonia. Solo se il rapporto è totale, la barca libera i tuoi pensieri e ti fa sentire il mare. Solo allora, non prima.

Lei era vicina, tacita, pensierosa. Ne percepivo il respirare e ne coglievo la luminosità degli occhi. E allora chiesi io.
- E tu, a cosa pensi?
- Penso al mare. Non lo avevo mai visto attraverso i tuoi occhi e le tue parole. Tu mi dicevi della barca ed io pensavo al navigare lento e silenzioso. No, non una barca a motore: il motore da un suono che disturba. Una vela, la vela sì. Puoi portare il timone e sentire nelle tue braccia la forza e la tenerezza del mare. La vela si gonfia e si rilassa: sembra, se ci pensi, il nostro inspirare ed espirare quando ci amiamo. Solo che il ritmo non è dato dal cuore ma dall’onda. Osserva quella vela all’orizzonte! Vedi solo la vela, la barca no, non si vede. E’ fusa tra il tuo corpo e il mare e si mantiene riservata.

Era bello sentir crescere la nostra sintonia, mentre la brezza che arrivava da levante prendeva vigore e increspava le acque della laguna. I suoi capelli fluttuavano al pari delle onde e venne quasi naturale chiederle:
- La vela, la barca, il mare. Forse dimentichi qualche cosa!
- E’ vero! - mi rispose riprendendo tono - è proprio vero! Dimenticavo il vento. Il vento ti porta il suono, il sapore, l’acqua. La barca sente il vento e, come uno strumento d’orchestra, si accorda per non apparire stonata. Si agita, si scuote e suona! Un suono che si completa con il muoversi dell’onda, il fremere della vela, il nostro respirare.

Il cielo si colorava di rosso alle nostre spalle e lei riprese a parlare questa volta guardando il cielo.
-Vedi ? Quella vela assomiglia alla punta di una freccia rivolta verso le stelle. Per questo vorrei passare l’equatore in una notte senza luna. Dicono i marinai che la tua anima è rapita dalle stelle che, all’equatore, sembrano più vicine e se ne contano a milioni. Pensa, noi due, distesi sul fasciame dopo aver lasciato il timone. Presi, come direbbe Dante “a rimirar le stelle” e ad ascoltare magari un filo di voce che canta…. “ Imagine there’s no heaven. It’s easy if you try. No hell below us. Above us only sky. Imagine all the people living for today …………..”

Lei attese una mia reazione che tardava a venire tanto da indurla a stimolarmi una risposta.
- Bella vero? Ma scherzavo sai. Non si può andar senza timone!
-Si, - corressi io - si può senza il timone, ma solo a volte, con prudenza, proprio come nella nostra vita. Vai semplicemente portato dal mare, senza “strappi al motore”, senza confini da attraversare o dirupi da evitare. Pensa, si può girare il mondo e nessuno ti chiede da dove vieni o dove vai e ti senti libero. Si, il mare è libertà che si esprime anche lasciando andar il timone. Ma solo se il mare ti è amico e non si adombra. Se si adombra no! E te ne accorgi quando, sul far del mattino non c’è più il cielo ma cumuli neri e nella testa ti frulla il ritmo di quella canzone non cantata che racconta delle nuvole. “Vengono, vanno, ogni tanto si fermano e si mettono tra noi e il cielo…”. Allora scruti l’orizzonte e speri, con rispetto, che il vento le porti lontano.

Il vento portava nuvole nere proprio dal mare e, in lontananza, si sentiva il borbottio soffuso del tuono. Lei riprese a parlare quasi spaventata.
- La tempesta ! Sai che non riesco a immaginarla?
- Dicono i marinai che la tempesta incute timore. Dicono di onde alte tanto da passare sopra la tua barca. Dicono che allora le nostre mani sarebbero impegnate a reggere la barra e a sciogliere la vela. Dicono anche che l’amore per il mare sia plasmato solo dopo aver attraversato la tempesta.
- Vedi – dissi guardando verso la sagoma del Lido che segnava l’orizzonte – se fossi per mare mi piacerebbe riveder di tanto in tanto la linea della terra. Credo induca emozioni forti il veder la terra. Non riesco ad immaginarle!
- Vero, neppure io – replicò – penso solo che all’apparire di un profilo lontano il pensiero vada alla terra. Credo che ti colga l’ansia di approdare e la voglia di passare dritto per riprendere il lento navigare. Penso che alla curiosità di scoprire il luogo si sovrapponga il desiderio di osservare ciò che c’è oltre un altro orizzonte. Per questo credo che l’approdare non sia l’arrivo ma l’approssimarsi di una nuova partenza. Sarei sicuramente presa da una struggente nostalgia di stare e da un’incontenibile voglia di scoprire il nuovo.

La laguna pullula di luci che segnano la strada. Si feceva tardi e d’istinto chiesi - Che si fa? ritorniamo? -
Fu la sua risposta a sorprendermi.
- Aspetta, rimaniamo ancora un po’. Questo osservare le onde mi libera la mente. Senti quel suono lontano ? “Un bel dì vedremo levarsi un fil di fumo sull’estremo confin del mare. E poi la nave appare. E poi la nave bianca. Entra nel porto, romba il suo saluto. Vedi! E’ venuto……..”
- Basta chiedi di fermarla! – e mi accorgo che la mia voce e alterata - E’ troppo struggente. Pensa se tu fossi là! Oppure io. Da sola o da solo perché non sempre nella vita si veleggia insieme. Quella nave, quel “fil di fumo” che arriva per consolarci il cuore! Era l’attesa di mio padre e la valigia era quel fil di fumo che si scorge in lontananza.
- Scusami! Andiamo! -
- Si. Ora che son ritornati sento che si può gettare l’ancora e serrar forte la cima senza la paura di non poter più ripartire. Lo vedi, la laguna è un buon rifugio ma induce a tornare al mare. E sarà sempre una straordinaria ripartenza.
-Si! Una straordinaria ripartenza. – ma il suo sussurar vicino era coperto da una nenia dolcissima.
- Senti! la musica ! Hanno ripreso a suonare ! - Amor é mister Sima mar di mund inter Si raso é paixao Si fundo amizade Ora bom pa mergudjâ Ora bom sô pa boiâ Pa manha podê tem lembranca………….

Chissà se la suonavano per noi quella strana canzone in una lingua he non conoscevo! Fu lei a prendermi per mano
- Preparati! Quando racconteremo agli amici di questq giorno, dovresti raccontar che veleggiar nel mare da forza, rende facile il partire e intenso il ritornare. Dovresti raccontar che il veleggiar nel mare è sapere che ci sei. Potresti raccontare di com’è dolce farsi trascinar dall’onda, di com’è possente stringere le mani sul timone, di com’è semplice bearsi della brezza che non gonfia la vela, di com’è immenso il rimirar le stelle, di come tempra l’attendere che passi la tempesta. Potresti……..-

Si, potrei. Ora so che potrei riattraversando i luoghi delle Corti Sconte, dei ponti storti,degli orologi, dei fiorai. Ora so che potrei rivelare che anch’io fui marinaio. Ora so che potrei dire che l’attesa del padre non si è mai conclusa, Ora so che posso ritornare alla Dogana, sempre che qualcuno non uccida la mia città e con lei non cancelli Ilo.

Italo Stellon
Presidente INCA-CGIL Paris.

Articolo pubblicato a luglio 2014


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