Altritaliani
Letteratura.

Italo Calvino a Parigi.

Con un documentario di 28’ girato a Parigi nel febbraio 1974- regia di Nereo Rapetti
martedì 22 luglio 2014 di Gaetanina Sicari Ruffo

A novantanni dalla sua nascita, celebriamo lo scrittore italiano forse più amato all’estero. Quell’Italo Calvino nato a Cuba, e che visse tredici anni a Parigi, dal 1967 al 1980. Anni essenziali nella sua vita di scrittore e di poliedrico e creativo intellettuale. Scrisse: “La mia Parigi è la città della maturità: nel senso che non la vedo più con lo spirito di scoperta del mondo che è l’avventura della giovinezza. Sono passato nei miei rapporti con il mondo dall’esplorazione alla consultazione”. Vedi anche il documentario di Nereo Rapetti girato a Parigi nel 1974 online da poco.

Sono trascorsi novant’anni e qualche mese in più dalla nascita di Italo Calvino (1923, a Santiago de Las Vegas, Cuba), uno degli scrittori italiani più geniali del Novecento per le tecniche e forme innovative di linguaggio, e per i contenuti della scrittura improntati ad un nuovo modo di sentire.

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Italo Calvino

Nel suo itinerario culturale ci sono state tappe significative in cui le soste sono state altrettante stazioni di ripartenza per esplorazioni di grandissimo rilievo. Egli è passato dalla prima maniera giovanile de I sentieri dei nidi di ragno, al tempo della resistenza, alla invenzione fantastica che colora l’attesa del futuro nelle Fiabe italiane, al mondo fantascientifico di esplorazione del cosmo primordiale in Ti con zero ed in altri racconti, al mare dell’oggettività degli ultimi romanzi fino a Palomar, solo per indicare le tappe più significative d’un campo vastissimo di opere di saggistica e di narrativa che influenzarono anche l’arte cinematografica.

Da alcuni scritti calviniani furono tratti infatti film di successo come I soliti ignoti di Mario Monicelli nel 1958, L’amore difficile di Nino Manfredi nel 1962, Il cavaliere inesistente di Pino Zac nel 1969, Marcovaldo di Nanni Loy, un film Tv nel 1970, Sono un gran bugiardo, film documentario di Fellini nel 2002, L’isola di Calvino di R. Giannarelli nel 2005.

Pur restando uno scrittore essenzialmente italiano per l’attaccamento alla terra dei suoi genitori e la profonda linfa culturale che ne trasse, attinse attraverso i numerosi viaggi e le esperienze personali e le frequentazioni originali che ebbe modo d’intrattenere, tra cui Vittorini e Pavese, elementi ed aspetti tali che lasciarono un solco significativo nella sua sensibilità e quindi nelle sue opere.

Così fu per Cuba dove, prima del rientro in Italia, visse la sua prima infanzia vicino al padre, agronomo sanremese che lì era andato a lavorare e la madre, docente di matematica e scienze. Successivamente rivisitò quella terra in compagnia della moglie, la traduttrice argentina Ester Judith Singer, sposata nel 1964. In quell’occasione conobbe Ernesto “Che” Guevara a cui, dopo la sua morte in Bolivia, dedicò alcune pagine.

Il ritiro a Parigi.
Eremita. Così si definiva Calvino nel suo periodo parigino.

Determinante sul suo carattere e sulla sua ispirazione letteraria fu senza dubbio il viaggio a Parigi nel 1967 ed il soggiorno in questa città, che avrebbe dovuto essere breve, ma che durò ben tredici anni fino al 1980.

Stabilitosi con la sua famiglia in una villetta di Square de Châtillon, nel 14° arrondissement di Parigi, Calvino condusse vita appartata [1] , senza negarsi però il piacere d’incontrare e frequentare alcuni intellettuali allora molto in voga con i quali stabilì legami di amicizia. Gran parte di loro: George Perec, François Le Lionnais, Jacques Roubaud, Paul Fournel, Raymond Queneau facevano parte dell’Oulipo. Il termine Oulipo era un acronimo che contrassegnava l’Ouvroir de littérature potentielle (Gallimard Paris 1973), cioè l’ “Officina di letteratura potenziale”, fondata da Le Lionnais, ingegnere, matematico e scrittore, insieme a Raymond Queneau seguendo due percorsi, uno sintetico, l’altro analitico per potere applicare il metodo sperimentale delle scienze alle creazioni umanistiche, cioè fornire agli scrittori forme e strutture nuove da usare al posto delle antiche espressioni.

Calvino ne restò affascinato e seguì l’intuizione felice di Raymond Queneau, di cui tradusse l’opera principale: Les fleurs bleues (1965). Questa sviluppa due storie parallele, sognate dallo stesso personaggio, una rivolta al passato, l’altra al futuro, storie divertentissime, condotte con grande leggerezza e senso dell’humour. La materia narrata si libra leggera su registri diversificati, mentre ad essere penalizzata è la razionalità che di solito s’accompagna al reale.

Si verifica così nella mente di Calvino il connubio tra la vena allegorico-simbolica di tanti personaggi già individuati, sospesi tra vita e sogno, con aspetti fantascientifici e divertenti colti in uno spazio temporale diverso. Il registro assolutamente nuovo non gli è assolutamente estraneo, ma appare condiviso e traslato in una dimensione psicologica alternativa.

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Tarocchi

Durante il soggiorno a Parigi, Calvino viene quindi a contatto con un fervore di proposte e di studi di straordinaria importanza che lo suggestionano. Conosce pure l’amico di Queneau, il semiologo Roland Barthes che, partendo dall’idea di Ferdinand De Saussure, stava approfondendo allora studi molto seri sulla scienza dei segni (il suo Elementi di semiologia è del 1964) e la necessità di inverare il linguaggio estendendolo alle grandi discipline dell’antropologia, della psicanalisi, della sociologia. La strada sarà aperta allora allo strutturalismo, termine apparso nei lavori dell’antropologo francese Claude Lévy-Strauss e poi divenuto filo conduttore delle ricerche di Jacques Lacan e di Louis Althusser.

Insomma tutto un mondo nuovo sembra schiudersi in cui lo spazio della comunicazione occupa il centro privilegiato d’una rappresentazione non più semplice. Calvino così esperimenta il “gioco combinatorio” della parola in alcuni suoi testi, tra cui Il castello dei destini incrociati (1969), una sorta di lettura surreale d’un mazzo di carte, collocato nel centro d’una tavola a cui siedono dame e cavalieri, che si anima con le parole dell’autore. Presentandolo nella prima edizione di Einaudi, Giorgio Manganelli disse:
“... È un catalogo dei possibili, un elenco di ipotesi, un dizionario criptico del mondo, nei loro segni si abbreviano i nodi fatali del destino umano, tutti insieme occupano uno spazio gelido e fastoso nel quale si allineano, mondati da ogni clamore quotidiano, gli eventi rituali e privilegiati, le sventure, le estasi, la morte, l’oscuro itinerario conoscitivo.”

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Dipinto di Magritte, in copertina di Le Città invisibili

E sulla scia di questo stravagante racconto, nel 1972, Calvino dà alle stampe Le città invisibili, una combinazione appunto di racconto filosofico e fantastico-allegorico, senza sviluppo di personaggi, un catalogo descrittivo di città che Marco Polo presenta a Kublai Khan, l’imperatore orientale alla cui corte è giunto.

Gli anni ’80

Dopo il rientro in Italia, sembrano dunque schiudersi verità nascoste ancora sconosciute, itinerari inediti da percorrere senza esitazioni. Siamo di fronte ad un gioco di specchi a cui il lettore partecipa, acquisendo la consapevolezza d’una molteplicità che s’annunzia ingannevole. Ben presto spariranno o si accrediteranno come lampi di illusioni. Non c’è più “la sfida al labirinto”, che Calvino aveva invocato sul “Menabò”, fondato con Elio Vittorini nel 1958, quando aveva annunziato agli intellettuali la necessità d’una lotta contro l’alienazione e la reificazione, bensì subentra il tanto temuto passaggio da un labirinto ad un altro.

Forse una resa? Una pietra sopra del 1980 lo farebbe pensare. Lo scenario della fantasmagorica visione sembra chiudersi definitivamente. Costa eccessiva fatica sfidare i labirinti. In Leggerezza, una delle ultime Lezioni americane , che avrebbero dovuto essere tenute ad Harvard, se Calvino non fosse morto prematuramente nel 1985, nelle pagine 632-633 è contenuta la verità nascosta in un mito. L’autore dice:

“In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa.” Ma c’è forse un modo per salvarsi dal suo abbraccio mortale. È lo stesso sistema che adopera Teseo per ucciderla senza fissarla in volto, ma guardandola indirettamente riflessa nello scudo di bronzo. Poi, dopo averla uccisa, chiude la testa mozzata in un sacco e “quando i nemici stanno per sopraffarlo basta che egli la mostri sollevandola per la chioma di serpenti e quella spoglia sanguinosa diventa un’arma invincibile nella mano dell’eroe.”“Qui il mito vuol dire qualcosa che è implicito nelle immagini e che non si può spiegare altrimenti.[...] Perseo riesce a padroneggiare quel volto tremendo tenendolo nascosto, come prima l’aveva vinto guardandolo nello specchio. È sempre (la sua salvezza) in un rifiuto della realtà del mondo di mostri in cui gli è toccato vivere, una realtà ch’egli porta con sé, che assume come proprio fardello.”

Fuori dal mito significa che la letteratura non è inutile: ci può offrire uno sguardo indiretto della realtà senza ferirci, se la sappiamo leggere e comporre, soprattutto se impariamo ad avere coraggio.

Gaetanina Sicari Ruffo

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Un bel documentario di 28’ girato a Parigi nel febbraio 1974- regia di Nereo Rapetti da visionare

ITALO CALVINO: UN UOMO INVISIBILE

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[1Cfr. Eremita a Parigi. Pagine autobiografiche. Milano. Oscar Mondadori,1994


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