Altritaliani

I nemici di Renzi.

sabato 7 settembre 2013 di Nicola Guarino

Tra poco ci sarà il congresso del PD che sarà in ogni caso un congresso decisivo. Sarà l’ora della verità tra chi vuole rivoluzionare il sistema e chi vuole continuare a proteggerlo mantenendo lo status quo. Renzi è il favorito ma ha molti nemici da cui difendersi.

Matteo Renzi è oggi l’uomo che gode della maggiore fiducia dal popolo italiano. Lo dicono tutti i sondaggi. Lo è stato anche in tutto il mese d’agosto quando in una politica che non si è data vacanza, si è imposto il silenzio, per uscire dalla stretta estenuante del circo mediatico.

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Eppure il sindaco di Firenze ha molti nemici interni ed esterni, che lavorano febbrilmente perché lui non riesca a dirigere il partito e soprattutto il paese.

Molti nemici, molto onore... (Benito Mussolini).

Con ironia ricordiamo il lugubre motto mussoliniano per parlare in primis dei nemici esterni. Naturalmente dobbiamo parlare del PDL e in particolare di Berlusconi. Si è molto detto sul pranzo ad Arcore di un invitato Renzi. Un comportamento che scosse la sinistra tradizionale e conservatrice, che vide in quel gesto un atto da “inciucio” un pericoloso superamento dell’antiberlusconismo che ha caratterizzato con il suo opposto ovvero il “berlusconismo”, gli ultimi venti anni della storia politica del paese. In realtà, questa “simpatia” berlusconiana non è mai scattata, se è vero che al momento del governo delle grandi intese, il cavaliere disse al telefono, direttamente all’interessato, che lui non era gradito al PDL che, viceversa, preferi Letta. Eppure i retroscena politici svelarono che al momento del conferimento dell’incarico, Napolitano propose tre nomi. Amato, gradito al Quirinale, Letta e appunto Matteo Renzi.

Certamente a spaventare il cavaliere fu la circostanza che gli studi dei sondagisti rivelavano che Renzi avrebbe raccolto consensi e simpatie anche tra gli astenuti alle elezioni e finanche tra gli elettori del PDL, specialmente i meno affecionados all’uomo di Arcore.

Il PDL ha adottato verso il sindaco fiorentino una posizione ambigua e strumentale. Per un verso sono convinti che Renzi con la sua popolarità e qualche “capriccio” comunicativo possa sparigliare il PD facendone esplodere le sue annose contraddizioni, cosi da infliggere al principale avversario un danno forse irreparabile. Tuttavia, ne teme il successo nel PD che porterebbe all’irreparabile, declino della leadership berlusconiana che in un partito anomalo come sarà anche il prossimo Forza Italia, vorrebbe dire la fine di questa destra e la necessità di una complessa e lunga ricostruzione di quello schieramento politico.

Ecco perché la destra vorrebbe un Renzi, come “eterna risorsa da non utilizzare mai”, utile strumento di crisi del PD ma mai leader del PD medesimo. Questa aspirazione coincide con quella di alcuni avversari interni al PD come i dalemiani e i bersaniani. Come si spiega questa coincidenza?

In realtà la dinamica politica negli ultimi venti anni si è basata sul confronto viscerale tra berlusconiani e antiberlusconiani. Una contesa indotta dai metodi comunicativi di Berlusconi e dalla reazione, basata anch’essa specialmente attraverso i mezzi televisivi. Non è un caso che questi sono stati gli anni del primato dei talk show televisivi. Renzi spezzerebbe questa conflittualità personale, imprimendo un’accellerazione sui temi reali del paese.

Con il berlusconismo e l’antiberlusconismo, ci ha campato (e non solo politicamente) non solo Berlusconi che è stato l’autentico protagonista della scena politica negli ultimi venti anni, ma ci hanno campato anche gli avversari. I vari D’Alema, Bersani, Bertinotti, Di Pietro, Vendola, Grillo, che su questa battaglia all’ultimo sangue (mentre il paese moriva) ci hanno costruito le loro carriere con tanto di soldi e privilegi. Naturalmente ci hanno campato anche i rispettivi entourage e non solo le Biancofiore e Santaché, o i Feltri e i Ferrara ma anche gli entourage per cosi dire di sinistra: Santoro, Travaglio e compagnia bella che sono stati e sono ancora i protagonisti di questo circo “politico”.

Infine un successo di Renzi imporrebbe un cambio anche nella destra. E’ già successo, quando il solo paventare la possibilità di un Renzi leader smosse il PDL che parlo’ di primarie si affacciarono personaggi nuovi e meno compromessi con il metodo “Arcore”. Poi vinse le primarie di centrosinistra Bersani e sappiamo come è andata.

Spezzare tutto questo vuol dire il pensionamento di Silvio e la fine del circo e quindi dei privilegi, e nei casi peggiori delle mazzette e cosi via.

Ecco perché Berlusconi ha avuto in passato bisogno di personaggi come Bertinotti, che ora si limita al caviale delle feste romane nei salotti buoni, ma anche di Vendola, D’Alema, Violante e dello “smacchiatore” che faceva tanto folklore, ma non puo’ fare lo stesso con Renzi, malgrado il pranzo insieme, proprio perché questi sfugge alla trappola berlusconiana e finisce per rubargli la scena, sostituendo alla vanità del nulla, argomenti politici.

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Venti anni di paralisi economica, di leggi ad personam, di assenza di riforme strutturali a cui hanno contribuito tutti berlusconiani e antiberlusconiani, venti anni che hanno portato alle cifre attuali della tragedia italiana. Non si ricorda una riforma degna di nota se non forse quella di Monti sulle pensioni, non si ricorda un solo progresso civico fatto dal paese. Un paese con il 40% dei giovani disoccupati con il 50% delle donne del sud che non lavorano, con due imprese che chiudono ogni ora, con un patrimonio culturale abbandonato al suo destino e in rovina. Con le industrie che chiudono senza che nessuno abbia avviato una seria politica industriale.

Con Torino che svuotata dellle sue imprese è diventata la più povera città del nord. Con un tasso di corruzione da 60 miliardi di euro all’anno, pagati da noi, un’evasione fiscale da 120 miliardi all’anno e con un divario tra ricchi (pochissimi) e poveri (moltissimi) che è diventato incolmabile. Il 10% degli italiani godono della metà di tutta la ricchezza del paese e quel che è peggio spesso in paradisi fiscali.

“Dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi il dio” (Proverbio).

Veniamo ai nemici interni. Qui la questione è molto più complessa. Non si tratta di un problema solo tattico o strategico nel PD ma è piuttosto un problema culturale, che sta trovando con fatica la sua soluzione.

La rottamazione, è un brutto temine ma efficacie. Certo nella vecchia nomenclatura a livello locale come a livello nazionale, il pensionamento, il prepensionamento fa paura. E’ legittimo, nessuno vuole cedere i propri privilegi, ma è anche difficile dopo aver speso una vita (magari spesso male) nella politica e tra i suoi riflettori uscire dalla scena. Certamente, non puo’ essere piacevole. Il Sunset boulevard, naturalmente non è amato dagli attori protagonisti, sia che si parli di teatri celebri che di piccoli palcoscenici.

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Ma dicevo che il problema è soprattutto culturale. Ancora oggi molta stampa parla, erroneamente, ancora di ex democristiani ed ex comunisti, la realtà è che l’attuale PD è cosa diversa dalla Margherita o dai DS e questo va a merito dei rottamandi. Oggi la ex DC Bindi ha posizioni, a volte, più estremiste dell’ex PCI Violante e la cosa non è casuale o episodica. La realtà è che pur non avendo completato il percorso, i democratici, in questi decenni, ne hanno fatto di strada. E quindi è profondamente riduttivo mantenere questa mediatica divisione da prima repubblica. La realtà, tuttavia, è che nel riassetto del PD si sono manifestate diversissime anime che hanno trovato differenti esponenti quali interpreti.

Quello che occorre al PD è una coraggiosa sintesi. PD vuol dire un processo di trasformazione che ha riguardato ciascun individuo che si collocasse nell’area del centrosinistra, ma anche una trasformazione che nell’insieme leggesse le realtà nuove di una società che dagli anni di piombo ad oggi è radicalmente cambiata.

Ecco che il problema è culturale. Esistono tanti amici, che ancora oggi parlano di socialismo, di classa operaia, di lotta di classe, sbandierando una questione morale ereditata da Berlinguer senza, tuttavia, dare contenuti a questa bandiera.

La realtà è che molti democratici sono dei moderati, ma è anche vero, ad esempio, che i moderati di oggi non sono silenziosi, sono esigenti, spesso appartenenti ad una classe media che sempre più scivola nella povertà. La classe operaia è ormai espressa invece, da poche centinaia di migliaia di persone, sono i reduci di una società che negli anni ha abbandonato la grande industria (e spesso rovinosamente anche la piccola e media) per dare spazio ad un terziario che non è neanche particolarmente avanzato.

Insomma se “La classe operai va in paradiso” è un film simbolo degli anni sessanta, “Tutta la vita d’avanti” con i suoi call center e la sua soffocante precarietà è il simbolo di questi anni.

Zygmunt Bauman ha ben evidenziato come la società del “benessere” spinto, negli anni ottanta, quando esplose il neoliberismo tatcheriano, ha dato l’illusione che tutto fosse possibile, diversamente dai figli cresciuti negli anni cinquanta da genitori che ancora avevano presente i sacrifici e la paura della guerra, quei bambini oggi più che trentenni , sono cresciuti senza nessuno spirito di sacrificio, allevati da genitori troppo parsimoniosi e convinti che il benessere fosse per sempre. La crisi economica e del modello consumistico avanzato ha trovato del tutto spiazzata questa generazione, impreparata ed oggi bisognosa d’aiuto dalle vecchie generazioni che viceversa egoisticamente sembrano incapaci, se non a chiacchiere, di produrre una politica a loro sostegno.

La scuola per tutti è stato un grande successo, ma andrebbe accompagnato da criteri selettivi e di merito molto più efficaci. Nella sinistra (in una certa parte della sinistra e dei suoi elettori) questo tema è visto ancora con sospetto. C’è da fare una battaglia culturale che abbia il coraggio di mettere gli italiani tutti (e non solo la classe politica) innanzi alle proprie responsabilità. In un paese che governato dalla destra o dalla sinistra non ha mai saputo rinunciato a piccoli privilegi, a politiche di sottobosco e finanche ad un uso spesso sfrenato del clientelismo.

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Tutto questo con la corretta e civica conduzione della vita di un paese non c’entra. Queste pratiche non sono europee e la sinistra deve aspirare ad un Europa egalitaria dove diritti e doveri siano egualmente condivisi.

Bersani fa bene a parlare di eguaglianza insieme al merito, ma i governi fin qui avuti non hanno rispettato questi principi. Anche quando Bersani era ministro, anche quando era segretario del partito in sede locale e forse in sede nazionale il suo PD non ha rispettato sempre e comunque i principi predetti.

La sinistra fatica a capire che esistono categorie nuove di sfruttati. I giovani sono spesso sacrificati da un mercato del lavoro che è ipergarantista con chi il lavoro ce l’ha, mentre non da alcun futuro a chi resta precario esposto ad uno sfruttamento selvaggio senza neanche il sostegno di lotta dei sindacati.

Ci sono gli immigrati che sono gli ultimi, abbandonati da tutti, e a cui non puo’ bastare il premio di consolazione di una ministra nera. Abbiamo ricordato la classe media e ricordiamo le donne che ancora oggi sono sul lavoro vittime di un pensiero che nel suo fondo, dagli anni ’50 ad oggi, non è cambiato.

Renzi per una parte della base e dei simpatizzanti di sinistra, dicamo quelli che sarebbero i più “rouge” ha il difetto di essere troppo comunicativo, sciolto. Il suo parlare semplice viene visto come “semplicismo”. Per questi è meglio l’aggressività o la presunta trasgressivita di un Civati, addirittura tra i più anziani e quelli più legati alla tradizione PCI, meglio Cuperlo che appare nella sua seriosità più rassicurante per il modello un po’ “soviet” di una parte della base e non è un caso che lo “smacchiatore” Bersani o Fassina siano favorevoli a l’uomo di D’Alema.

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Personalmente condivido quanto detto da il filosofo Cacciari, ovvero che Renzi è l’unico che il consenso se l’è conquistato con le sue battaglie e con le sue azioni. Aggiungo, a chi dice che Renzi parla come Berlusconi, che un conto è parlare semplice dire delle cose difficili in modo comprensibile e valutabile da tutti, rispettando con coerenza le cose dette. Altra cosa è dire come ha fatto Berlusconi: “Meno tasse per tutti” e poi aumentarle; “Creero’ un milioni di posti di lavoro”, contribuendo poi all’aumento di un milione di disoccupati. Renzi piace perchè è il segnale che oggi il PD puo’ parlare semplice, senza facili demagogie, con senso del realismo, ma portando con se una speranza, un sogno.

Un paese che sappia riconoscere e premiare il merito, che accompagni i cittadini a realizzare le proprie aspirazioni, con meno burocrazia e più fiducia negli altri. In un paese che ha aumentato le sue diseguaglianza, che ha creato un clima di rivalita, diffidenza e sfiducia tra i cittadini, è una cosa positiva. Renzi con realismo propone un altro sogno, un paese che sappia fare della cultura e delle sue risorse artistiche, archeologiche e paesaggistiche la sua nuova impresa trainante. Che ricostruisca un piano industriale che sia più coerente con la cultura dei territori dove queste imprese si insediano. Favorire il rilancio della impresa giovanile e dell’occupazione perché il futuro è pur sempre dei giovani. Di far uscire da un “sistema” mafioso e terzomondista fatto di corruzioni e clientele, dove ciascuno effettivamente e costituzionalmente dovrà contribuire secondo le proprie ricchezze.

Iniziando dalla trasparenza dei bilanci, e finanche delle sottoscrizioni, con l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti che storiacamente è stato veicolo di sottobosco e malcostume. Il fiorentino ha il merito di dare un sogno ai milioni di giovani che sono rassegnati e che se non fuggono all’estero restano in un’amara precarietà senza fine.

Ha il merito di parlare al cuore della società civile, dei moderati, che sono stanchi di tacere e che guardano con sospetto a qualche estremismo (per la verità più di forma che di sostanza) di candidati come Civati. Cittadini che sono stanchi dell’inutile autoreferenziale lotta tra berlusconiani e antiberlusconiani che ha caratterizzato l’ultimo ventennio, che hanno voglia di politica alta e partecipata. Si, perché tra i meriti di Renzi vi è l’idea di eliminare le correnti (proposito un po’ velleitario) ma di ascoltare le persone e di coinvolgerle nella rinascita del paese.

In una parte della sinistra e della sua base resta un senso di supponenza, l’affidarsi a pregiudizi. Ho sentito più di una persona criticare Renzi a priori, magari per averlo solo visto alla TV in qualche immagine da telegiornale, sarebbe meglio leggere i suoi libri, che sono di un italiano semplice quanto appassionato, che magari che scandalizzerà i cultori dei linguaggi accademici degli statisti di una volta.

Ma Renzi deve anche sfuggire all’assalto alla diligenza dei rottamandi che sentita l’aria che tira sono tutti pronti ad endorsement al probabile vincitore salendo sul suo carro, dimenticando la promessa del sindaco, ovvero di rinnovare nelle idee e nelle persone il partito. Quindi attenti ai Franceschini, Bassolino, Bindi, D’Alema, i quali hanno il diritto di appoggiare chi vogliono, ma Renzi fili dritto per la sua strada è quello che gli chiedono i tanti suoi sostenitori dentro e fuori il PD. Anche perché nel gioco della politica si puo’ facilmente essere strangolati in abbracci mortali con chi fino ad un minuto prima era scettico se non critico.

Ma il giovane sindaco fiorentino, proprio perché si è fatto da solo, senzo impomatare la schiena ai dirigenti che lo precedevano, sa bene queste cose perché di navigazione ne ha fatta tanta.

Infine, dopo aver liberato la sinistra dal politichese, tocca a Renzi un ulteriore compito per completare la sua, oserei dire, “rivoluzione culturale”; tagliare idealmente non con tutto il passato storico DC e PCI da cui nasce il PD dopo lunghe e travagliate evoluzioni, ma con quelle pratiche di malapolitica di cui i due partiti di massa furono in misure diverse e in ambiti diversi, interpreti costanti. Pratiche fatte di una “idea del partito” che occupava le istituzioni militarmente, che occupava finanche le funzioni di controllo di quelle istituzioni che facevano della pubblica amministrazione strumento di lotta politica con pratiche fatte di favoritismi, con comportamenti non limpidi, politiche a volte parassitarie e di ingiuste clientele.

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Liberare il PD da questo retaggio della prima repubblica sarà uno dei compiti più duri. Una battaglia da condurre casa per casa, paese per paese, per liberare il PD dalle pratiche sottocultulturali che furono della DC e PCI che si sono per decenni perpetrate e fatte sistema e che ancora oggi sono di largo uso. Sono queste pratiche alla base di fenomeni degenerativi come quelli che sfociarono inevitabilmente, nel fenomeno di mani pulite e che successivamente hanno determinato l’ultima anomalia, ovvero il “berlusconismo”. Sarebbe un segnale anche di normalizzazione delle istituzioni le quali non possono essere immaginate come appendice degli interessi di partito.

Sarebbe un segnale importante per una democrazia che dal dopoguerra ad oggi ha vissuto due fasi anomale. La prima con l’assenza di alternanza ai vertici del governo politico con quasi 50 anni di dominio democristiano e poi con l’avvento e il dominio di Berlusconi.

Il PD non è non sarà un monolita, ma come più volte detto perché non dare più spazio, con Renzi e Letta, ai vari Civati, Puppato, Serracchiani, Cuperlo, Barca, Orfini ed altri. Insomma è l’ora del cambiamento, un cambiamento certo che non potrà essere scevro di confronto dialettico . Un cambiamento che tuttavia appare fisiologico, inevitabile e che non andrebbe contrastato disperatamente dagli avversari interni, ma favorito se è vero che la salita di Renzi vorrebbe dire un successo sicuro del PD, ma soprattuto l’archiviazione del passaggio della seconda repubblica e forse, finalmente, l’affermazione di una repubblica nuova ed europea.

Nicola Guarino


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