Altritaliani

Per modo di dire. Sull’uso linguistico dei proverbi nella comunicazione politica

giovedì 5 giugno 2014 di Rosa Chiara Vitolo

Da qualche tempo ritrovano spazio (in modo non sempre proprio) vecchi detti e luoghi comuni. Un utilizzo dei proverbi che dalla pubblicità si va a riscoprire anche nel dibattito politico. Un ritorno al passato non sempre corretto. Piccolo viaggio nell’uso linguistico di questi modi di dire.

Noi siamo nani rispetto ai giganti del passato, ma siamo dei nani che vedono più lontano dei giganti, perché sappiamo issarci sulle loro spalle. (Gregorio Di Tours)

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A chi ha una certa familiarità con la stampa italiana, forse non sarà sfuggito l’incremento dell’uso metaforico, proverbiale e di modi di dire tipici del passato nel linguaggio politico dell’ultimo triennio. Per ’modo di dire’ si intenda una locuzione idiomatica indicante espressioni polilessicali che abbinano un significante fisso ad un significato convenzionale tipicamente non letterale (Federica Casadei: Metafore ed espressioni idiomatiche).

Immersi ormai completamente nell’era postmoderna, potrebbe sembrare curiosa una simile operazione di recupero di materiali tradizionali. In realtà, va tenuto in conto il fatto che il fenomeno di descrizione del presente, anche attraverso lenti graduate sul passato, si inscrive in una tendenza generale di traslato in sé. Tradotto sul piano linguistico, e riferendoci all’italiano di oggi, la cosa si risolverebbe in una marcata presenza della connotazione (sensi figurati di un certo termine), in tipi di scritto e di parlato che un tempo erano a carattere esclusivamente denotativo (senso proprio del termine).

La questione pare però allontanarsi dalle sponde dei tecnicismi linguistici per darci ragione di un meccanismo più generale di valorizzazione di un bene, sia esso oggetto materiale o del pensiero. Alla ricerca di possibili ragioni del ‘parlar figurato’ e dei suoi ambiti di utilizzo, se ne trova uno parallelo alla comunicazione politica: la promozione pubblicitaria, con il suo traslato finalizzato alla vendita. Accennare alla pubblicità può servire da trampolino proiettivo per capire cosa succede quando si pubblicizzano beni con un valore d’uso diverso dal consumo materiale, ovvero le ideologie e i credo politici.

Alla base del ritorno al già noto che l’uso metaforico pubblicitario impone, si trova una transazione economica tra un promoter e un acquirente, legati empaticamente tra di loro.

Ritorno al passato “corretto”:

- Donne al volante, pericolo costante diventa, nella pubblicità italiana ad opera della compagnia di assicurazioni “Dialogo - Gruppo Fondiaria-SAI”, Donna al volante premio calante.
- A dolce peccato dolcissimo rimedio: questo slogan, datato 1993, faceva riferimento alla marca di acqua “Magnesia S. Pellegrino”. Il detto chiaramente è ispirato e ricorda il proverbio Non c’è cura senza rimedio.
- Dove entra il sole non entra il medico: Aria luce e Fernet Branca. Un sorso di salute. Pubblicità del noto liquore che rimanda al classico Una mela al giorno leva il medico di torno.

Si stravolge quindi il detto originale per adattarlo a un preciso scopo, dar vigore al nuovo messaggio, creare un perno che lo sostenga nel suo crescere nell’ hic et nunc.

Su altri registri, il discorso politico, con rivisitazione di espressioni colloquiali precedentemente relegate a contesti comunicativi ‘bassi’, è finalizzato alla promozione del bene res publica.

Ritorno al passato “scorretto”

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Venghino signori venghino. Volete comprare l’auto che ha utilizzato La Russa? Perché no?!”. Scherzava così il premier Matteo Renzi, il 12 marzo scorso alla conferenza stampa di presentazione dell’asta online delle auto blu.
Sul Corriere della Sera (CS) del 6 maggio 2014, di nuovo Renzi dice che “per colpa di Grillo la campagna elettorale sta diventando un derby tra la rabbia e la speranza […]. Prima c’erano falchi e colombe, ora i gufi e gli sciacalli”.

Roberto Calderoli (CS 6.05.2014), alla domanda “Ma il governo perché non insiste affinché come base della riforma si adotti il testo dell’esecutivo stesso?”, risponde: “E infatti, in questo modo si salvano capre e cavoli”.

Nell’insieme di citazioni fatte si profilano già le linee di tendenza dell’uso attuale dei modi di dire, convergenti in una arteria principale: l’infrazione, sistematica e strumentale, della canonicità della formula. Sono suoi sottosviluppi l’accorpamento di elementi estranei, tratti spesso anche dal mondo animale o vegetale, al fine di rinnovare e rendere originale ciò che si sta dicendo, evitando l’effetto copia del modulo riutilizzato.

Una fraseologia proverbiale molto sfruttata da politici e giornalisti è quella agganciata a temi dell’ambiente e del mondo rurale. Fra le espressioni che s’incontrano più comunemente: fare d’ogni erba un fascio, tirare l’acqua al proprio mulino, dare un colpo al cerchio e uno alla botte, seminare zizzania, gettare acqua sul fuoco, menare il can per l’aia, rimetterci le penne.

Se nel caso pubblicitario può anche essere utile blandire la sensibilità della gente con immagini domestiche dal sapore antico, il linguaggio politico resta tuttavia anche un linguaggio di lotta. Ragion per cui oltre ai modi di dire che sanno d’aia e di focolare, hanno molto smercio sul mercato quelli di carattere militaresco: alzare il tiro, essere nel mirino, fare una levata di scudi, spezzare una lancia, cambiare bandiera, sparare le ultime cartucce.

“Va da sé che sull’impiego ai fini espressivi di fantasiose metafore e di moduli proverbiali non c’è niente da eccepire; ciò che si registra è però l’uso improprio e l’abuso perché spesso il modo di dire è applicato ad orecchio per meccanica imitazione e non in base ad una conoscenza sedimentata”. (Castellani Polidori: La lingua di plastica: Morano Editore, 1995).

Nell’uso improprio del parlar per motto, si possono, in conclusione, ravvisare varie tipologie: scambio integrale per mancata individuazione del modulo richiesto dal senso, deformazione del modulo per contaminazione, alterazione del modulo per parziale sostituzione, omissione, liaisons dangereuses o mixing metaphors (relazioni pericolose o metafore combinate). Quando ci si serve di metafore o di modi proverbiali bisognerebbe evitare il più possibile di fondere o giustapporre immagini diverse in maniera tale da produrre sinestesie incongrue. Alla base c’è uno scambio economico sia in pubblicità sia in politica.

E’ vero che dal gioco degli accostamenti azzardati si possono anche ricavare, come in musica, sofisticate dissonanze. Purtroppo però in certi casi la dissonanza si risolve in una stecca. Spesso si arriva allo stravolgimento totale della citazione o ad una sua originale ma grottesca invenzione.

Può accadere che un modo di dire conquisti una particolare popolarità e la mantenga per un dato periodo in virtù d’una sua occasionale specializzazione. E’ il caso dell’espressione ’essere in mezzo al guado’. Ad una curiosa indagine anagrafica della locuzione, emerge il suo univoco significato di equidistanza negativa tra un punto di partenza e uno di arrivo.

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All’origine del lancio (o del rilancio) d’una formula può esservi anche una frase di effetto pronunciata, in un’occasione particolare, da un personaggio di grande autorevolezza. Esempi calzanti sono quello della metafora bellica ’la madre di tutte le battaglie’, firmata da Saddam Hussein nel 1991 in riferimento alla guerra del Golfo o l’italiana ’è cosa buona e giusta’ di Bettino Craxi nel 1989. L’esempio craxiano è importante perché la frase: ’Se il Pci cambiasse nome, a noi socialisti non creerebbe alcun problema: sarebbe cosa buona e giusta’, quasi elementare, era indubbiamente in linea con la nota inclinazione del leader per il sermo cotidianus, sebbene egli la connotasse di una soppesata solennità, trattandosi né più né meno che della formula liturgica che traduce il Vere dignum et iustum est di Prefazio. Craxi l’ha resa laica e ancora oggi l’uso gode di ottima salute.

Bréal nell’Essai de sémantique (p.172), esamina diffusamente casi di locuzioni fisse (locuzioni preposizionali, formule di cortesia, giuramenti, benedizioni, detti, proverbi) e dedica un breve capitolo ai gruppi articolati (groupes articulés), il cui carattere formulare fa perdere la percezione dei singoli elementi. Comme les pièces d’un engrenage, que nous sommes si habitués à voir s’adapter l’une dans l’autre que nous ne songeons pas à nous les figurer séparées, le langage présente des mots que l’usage réuni si longtemps qu’ils n’existent plus pour notre intelligence à l’état isolé.

In conclusione, per usare l’antico exemplum leopardiano dello Zibaldone, secondo il quale il pellegrino delle voci o dei modi, se è eccessivamente pellegrino, o eccessivo per frequenza, distrugge l’ordine, la regola, la convenienza, ed è fonte di bruttezza, si può forse dire che comunicare per modo di dire ci consenta - ’fischi per fiaschi’ esclusi-, di potenziare e ancorare ciò che stiamo dicendo a motivi più antichi e per questo ritenuti autorevolmente più validi a portare avanti le molteplici transazioni economiche e le negoziazioni sociali che giorno dopo giorno ci coinvolgono.

Rosa Chiara Vitolo


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