Altritaliani

“Chi ha raccolto le conchiglie”, di Mariacarla Rubinacci. Recensione.

giovedì 30 gennaio 2014 di Alessandro Pierfederici

Mariacarla Rubinacci, scrittrice milanese trapiantata a Napoli, continua nel suo ultimo libro ad esplorare il pianeta donna, nella sua complessità. Con garbo, ci racconta una storia di donne al bivio, una storia d’amore più forte dei pregiudizi e delle convenzioni.

Si può lanciare un messaggio profondo, ricco di significati e, sotto certi aspetti, perfino crudo, per la forza con cui impone una riflessione, attraverso una storia improntata alla quotidianità, delicatamente avvolta dal velo trasparente del ricordo e dalle emozioni sincere di un diario segreto?
Mariacarla Rubinacci risponde con “Chi ha raccolto le conchiglie” (LCE Edizioni), romanzo breve nel quale continua la sua profonda e partecipe esplorazione dell’universo femminile del nostro tempo.

Dalla sua fantasia sorge una toccante storia di donne alla scoperta di sé attraverso l’amore, oltre ogni conformismo, un percorso tormentato, che passa attraverso molteplici esperienze, sia della protagonista Sandra che - lo sapremo alla fine - della compagna a lei destinata, Mara, un cammino sofferto e coraggioso, fra gli ostacoli e le tortuosità delle convenzioni sociali della vita moderna, molto meno libera di quanto vorrebbe farci credere, ma soprattutto fra le pieghe dei sentimenti, della passione, della fantasia e della razionalità.

La vicenda di questo cammino - descritto con amorevole partecipazione, e con la consueta, indiscutibile capacità di delineare figure femminili che restano nella memoria del lettore - pur immersa nella quotidianità di un’epoca che pare cancellare ogni forma di emozione, dà origine ad un’opera di rara poesia, la cui scrittura dai toni soffusi, lieve e immediata, permette di intuire senza essere aggrediti, ma pone una questione di fronte alla quale non ci si può concedere il lusso di tirarci indietro e restare indifferenti, proprio perché siamo stati condotti per mano, quasi senza accorgercene, a un inevitabile confronto con la verità.

Il problema non è solo quello dell’omosessualità e di tutte le conseguenze di ordine emotivo, sentimentale, sociale e morale che essa comporta, in una realtà che vorrebbe dirsi libera e tollerante, e mente ipocritamente a sé stessa, nella vita pubblica e nelle relazioni private: questo è il punto di partenza che, sotto le sembianze di una storia di fantasia, che cela chissà quante altre simili storie reali, nasconde il conflitto fra la propria piena identità (l’omosessualità, come ogni altra condizione umana, non coinvolge solo la fisicità ma anche la spiritualità, ma il problema potrebbe riguardare anche motivi di razza, religione, idee politiche, classe sociale) e ciò che il mondo dei rapporti sociali e di un finto perbenismo vorrebbe che fossimo. E questo conflitto diventa dramma, diventa un nodo da sciogliere, tanto che la conoscenza e l’accettazione della propria natura da parte di Sandra comporta la necessità di un lungo racconto, il substrato narrativo di tutta la storia, ad un tempo poetico e toccante: la confessione alla figlia Martina, alla vigilia delle nozze di questa, quando l’ultimo tratto di cordone ombelicale sta per essere definitivamente tagliato, una confessione che si configura come atto di verità, dignità e coraggio.

La forza, apparentemente invisibile ma portante, della narrazione è nel capovolgimento di prospettiva: una confessione della figlia alla madre, di qualunque natura possa essere, rappresenta un luogo comune, non privo di fascino e possibilità, ma ampiamente sfruttato; la confessione della madre alla figlia, invece, è atto d’amore, di stima, di rispetto e, nel contempo, affermazione definitiva di libertà: ora che Martina seguirà per sempre la sua via, Sandra non può più portare con sé un vissuto sempre taciuto e deve liberarsi del segreto per acquistare la propria libertà, prima di tutto di fronte a sé stessa. La figura di Martina è quasi lasciata all’immaginazione del lettore, proprio perché la carica emozionale si possa concentrare sulla protagonista. La rivelazione è difficile perché costretta ad emergere da cumuli di convenzioni, pregiudizi, falsa percezione di una rispettabilità fatta di pura apparenza; ma nulla di tutto ciò è in primo piano: il valore profondo del racconto è nella presenza silenziosa di questo “nemico”, sopra la quale scorre, come un fiume ora limpido, ora increspato, ora calmo, ora torbido, la storia di Sandra. L’interlocutrice è fisicamente la figlia, ma la confessione vera è a sé stessa, un far emergere alla propria coscienza l’accettazione di sé: come un diario intimo, davanti ad uno specchio, inizia allora una narrazione intrisa di sentimenti, confidenziale, romantica.

Il sipario va ad aprirsi sulla natura che investe della sua forza la volontà e porta al coraggio della rivelazione, alla conquista della serenità, all’affermazione della propria identità, riconosciuta da Sandra stessa, l’unica che avrebbe potuto, perpetuando il segreto e la finzione, negarla ancora: nessuno al mondo potrà mai accettarci se noi per primi non accettiamo, talora con fatica, con tormento, con dubbi, la nostra realtà. Ma la grandezza della protagonista è l’implicito e doveroso rifiuto di giustificare la propria natura; Sandra racconta, soffre, gioisce, riflette, analizza talora spietatamente la propria vita e i propri comportamenti ma non assume mai un atteggiamento di discolpa, che l’avrebbe indirettamente accusata di una colpa inesistente.
Il coraggioso esempio della protagonista diventa così un modello per chiunque, pur tra lotte e difficoltà, tenti di affermare la propria individualità e il proprio diritto di essere umano di amare e di essere amato.

Il tema dell’affermazione della libertà delle proprie scelte e del proprio essere diviene così anche il tema dell’affermazione del proprio diritto ad una vita affettiva vera e gratificante; il percorso di Sandra non è mai prevaricante, anzi spesso la sua interiorità soffre profondamente di questa ricerca. La verità della natura talvolta è dolorosa, anche se necessariamente giusta, tanto che alla fine di due tortuosi, sofferti percorsi, le tessere del mosaico si ricompongono nell’amore.

La costante ricerca di Sandra non di conquista né di compagnia, ma di autentica condivisione, di completamento di sé attraverso la donna amata - una corsa interiore ed esteriore, che si nutre di brevi storie destinate a bruciarsi nell’ardore della loro fiamma, e che torna poi al punto di partenza, simbolicamente rappresentato dalle conchiglie sparse un giorno lontano e alla fine raccolte - si libera infine del peso del proibito per approdare finalmente ad una ricomposizione di tutte le tessere della vita.

Ma le conchiglie rimangono anche immutate nel tempo, a significare un saldo legame della vita con sé stessa, una ferma coerenza, al di là delle apparenze e convenzioni, come se la bambina di tanti anni prima avesse già incontrato il suo destino in quel dolcissimo, enigmatico e sensuale incontro con l’amichetta, e quelle conchiglie rappresentassero il segno distintivo di un percorso già segnato, votato a raggiungere il traguardo tanto agognato della serenità interiore, il lieto fine della tranquillità, il trionfo dell’amore inteso come la più alta manifestazione della verità umana.

Alessandro Pierfederici

Milanese trapiantata a Napoli, Mariacarla Rubinacci esordisce nel 2002 con “Il covo di villa Arzilla” (2002, Guida Editori) a cui fa seguito “Il giorno che mi amerai” (2004, Guida Editori). Nel 2009 conquista il favore della critica con “La fantasia di Francesca” (Guida Editori), classificatosi al terzo posto al Premio Emily Dickinson e vincitore del Premio Letizia Isaia (sezione narrativa) e del Premio Megaris. Nel 2011 pubblica un’altra storia di donne, “La bambola sulla sedia” (Statale 11 Editrice), in cui esplora lo scottante fenomeno dell’anoressia.


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