Altritaliani
Missione Poesia

Paolo Carnevali: la poesia come senso profondo della vita.

sabato 23 novembre 2013 di Cinzia Demi

Missione poesia. Dagli anni ottanta Paolo Carnevali spazia tra riviste letterarie, saggi monografici, testi teatrali, traduzioni, ma soprattutto poesia. Una poesia che è come una carta velina che avvolge parole ed immagini. Un poeta onesto e sincero che nella sua clandestinità interiore compone degli acquarelli mentali.

Paolo Carnevali è nato a Bibbiena in provincia di Arezzo nel 1957. Risiede a Londra. E’ poeta e traduttore. La sua tesi di laurea su C. Cassola gli permetterà di stabilire un’amicizia con lo scrittore e l’adesione al movimento per il Disarmo Unilaterale. Ha pubblicato: I Dialoghi di ebe e lio’ per l’editore Lalli, dal cui testo è stata realizzata una pièce teatrale e un saggio monografico (1984); la plaquette poetica Trasparenze per le edizioni Tracce (1987).
Nel 1985 entra nella redazione di Micromacro, periodico di cultura valdarnese. Collabora al Circolo Letterario Semmelweiss di Angelo Australi, organizzando nel 1987 Inventario, convegno nazionale riviste di letteratura, al teatro Garibaldi di Figline. E’ critico musicale e traduttore presso Salisburgo (Austria) ed è giornalista free-lance.

Paolo è un autore che non conosco personalmente ma che ho avuto il piacere di seguire su Faceboock, questo intrigante quanto invadente mezzo di comunicazione che, se usato con moderazione e scopi benevoli, ha una sua funzione mediatica non indifferente. Un mezzo quindi da non sottovalutare e da non prendere alla leggera.
Paolo mi è sembrato da subito una persona aperta, un poeta sincero ed è per questo che ho pensato di chiedergli qualche suo testo da proporre ai lettori di Missione poesia. I testi che mi ha mandato fanno parte della plaquette Trasparenze (Tracce, 1987): l’autore mi ha infatti confermato che al momento si sta occupando di traduzioni letterarie.

La cosa incredibile – che conferma il mio pensiero su di lui – è che questi testi, oltre che da alcuni ritagli di articoli comparsi su riviste a commento del suo lavoro, sono accompagnati da una lettera scritta a mano. Erano anni che non vedevo qualcosa del genere. L’ultimo e unico pezzo scritto a mano, penso da dieci anni a questa parte - l’ho ricevuto e lo conservo come una reliquia – risale all’anno scorso quando ricevetti una nota di recensione al mio libro Incontri e Incantamenti scritta dal prof. Barberi Squarotti. Dunque, Carnevali è poeta che scrive ancora a mano le sue poesie, i suoi testi? Questo non lo so, non glielo chiederò nemmeno, lascio al lettore l’idea di immaginarselo con carta e penna a riempire di versi quello spazio bianco del cuore, quella dimensione dell’anima che porta alla composizione poetica.

Certo è che lui stesso afferma:
“Il mio rapporto con la poesia nasce da qualsiasi sentimento che influenzi la coscienza. Uso le parole come velo per immagini, concetti, brevi momenti da fermare: con una varietà di stili e di riprese. Una poesia vissuta alla macchia, in una felice clandestinità. Ricerco le immagini nette e chiare, la dolce vertigine piena di strana melanconiosa cantabilità. Io li chiamo: acquarelli mentali da scrivere. Arriva un momento nella vita, in cui il desiderio di scrivere è riuscire ad infondere i gesti quotidiani, anche i più banali che offrono il senso profondo della vita, il raccontare la umanità normale. Il motivo della vita nel suo fluire sotto la soglia della coscienza pratica. Perché l’ emozione poetica appartiene alla coscienza subliminale. Una poesia deve essere scritta con l’immaginazione del momento privilegiato in cui prevale la coscienza interiore. Però è anche vero che la poesia è questione di attimi e spesso ho creduto che per ritrovare il tempo sia necessario il racconto. Perché il tempo equivale a dare il senso all’ esistenza. Ho sempre pensato che siano sufficienti poche frasi per dare il senso all’ esistenza, ogni particolare aggiunto è inutile; tanto che quando incominciai a scrivere i miei primi racconti: erano di poche righe, simili a poesie, secchi, al punto che smisi di scrivere.”

POESIE

Ieri, quando parlavo con te
abbassavi lo sguardo,
forse avevi paura
di pungermi
di farmi sentire
un po’ strano.
Certo che ti ho pensata molto
camminando verso casa,
tra le nuvolette
argentate di fiato
del primo mattino.
Ed ero felice
nel ricostruire
il sorriso dolce del sud
che traspariva
dal tuo viso.

*****

Sono uscito
gialle foglie
attorno.
Questa notte
ci sarà la luna.
Una notte pulita.

Domani sarà
come scivolare
su una foglia
sudicia e viscida.

Il mio sguardo
vitreo e freddo
come un click
fotografico.

****

Tutte quelle luci
tutti quei corpi
il vento che passa
tutto che corre via.
Soffermo lo sguardo:
“vietato chiamarsi”
arrendersi all’attimo
al tempo senza tempo
al tempo che corre
che corre via
e lascia nude le cose
aride di immagini.
Solo la mia figura
in mezzo a tanta gente.

Nella lettera che mi ha inviato Paolo Carnevali parla della poesia come di “[…]una malattia privata…(che ha per compito) l’insegnamento appassionato del reale”. Queste due indicazioni mi sono piaciute. Mi hanno dato il senso della dimensione poetica dell’autore, del suo aver declinato la poesia in due direzioni ben precise: una che parte dall’esperienza privata, da una sensazione che diventa quasi fobia: la necessità di scrivere in poesia è una malattia dell’animo, una malattia la cui cura sta nello sviluppo della malattia stessa, che diventa l’arte di scrivere, l’ossessione che si perpetua nei versi, nell’andare a capo necessario al poeta. Dall’altra parte il compito, il ruolo previsto e pensato della poesia: l’insegnamento appassionato del reale, la spiegazione della vita nelle sue verità, senza menzogne, senza artifici dettati dall’ipocrisia. C’è del vero in questa visione, lo condivido appieno: la poesia non può essere menzogna ed è necessaria al poeta, come l’aria stessa, per vivere.

Trovo quindi, nella dichiarazione di poetica di Carnevali, e in molti dei testi che mi ha inviato, la conferma di pensieri raccolti nel girovagare letterario tra molte poetiche di autori del nostro ‘900 (Saba, Gatto, Caproni, lo stesso Pascoli) evidente segno di frequentazioni e letture importanti e formative per l’autore. Certo è che la critica, in relazione alla forma stilistica, all’uscita di questa raccolta parlò anche di un certo “rapporto con la lontana esperienza ermetica” (Attilio Lollini, ne “Il Manifesto” del 22 novembre 1988) o di “forma asciutta e calibrata, parsimonia delle immagini e delle metafore, uso attento ed equilibrato di assintattismi e interpunzione libera” (Gabriele Ghiandoni, nel “Corriere Adriatico” del 13 giugno del 1990, riprendendo l’introduzione al libro di Ubaldo Giacomucci). Ma qui, quello che interessa, a mio modo di vedere la poesia, sono le intenzioni del poeta che restano, come da lui stesso affermato, se pur a volte sono illusorie, “quelle di essere onesti con le nostre aspirazioni ideali”.

Concluderei questo articolo proponendo la lettura di altri testi per dare al lettore la possibilità di conoscere meglio il poeta proposto:

Mi ricordo parlammo di gatti,
del tramonto, di un luna park,
come in un fumetto a colori,
come due bimbi per mano.
Si può rinascere per caso
semplicemente guardandoti,
come quei fiori
che nascono ovunque.
E come nei sogni,
immaginare una fiaba:
Roma nei tuoi occhi,
era il mondo.

*****

Silenziosi eventi
ricorda la mente
e mente.
E tende le mani
indaffarate a fare altre cose.
Si sgretola
come un pugno
di tenera sabbia
il sogno.
Non tutto è perduto:
la battaglia continua
anche se seduto
scalcio i sassi
vicino alle mie scarpe.

*****

Cifre si sommano
il doppio è già origine
batte nella notte vuota
rock e coca cola.

Un filo di nebbia:
sarà o è stato
chiederemo increduli.

*****

il vuoto ci ha raggiunto
il colore nero
sembra avere cancellato
i sorrisi.
Finti duri
duttili alle mode
avanzano
con i perché del quando.

Cinzia Demi

P.S. “MISSIONE POESIE” è una rubrica culturale, curata da Cinzia Demi, per il nostro sito Altritaliani. QUI, il link Chiunque volesse intervenire con domande, apprezzamenti, curiosità può farlo tramite il sito cliccando sotto su "rispondere all’articolo" o scrivendo direttamente alla curatrice stessa all’indirizzo di posta elettronica: cinzia.demi@fastwebnet.it


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