Altritaliani

Le cose e le parole del mondo nel Decameron. Con Amedeo Quondam.

giovedì 6 febbraio 2014 di Floriana Calitti

Siamo alla nostra intervista conclusiva, a chiudere il cerchio (e pour cause) con Amedeo Quondam per il quale ci asteniamo da dover aggiungere etichette, ruoli e curriculum ma che in questa sede ha accettato gentilmente di rispondere ad alcune nostre domande come curatore della nuova edizione (BUR Rizzoli 2013) del Decameron di Giovanni Boccaccio (ne abbiamo già parlato con gli altri due curatori Giancarlo Alfano e Maurizio Fiorilla): un’edizione innovativa per il nuovo testo critico, per le aperture interpretative e per il grande lavoro di messa a punto di alcuni snodi storico-letterari e, ancora, per aver iniziato a sgomberare il campo da persistenti luoghi comuni sull’opera.

Floriana Calitti: Innanzitutto prendiamo le mosse dalla novità che la riguarda personalmente, quella cioè di aver affrontato per la prima volta un lavoro (di questa portata) su una forma che è quella della narrativa e della novellistica, anche se proprio a partire dall’opera di svolta radicale e di fondazione del genere, il Decameron, e da parte di chi è «un maestro di lunga esperienza» come l’ha definita Giancarlo Alfano (definizione di cui non solo mi approprio ma che abbraccio con affetto e profonda stima) e come tale ci ha insegnato a studiare le forme della lirica, del petrarchismo, in particolare. Insomma, per essere molto diretti, dopo questi anni di lavoro Boccaccio l’ha conquistata? Oppure lo vede come lo vedeva Petrarca, un caro discepolo ma non un suo “pari”? E ancora, cosa c’è dietro la scherzosa boutade di vedere Boccaccio come un «simpatico pasticcione»?

Amedeo Quondam: In verità, il mio primo lavoro fu dedicato a Boccaccio: da laureando, dopo avere partecipato a un seminario sugli antichi commentatori di Dante Alighieri (era la novità didattica portata a Roma da Walter Binni) con una relazione dedicata alle Esposizioni sopra la Commedia, ne recensii sulla «Rassegna della letteratura italiana» l’edizione curata da Giorgio Padoan e appena pubblicata, nel 1965 (ma forse sarebbe opportuno verificare questa remotissima memoria). Al di là di questo dettaglio, non saprei dire quanti corsi universitari ho dedicato al Decameron in tanti decenni d’insegnamento, continuando a seguire da vicino le dinamiche degli studi boccacciani (un po’ troppo incartati), e sempre più persuadendomi che il Decamerone che facevo leggere agli studenti richiedesse altri strumenti e altre chiavi interpretative. Potrei quindi dire che c’è stata una lunga fedeltà per questo classico della nostra tradizione letteraria, come del resto per altri. Se poi sono arrivato così tardi a occuparmi di Boccaccio con esiti propriamente editoriali, penso che sia stato solo per una sorta di riserbo congenito (o meglio, di pudore) verso i “grandi” che mi ha sempre accompagnato; del tipo, insomma: ma chi sono io per pontificare su Boccaccio? Da una parte ho sempre ritenuto che l’accessus ai testi dei “grandi” richiedesse continuità e umiltà di studi, dall’altra sono (e resto) stupito dalla facilità con cui giovani alle prime armi si dedicano, senza alcuna remora (beati nella loro incoscienza), a Petrarca, a Tasso, a Leopardi, tanto per fare qualche esempio (non a caso, però: altri tre autori cui ho dedicato decine di corsi universitari e che affiorano continuamente nei miei studi).
Come del resto Boccaccio prima di questa esperienza di commento, al di là dell’episodio che ho rievocato. È infatti sempre stato uno snodo fondamentale nelle ricognizioni e riflessioni che nel corso del tempo sono venuto praticando sul senso complessivo della nostra storia letteraria, sui processi di nascita della sua modernità, e in particolare sull’Umanesimo e sul Rinascimento. In questo senso Boccaccio è stato molto presente nei miei studi, anche se sempre in posizione laterale, di riflessiva attesa. Per questo, quando si è posto il problema dell’affidamento del Decamerone nella BUR Rizzoli (nella sezione dei “classici italiani” realizzata dall’editore in collaborazione con l’ADI), seppure con le perplessità di sempre, ho deciso di rompere gli indugi e confrontarmi con questo impegno: non solo perché l’età avanzata trasformava ogni attesa ulteriore in una rinuncia, ma anche perché, avendo sempre ritenuto che commentare un testo letterario sia la parte più affascinante del nostro lavoro (con una precisazione, cui tengo molto: non è, questa, una petizione di principio, avendone fatti non pochi di commenti), poterlo fare con il Decamerone era un’occasione irripetibile.

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Boccaccio in piedi con il suo libro

Quanto infine alla «boutade scherzosa» di Boccaccio «simpatico pasticcione», posso dire che si tratta di una battuta molto affettuosa, dove credo (e spero) non sia difficile cogliere un tratto d’ironia nei confronti dei costruttori di veri e propri castelli di sabbia su presunte “teorie letterarie” dell’ignaro (e soprattutto: alieno) Boccaccio, e più in generale nei confronti delle pretese di chi pensa che ogni scrittore debba obbligatoriamente fare sistema, con lucida consapevolezza teorica e strategica. Accanto all’ironia gioca però un’idea di Boccaccio: scrittore erraticamente curioso delle tantissime storie narrate in una tradizione fluida e polimorfa, ma anche di ogni storia narrabile; e scrittore che non smette mai di sperimentare le forme più diverse del narrare, in particolare nella sua più creativa stagione (quella napoletana e angioina). Quella battuta vorrebbe però sollecitare anche qualche nuova, e seria, riflessione sul Boccaccio prima e dopo il Decameron, che è poi uno spartiacque di più generale, e formidabile, impatto: tanto da riguardare il destino stesso della letteratura.
Per capirci, a me sembra che il Boccaccio “umanista” finisca per ritrovarsi in un ambiente che non è il suo, e qui non può che muoversi con qualche evidente disagio, più con sovradeterminazione volitiva, insomma, che con nitida e autonoma vocazione: e fa pasticci, appunto. Comunque sia, prima e dopo il Decamerone, Boccaccio è un narratore “nativo”; con qualcosa in più, come ho scritto nell’Introduzione. E siccome tengo molto a quanto ho scritto in quella sede, mi limito qui a citarlo: lo straordinario fascino di Boccaccio è nel suo proporsi come una generosa figura di autore “debole” (a fronte intanto di Dante e Petrarca, che aspirano a costruire cattedrali di parole-pietra che restino nella Storia), che talvolta maschera la propria fragilità con la gioiosa prosopopea del timido, ma non certo dello sciocco: perché è sempre consapevole di ritrovarsi ad attraversare un’età dominata da uomini che vanno sicuri di sé e degli altri, che si sentono titolari di parole in grado di squadrare da ogni lato il mondo, che giudicano e mandano con cipiglio. E ne resta sedotto. Da Dante e da Petrarca, insieme: e solo lui può pensare che possano essere compatibili. Come, allora, non chiamarlo, pasticcione?

F.C.: Ancora una sosta su Boccaccio e Petrarca: entrambi partecipano, comunque, alla grande costruzione della comunicazione letteraria dell’età del Classicismo, anzi la vivono in prima persona, mettono le basi di quel Classicismo “di lunga durata” secondo una sua celebre e usatissima formula, che si sustanzia subito del grande lavoro sulla forma “Libro”, sullo statuto di Auctor-Autore, sulla “titolarità” di un linguaggio condiviso,come lei scrive: «che è anche la forma della nuova, perché su antichi fondamenti, cultura: novellette per l’uno, nugae per l’altro. Questa è la Letteratura: il gioco delle finzioni». È così? Oppure ci sono più distinzioni da mettere in campo?

A.Q.: Tra i due, Petrarca e Boccaccio, le distinzioni sono, e restano, abissali: anche per temperamento, oltre che per le osservazioni che ho appena fatto. Quanto poi alla parte di ciascuno nell’invenzione del Classicismo come tipologia culturale di Antico regime, credo che non sia comparabile quella di Petrarca (il grande Padre padrone) con quella di Boccaccio, che non sarà mai un modello letterario operativo (cioè: imitabile e imitando, riproducibile), se non per qualche scrittore di nicchia, come diremmo oggi. E questo con buona pace del gioco delle parti che Bembo pensava di attribuire a ciascuno (una sorta di Yalta per la moderna letteratura volgare: a uno i territori della poesia, all’altro quelli della prosa), non fosse altro perché sono convinto che nella nostra letteratura non ci sia mai stata una tradizione “boccacciana”, e neppure nella narrativa, che infatti nelle sue forme “lunghe” ha preferito l’ottava rima (e dunque, magari, un altro Boccaccio, rispetto al Decamerone: il forgiatore di questa evergreen, di questa che più che una forma metrica è il respiro stesso del narrare “lungo” nella tradizione italiana), e in quelle “brevi” ha seguito invece il modello del Novellino, e quando si fa distesamente “romanzo” in prosa, nella strepitosa stagione del Barocco, se ne va risolutamente per la sua strada.

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Petrarca

Per riprendere il tema della lunga fedeltà a Boccaccio di cui prima parlavo, una delle mie più antiche ambizioni (magari realizzabile da pensionato) è quella di scrivere proprio la storia del rapporto tra Petrarca e Boccaccio, che presenta aspetti straordinariamente drammatici e persino oscuri, al di là della mitografia agiografica su cui siamo stati tutti per tanto (troppo) tempo formati. E anche su questo, sulle ragioni per cui fosse necessario metterli insieme, legando con indissolubile doppia corda Boccaccio (“medievale”, poi, lo si ricordi!) a Petrarca, sarebbe opportuno riflettere a fondo, perché rinvia a una stagione (gli anni Cinquanta) che ho più volte definito come la stagione di una sorta di “guerra fredda”, sottilmente reticente, ma non certo a bassa intensità perché era tutta ideologica. Tanto per darne almeno un’idea, per quanto arbitraria e generica, credo che l’invenzione di quella virtuosa coppia intendesse spiazzare il Rinascimento rispetto all’antica sua polarizzazione con il Medioevo: e proprio nel canonico gioco delle parti, tra chi rappresentasse il polo positivo e chi quello negativo, che l’Ottocento laico, anticlericale e massonico aveva elaborato. Insomma, credo che Petrarca & Boccaccio siano stati i protagonisti necessari non tanto per sminuire la portata del Rinascimento (ovviamente impraticabile) quanto per ricomporlo dentro la tradizione: Italia medievale e umanistica, appunto. Visto però che di recente Francisco Rico ha proposto una nuova analisi del rapporto tra i due, con mirabile sobrietà e acutissima efficacia, sarà per me difficile realizzare quell’ambizione. Dico comunque una sola cosa, a questo proposito: ritengo che nei luoghi e nelle pratiche delle patrie lettere (sempre che ci siano ancora) dovrebbe essere obbligatoria la lettura dell’epistola con cui Petrarca invia a Boccaccio la traduzione latina della novella di Griselda (datata 28 aprile 1373: muore l’anno dopo, il 19 luglio): a partire dall’incredibile dato che dimentica di inviargliela. È uno dei testi in grado di illustrare quanto la letteratura possa essere feroce.

Ambizioni personali a parte, credo infatti che riflettere sulle dinamiche del rapporto tra Petrarca e Boccaccio, così squilibrato e impari, porta direttamente al centro del crogiuolo da cui ha preso forma e funzione quella Letteratura che ha prosperato per secoli nelle tradizioni europee, e che non era propriamente quella riconoscibile nel cangiante universo delle pratiche letterarie volgari che tornano a fiorire dal XII secolo: una Letteratura come sistema forte e autorevole, di cose serie per persone serie, occasione di studi, non di passatempi, da uomini pesati e gravi. Nel suo costituirsi ha cancellato ogni altra opzione di letteratura, che pure avrebbe potuto essere: fatta del solo piacere di se stessa, nel suo farsi e dirsi, lieta della propria leggerezza. E di questa opzione che si disperde, sconfitta, è proprio il Decamerone il testimone più autorevole. Ma fragilissimo.
Ne è struggente testimonianza la battuta della Conclusione dell’Autore, che mi piace citare per intero: «Né dubito punto che non sien di quelle ancor che diranno le cose dette esser troppe, piene e di motti e di ciance, e mal convenirsi a un uomo pesato e grave aver così fattamente scritto. A queste son io tenuto di render grazie e rendo, per ciò che da buon zelo movendosi tenere sono della mia fama. Ma così alla loro opposizion vo’ rispondere. Io confesso d’esser pesato e molte volte de’ miei dì essere stato; e per ciò, parlando a quelle che pesato non m’hanno, affermo che io non son grave, anzi son io sì lieve, che io sto a galla nell’acqua». Nessuna teoria: solo la giocosa, irridente, lucidissima consapevolezza del suo volere e sapere narrare in modo sempre «sì lieve», e non da «uomo pesato e grave».

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Franz Xaver Winterhalter (1837), Il Decameron.

F.C.: Entriamo nel vivo della sua Introduzione. Il cuore di tutto l’appassionato percorso, ma anche il suo costante punto di vista, sta proprio nel sottolineare quanto da Boccaccio stesso era stato posizionato nella soglia, all’inizio del Proemio, nella sua autopresentazione e cioè quello straordinario e ricco di ricadute «Intendo di raccontare cento novelle, o favole o parabole o istorie che dire le vogliamo…».

A.Q.: Credo che si dovrebbe andare più a fondo nell’analisi delle complesse relazioni tra la pulsione performativa (e, ripeto: nativa) del narrare novelle (sapendolo fare, ovviamente: e dimostrando di saperlo fare) e l’impianto della cosiddetta “cornice” (a proposito: non si riesce a trovare un’altra parola?), rivedendo alcune giaculatorie troppo trite. Se Boccaccio è d’istinto un “animale” narrativo, perché si carica del peso di un’architettura così ridondante? Quale è, per lui intanto che dell’opera si fa autore, il guadagno di senso e di funzione in quel rapporto tra se e i narratori e gli ascoltatori e i lettori che istituisce il patto narrativo che biunivocamente li unisce, tutti, con ordine, a turno? Credo che proprio da questo punto di vista, che è stato per tanto tempo al centro delle mie ricerche, si potrebbe misurare meglio quale sia stato il rapporto o l’impatto del Decamerone con la grande storia della conversazione che si connoterà come “civile”, più che sul genere della novella: a partire dalla necessità funzionale dell’«onesta brigata» di nobili giovani (in un giardino che diventerà salotto senza grandi mutazioni strutturali), ma indipendentemente dalla peste, che è una variabile del cronotopo che però resta tutta sullo sfondo senza mai assumere un diretto rapporto produttivo, con le cento novelle.

F.C.: Ho svolto un corso sul Boccaccio narratore quest’anno e ho usato molto la vostra edizione, soprattutto perché sono partita dal rapporto tra scrittura e racconto, dalle capacità inventive della scrittura narrativa boccacciana, dal legame fortissimo con l’oralità del racconto: e proprio su questo mi vorrei soffermare, arrivandoci però attraverso l’appendice (la chiamo così solo perché viene dopo, vista la quantità e qualità delle pagine 1669-1802) di grande utilità (anche didattica, e non è poco…) intitolata a Le Cose (e le Parole) del Mondo, costruita sulla base dello spoglio di circa 6550 lemmi. Dopo la ricognizione sull’universo semantico del Decameron quanto si resta nel solco della tradizione classicista e quanto invece, lo scarto, se ce n’è, rispetto alle “parole” e le “cose” della tradizione lirica? Cambiano i meccanismi di funzionamento ma l’impianto rimane lo stesso, si registrano, al contrario, stesse modalità e strategie retoriche (con le dovute differenze di genere, ovviamente) ma diversi sono i lemmi?

A.Q.: La questione è davvero rilevante, ma è tutta da affrontare per riflettere con cognizione di causa (e non per schematismi ideologici) sull’universo semantico del Decameron, ma in termini tanto più complessi di quelli semplicemente linguistici, cioè dinamicamente antropologici, per coglierne la pertinenza con la tipologia culturale che è loro propria, in quanto senso del Mondo, appunto (proprio nel senso di Lotman). La spinta ad allestire quell’appendice è derivata dalle modalità del commento, dove, a esempio, ho voluto registrare le tante parole che Boccaccio inventa o usa una sola volta, dimostrando una straordinaria creativa flessibilità linguistica, ma se in generale intende muoversi nella direzione prima indicata, in particolare vorrebbe fornire gli strumenti di base per tornare, se proprio si vuole, alla questione del “realismo”, per troppo tempo al centro delle interpretazioni boccacciane in termini molto riduttivi e distorti, o meglio anacronistici, come se l’universo del Decamerone potesse avere qualche immediata affinità con quello del romanzo ottocentesco.
Anche da questo punto di vista, però, si ha conferma di quanto sia stata marginale la presenza del Decamerone nella storia di lunga durata della tradizione letteraria italiana, e della sua stessa lingua letteraria: a dominanza “lirica” (la lingua del Padre Petrarca), appunto. Della ricchezza persino lessicale, della infinità delle cose del mondo e delle loro parole presenti nel Decamerone, e presenti proprio perché la sua scena narrativa prospetta situazioni e personaggi tra loro diversissimi, è difficile infatti trovare emergenze significative, strutturalmente e funzionalmente radicate.

F.C.: Andiamo ad un’altra questione “calda”, quella dell’epopea della mercatura, ingiustificata, falsamente esaltata contro quello spazio della corte (ben conosciuto da Boccaccio, dal Boccaccio vissuto nella Napoli angioina) che resterebbe, invece, in ombra? Classe mercantile forte e virtuosa contro i valori sorpassati, anzi i disvalori dello spazio medievale cortese? Il mercante che vince sul cavaliere?

A.Q.: La questione dovrà essere affrontata più a fondo di quanto non abbia potuto fare nell’Introduzione e nel commento, e in ogni caso andrà contestualizzata a quella fase ideologica prima ancora che culturale di cui prima ho detto (la “guerra fredda”, certo, ma anche il paradigma identitario della storia nazionale elaborato nell’Ottocento, sulla scia di Jean de Sismondi). Ma certo, se è un dato incontrovertibile che nel Decamerone di mercanti se ne incontrino pochi e mai in situazioni epiche, è stato anche dimostrato che la sua prima diffusione è stata tanto più articolata e non ha riguardato soltanto o soprattutto il ceto dei mercanti o le copie manoscritte fatte per passione. Al di là di queste schematizzazioni, sono i risultati più duraturi della ricerca storiografica a disegnare in termini molto diversi le dinamiche dei processi che portano alla nascita dei “signori” nelle stesse città-stato, Firenze compresa. Cosicché mi sembra necessario fare i conti con il “cavaliere” come protagonista della modernità. E di cavalieri e dame il Decamerone è pieno, a partire dalla «onesta brigata» che si narra novelle.

F.C.: Vuole tornare sulla polemica che ha riguardato la scelta editoriale e scientifica, ovviamente, non di non indicare le fonti, come è stato detto, ma di non darne conto nelle note per non soffocare il testo da un’infilata di citazioni e rinvii intertestuali?

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John Everett Millais, Lorenzo e Isabella da Messina (1849) particolare

A.Q.: Non vedo dove sia la polemica, o meglio non ne comprendo la ratio. Non solo perché penso che la centralità di una questione delle “fonti” sia una residuale eredità della critica positivistica, ma perché per Boccaccio finisce per servire davvero a poco, oppure ad altro, come hanno dimostrato gli esemplari sondaggi di Michelangelo Picone. Ma le novelle sono cento, mentre di studi analitici come questi di Picone ne abbiamo ancora pochi, e dunque mi è sembrato inutile dare conto nel commento delle poche acquisizioni criticamente fondate, e che in quanto tali non si risolvono come segnalazione di una “fonte”, ma di tanto più complessi e raffinati giochi della riscrittura e dell’intertestualità. Mi è sembrato più che sufficiente informare il lettore che probabilmente, se non certamente, nessuna della cento novelle è stata inventata da Boccaccio, perché è altro a interessarlo: come del resto dimostra sempre l’«onesta brigata» con il primato della performatività (e spesso lo dichiara apertis verbis che la novella che sarà narrata viene da altrove).

F.C.: Un luogo comune da sfatare, oppure sul quale lavorare di più (e al quale tengo particolarmente avendo verificato sul campo quante affermazioni senza riscontro effettivo si siano stratificate nel tempo): la diffusione e la fortuna del Decameron in Europa, il successo di quest’opera. A parte che forse a questo punto dovrebbero entrare in scena le opere del cosiddetto Boccaccio minore (su cui l’articolo qui di Ilaria Rossini), lei giustamente ci ricorda che non esiste, a differenza di un dantismo e di un petrarchismo, un “boccaccismo”. Scrive: «non si è mai visto in giro un boccaccista..», e, ancora: «il Decameron non ha antenati e neppure eredi, è senza famiglia…». So che non è soltanto una provocazione perché se si vanno a cercare racconti e novelle da accostare al modello decameroniano si ritrovano alcuni topoi, alcune immagini, spesso di cui Boccaccio si fa mediatore di raccolta e scrittura più sistematica delle fonti sparse, si ritrovano alcuni temi che diventano personaggi, attraverso la rielaborazione della novellistica cinquecentesca, ma cosa c’è del libro Decameron nelle Novelle esemplari di Cervantes indicato come il Boccaccio spagnolo?

A.Q.: Per ragionare seriamente di questo, che è problema fondamentale, dovremmo sgombrare il campo di troppi idola, e in particolare di quelli che hanno costruito il paradigma mitico della nostra identità nazionale attraverso la letteratura, inventando quella che chiamo la favola triste e paranoica della decadenza italiana, nella storia nostra e in rapporto con quella delle altre “Nazioni” europee. E da questo punto di vista il “caso Boccaccio” diverrebbe davvero esemplare.

Un’intervista di Floriana Calitti ad Amedeo Quondam

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SOMMARIO DEL MENSILE BOCCACCIO 700

- L’EDITORIALE

- Né come Dante né come Petrarca: su Boccaccio rimatore, di Roberto Fedi

- Boccaccio, il Decameron e la questione della lingua italiana, di Anna Mori

- La voce a Boccaccio: Madonna Oretta, Giornata VI, Novella 1, di Floriana Calitti

- Intervista a Giancarlo Alfano. L’intrigante Decameron, tra passato, presente e futuro, di Giovanni Capecchi

- Il Decameron al cinema. Un’opera all’origine di tanti film, di Gianfranco Bogliari

- Boccaccio in Europa. Non solo il Decameron, di Ilaria Rossini

- L’affascinante storia editoriale del nuovo testo del “Decameron”. Intervista a Maurizio Fiorilla. Di Stefania Modano

- Boccaccio e lo straordinario successo del tema del “cuore mangiato”, di Floriana Calitti.

- Intervista di Floriana Calitti ad Amedeo Quondam. Le cose e le parole del mondo nel “Decameron” di Boccaccio.

- Nastagio degli Onesti e l’exemplum della caccia infernale, di Floriana Calitti

- Il dono della sposa. Boccaccio, Botticelli e la pittura del Quattrocento di Anna Maria Panzera

- Boccaccio narratore in versi: Il “Ninfale fiesolano” di Daniele Piccini

- Boccaccio e le “conclusioni del Decameron” di Luigi Surdich

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- Amedeo Quondam è professore Ordinario di Letteratura italiana all’Università «La Sapienza» di Roma.
- Floriana Calitti è professore associato di Letteratura Italiana all’Università per Stranieri di Perugia.


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