Altritaliani

Berlusconi e l’effetto Cassazione.

martedì 13 agosto 2013 di Nicola Guarino

La sentenza che chiude con l’anomalia berlusconiana ha un indubbio valore politico ma anche uno pedagogico. La svolta potrebbe essere all’angolo, e forse finalmente tramonta il tempo della politica liquida e dei partiti “faidaté”. Lo scontro di poteri tra politica è giustizia è materia meno recente di quanto i falchi berlusconiani credano, ma è all’origine della “discesa in campo”. Intanto Silvio pensa a Marina.

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Non bisogna essere ipocriti. Se si aspira ad un rilancio della politica negli esacerbati cuori degli italiani, la prima cosa da fare è un’operazione di verità. La sentenza che di fatto “cassa” Berlusconi dalla scena politica ha indubbiamente degli effetti politici. Il primo dei quali è stato testé indicato. Va detto che tutte le sentenze, specialmente quelle di grado superiore hanno effetti sulla società, sulle persone, diventano giurisprudenza a cui ci si riferisce anche nella formazione di nuove leggi e quindi hanno spesso, se non sempre, un valore “politico”.

Che sia un fatto unico e in tal senso anomalo, che il leader politico che ha dominato la scena negli ultimi venti anni sia stato eliminato da quella stessa scena con una sentenza di conferma di condanna di terzo grado, per una sostanziosa frode fiscale, è di tutta evidenza. Come, del resto, era assolutamente evidente che la stessa discesa in campo nel 1994 del cavaliere fosse anch’essa un’anomalia, un caso unico di conflitti di interessi, almeno per quanto riguarda le società occidentali.

Vaneggia la destra quando immagina una teoria complottista che abbia ispirato i giudici della Cassazione che tradizionalmente e notoriamente sono di solito conservatori e certo non dei rivoluzionari bolscevichi. Le accuse a loro rivolte sono pretestuose e il frutto della disperazione di chi vede nella ormai probabile uscita di Berlusconi la fine dei propri privilegi di cortigiani coccolati dal cavaliere.

Questa sentenza è invece, frutto di una tradizione giuridica che si fonda su quell’autonomia giudiziaria che il costituente volle a difesa del sistema democratico, dopo il terribile ventennio (anocora un ventennio) fascista.

Ecco perché credo che, ovviamente al di là della volontà della Corte di Cassazione, questa sentenza abbia un valore anche pedagogico, oltre che politico. Si tratta dell’esempio più illuminante del conflitto tra il potere politico e quello giudiziario. Quest’ultimo ispirandosi costantemente ai principi guida della nostra Costituzione, finisce per contrastare ogni prevaricazione della politica, ogni semplificazione che vorrebbe il politico investito di poteri e prerogative che lo rendano superiore agli altri cittadini, capace di un’immunità che lo rendesse diverso dagli altri. Immunità che peraltro il costituente aveva anche previsto, ma in vero a difesa più dell’opposizione che dei governanti (ed è bene ricordare che attualmente Berlusconi con il suo partito è al governo), al solo scopo di evitare un uso politico dell’azione giudiziaria a danno della minoranza e in particolare del suo diritto di critica.

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Sia detto en passant che ricordo come il mio professore di Diritto costituzionale (si chiamava Scudiero, dell’Univ. Di Napoli), sosteneva che finanche lo Stato non ha una sovranità illimitata e che era ed è soggetto alle leggi come qualunque soggetto giuridico.

In realtà si commette un falso storico nel voler ridurre lo scontro tra il potere politico e giudiziario al periodo berlusconiano, come strumentalmente fanno, i suoi sostenitori.

La realtà è che questo scontro si è accuito drammaticamente a partire dagli anni ottanta, in piena era del socialismo craxiano. Quando giovani giudici formatisi negli anni settanta, nella lotta contro il terrorismo e contro il dilagare di un sistema di corruzione immediatamente sviluppatosi dopo le politiche di nazionalizzazione di strategici comparti industriali, come quelli energetici e dell’industria chimica e non solo, inizeiarono a svolgere il loro impegno con la precisa missione di contrastare tali illegalità.

Era quello un periodo, dove la politica iniziava ad invadere sempre più i settori produttivi chiave del paese, e lo scambio occupazione per voti divenne una pratica diffusa, in maniera forse non omogenea un po’ in tutte le forze politiche. Da allora sempre più avere un posto negli enti pubblici o statali, nell’Alitalia, come nell’Enel, nelle amministrazioni del neonato decentramento amministrativo (fatto di regioni, comuni e provincie), divenne sempre più questione di gusti politici e non di competenze professionali.

Un crescendo di corruzioni e clientele che dagli anni sessanta (quando l’Italia perse definitivamente la sua vocazione rurale) ad oggi è stato costante e direttamente proporzionale all’occupazione politica, direi partitica, dei centri strategici delle imprese e della pubblica amministrazione.

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Ma negli anni ottanta la corruzione italiana ebbe, grazie al craxismo e con il CAF (Craxi, Andreotti e Forlani) ed il compiacente silenzio del PCI*, che non seppe andare aldilà della proposizione della “Questione morale”, senza riuscire da quell’enunciato a proporre una strategia di rinnovamento politico, nel pieno dell’affermazione mondiale del liberalismo tacheriano e reganiano, i cui effetti sono ancora tristemente riconoscibili nell’odierna terribile crisi economica, uno sviluppo ulteriore e drammaticamente nuovo.

Il potere politico era diventato esiziale al sistema economico e di impresa, riuscendo cosi ad arrecare danno anche al comparto privato che per qualsivoglia sua azione era sotto il ricatto, a tutti i livelli, dei governanti. Un sistema che prevedeva che, dietro pagamento tutto era permesso, dove il politico, persa ogni sua vocazione, diventava professionista con una capacita lucrativa, che secondo il modello italiota era trasferibile all’interno della propria famiglia, che poi si faceva clan. Insomma, la Milano da bere, per capirci.

E’ li che il “socialista” Berlusconi, amico di Craxi, muove i suoi passi decisivi nella scalata imprenditoriale che lo vedrà, in breve tempo, con capitali a tutt’oggi oscuri, arrivare in cima al potere economico e finanziario del paese. Quella nuova magistratura, accusata oggi di essere politicizzata, volle essere semplicemente coerente con la Costituzione ( là dove in passato la magistratura aveva si svolto una funzione a volte impropria, archiviando processi scomodi alla neonata democrazia italiana) cercando di imporre l’azione giudiziaria nel nome del sacro principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, per cui in presenza di fatti penalmente rilevabili, s’impone l’inchiesta con tutti i mezzi necessari a fare luce e a dare chiarezza.

E’ proprio con Craxi e la sua veemente autodifesa che nasce il populismo che sarà ampiamente ripreso da Berlusconi con la sua nota discesa in campo del ’94. Craxi sostenne che in Italia ci si meravigliava della corruzione politica, del metodo delle tangenti, dei finanziamenti occulti alle forze politiche, ma quelle corruzioni, quelle tangenti, quei finanziamenti erano a conoscenza di tutti i partiti e tutti i partiti ne godevano. Pertanto essendo una prassi diffusa, consuetudinaria, non era perseguibile e quindi i giudici avrebbero dovuto girare le spalle, far finta di non sapere...insomma, lasciar perdere.

E’ li che nasce il nuovo populismo italiano. Sia chiaro; quelle forze politiche specie il PSI e la DC, godevano del voto della maggioranza degli italiani, italiani che spesso da quel sistema avevano tratto favori e vantaggi. Quindi il teorema era che se cosi fan tutti, allora nessuno è perseguibile. In realtà, non si puo’ tacere che un sistema di favori esisteva anche nell’opposizione, nel PCI che naturalmente nei comuni, negli enti locali e quando poteva a livello nazionale, non rinunciava, magari a volte arrossendo, ad adottare le stesse logiche.

Tuttavia, la magistratura, che è potere indipendente dalla politica (fortunatamente), non poteva accettare una tale logica. E’ bene ricordare che in diritto: “Nessuna consuetudine puo’ essere contraria alla legge” e quindi la populistica teoria di Craxi non fu sufficiente ad impedirgli di scappare dalle proprie responsabilità, fuggendo in Tunisia.

Oggi Berlusconi è difeso dai suoi “ascari”, con affermazioni del tipo: “Essendo votato da otto milioni d’italiani, non puo’ essere escluso dalla politica”, da qui richieste e minaccie per ottenere una “grazia”, un “salvacondotto”, una “legge speciale” che consenta al capo di restare in sella al suo partito, e, ai suoi impiegati (falchi e colombe inclusi) di mantenere tutti i privilegi politici ed economici di cui godono da venti anni.

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Questo è il punto decisivo. Io non so quanto ci sia di onesto nella difesa a Berlusconi del suo entourage, so che senza Berlusconi un elenco consistente di persone o personalità che hanno occupato la scena politica italiana, causando gran parte dello sfacelo economico, politico, morale e culturale attuale, non esisterebbe più. Noi che ci domandiamo con preoccupazione quali siano le competenze dei grillini, ci siamo chiesti a sufficienza quali sono le competenze della Biancofiore, della Santaché, della Brambilla e di tanti altri?

Il populismo di Berlusconi fa quindi un salto di qualità, si fa per dire, rispetto alla nascita del populismo craxiano. Berlusconi non è perseguibile, né condannabile, perché amato da una gran parte di cittadini. E’ fin troppo evidente la debolezza dell’argomento, per cui ogni replica appare finanche scontata ed inutile.

La vera meditazione va fatta sul sistema partito di Berlusconi, e qui vengo all’aspetto pedagogico, che indirettamente la sentenza assume, Questa sentenza dimostra come la politica per essere dei cittadini e al loro servizio, deve essere liberata da queste forme organizzative personalizzate (centrate non sulle idee, ma su un leader), da queste forme liquide ed irrituali della politica, che viceversa ha bisogno dei suoi organi interni, dei suoi congressi, dei suoi dibattiti e finanche delle sue divisioni (il PD insegna, finanche troppo bene). Un partito che si fonda su un padrone o su un regnante non è degno di una democrazia moderna. L’inconsistenza politica dello staff belusconiano è tale che addirittura si paventa che il cavaliere, qualora non riuscisse a rientrare in politica, cederebbe lo scettro del comando alla figlia Marina, attuale presidente della Mondadori. Insomma un passaggio della corona che lascerebbe intatta l’anomalia dell’ultimo ventennio trasferendo l’irrisolto conflitto d’interesse dal padre alla figlia.

E’ fin troppo evidente che se la destra italiana avesse un partito tradizionale e non un’azienda, la caduta della leadeship di Berlusconi avrebbe alpiù portato quel partito ad un congresso e ad elezioni, secondo statuto, del suo nuovo leader (segretario o presidente che sia)

L’eventuale incoronazione di Marina a capo del PDL è la riprova dell’inconsistenza di questo partito che è certificata proprio dagli uomini e dalle donne di Berlusconi. In un qualsiasi partito normale, a tale notizia ci si sarebbe assistito ad un occupy-PDL, ad una levata di scudi. Il segretario Alfano avrebbe sbattuto i pugni, i pochi politici più navigati come Cicchitto, Quagliarella, Brunetta, Giovanardi, quelli di più lungo corso, avrebbero sbattuto la porta! Ed invece, si assiste a vergognose frasi di assenso e di consenso. “E perché no? “ Come se Marina Berlusconi avesse qualche competenza politica.

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La realtà è che come sempre il PDL usa il suo consenso esclusivamente per i suoi interessi e in particolare gli interessi dell’azienda Berlusconi e dei suoi impiegati in parlamento che, privi di qualsiasi coscienza politica, obbediscono al loro capo, come si farebbe in una qualunque impresa commerciale.

Ma proprio il vistoso consenso che ha Berlusconi fa comprendere il livello di decadenza politica che è in atto in Italia. Decadenza che ancora una volta vede complice la sinistra che come ai tempi di Craxi no ha saputo o voluto, proporre un’alternativa democratica a questo stato di cose. Una sinistra che non riesce a proporre un modello etico di società, dove si riaffermino i valori del merito su quello della clientela, che non sa proporsi come moderna forza europea, che dà, contro ogni logica, un’immagine perdente al punto da esitare sulla scelta del suo leader che tutti sanno dovrebbe essere Renzi, solo per compiacere lotte interne e pasticci ingenerati da una vecchia nomenclatura che, dopo venti anni di fallimenti, fatica a guardarsi nello specchio e a riconoscere che il proprio tempo è finito.

L’abbiamo detto all’inizio, la prima cosa che occorre per rinnovare la politica e coinvolgere i cittadini è di evitare l’ipocrisia e di dirsi con franchezza la verità.

Ma a destra come a sinistra questo sano principio fatica ad affermarsi.

Nicola Guarino

- • Ad onor del vero il PCI dopo lo shock della sconfitta nel referendum sulla scala mobile, faticava ad uscire dal suo ruolo di partito operaista non avendo realizzato che nei primi anni ottanta la classe operaia era scesa dal 31% della forza lavoro a solo il 26%. Il PCI ebbe molte difficoltà a rinnovare il suo progetto politico innanzi ad una trasformazione del mondo del lavoro cosi rapida. Una circostanza che fece più volte ripiegare il PCI su posizioni parassitarie analoghe ai partiti di governo.

- Nell’ultima foto Marina Berlusconi.


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