Altritaliani

Vita e Morte a Venezia dopo il Mose.

sabato 14 giugno 2014 di Carmelina Sicari

Tra le città predilette e certo non è l’unica, ne costituisce una novità, c’è Venezia.

Ci andavo appena possibile, da Roma, da Milano, da tutte le parti del mondo. Attratta dall’acqua, dalla nostalgia, dalla nebbia che saliva dalla laguna.
Il fascino di Venezia era quello di una civiltà al tramonto, deperibile, pronta alla fine, alla Thomas Mann insomma, ma con altro ancora nei sotterranei dell’inconscio e nei labirinti della memoria.

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C’è una perfetta corrispondenza tra i ponticelli ed i ghirigori dei palazzi patrizi e i ghirigori della memoria che percorre strane e contorte viuzze e ti rivela, specie nell’età matura, alcuni aspetti del passato, come se una luce improvvisa si divertisse ad illuminare brevi particolari ed aprisse un curioso gioco di luci ed ombre e le calli che si rincorrono ed aprono improvvisi spiazzi nelle corti popolate dai gatti, sono come i labirinti dei ricordi, ragnatele intessute di particolari indecifrabili.
Venezia è questo, insieme alla carica inesauribile delle contraddizioni, i gatti venerati come la dea Bastet in Egitto, l’odore di putrefazione e di morta gora che talora emana dalla laguna.

La festa e la malinconia.

Città purgatoriale soprattutto, sospesa in una spazio suo, incredibile quasi con i gondolieri che mimano Caronte aggrappati al remo e lanciano nelle strettoie dei canali un oh, lungo e breve, avvertibile solo in codice.
Ma ora Venezia ha fatto un prodigio, si trasforma, in capitale degli imbrogli e diviene città infernale. Che dico città dei barattieri e la laguna sembra la pece in cui stanno immersi fino al collo tutti i malfattori.

Occorrerà costruire una nuova Chiesa della Salute in qualche isolotto se saremo salvati dalla nuova pestilenza, o un ponte di barche che colleghi la Giudecca con l’altra riva.

L’unica città che dovrebbe essere invisibile per le sue qualità paradossali ed incredibili divenuta visibile, viene distrutta dai suoi abitanti che, come nel famoso apologo del topo, barattano gli occhi per la coda.

La bellezza pero’ è, diceva Keats per sempre, for ever. Questa bellezza abbiamo fede che non morirà anche se non ci sono Dogi inflessibili a proteggerla, a punire nei piombi i malfattori.

E questo che è una sorta di epicedio risulterà inutile perché, tutto cio’ che si colloca nell’emozione profonda, nella memoria non puo’ morire. Ne siamo certi.

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‘Febbre’, gridava Carducci, di fronte allo squallore dei ruderi della dea Roma mentre il mandriano immemore pascolava le sue greggi.
Senza invocare la febbre, senza invettiva, siamo certi che né le grandi navi né la sete di denaro e di potere potranno prevalere sulla bellezza messa li a ricordare all’uomo che puo’ tornare all’umanità

Carmelina Sicari


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