Altritaliani

Rivoluzioni e modernità: Tra Robespierre e Gandhi.

mercoledì 24 luglio 2013 di Gaetanina Sicari Ruffo

Considerazioni sull’anniversario ancora celebratissimo della Rivoluzione francese del 1789 e sull’idea del cambiamento rivoluzionario. A confronto con la modernità due modelli di trasformazione politica della società, quello violento e quello non violento che fu di Gandhi. La critica della scuola di Francoforte che teorizzo’ l’inefficacia di una rivoluzione senza trasformazione.

Solenne è stata la celebrazione del 14 luglio che s’è tenuta a Parigi, qualche settimana addietro, con grande partecipazione di popolo e parate militari. Il Presidente Hollande ha confermato con la sua partecipazione la continuità dello stato repubblicano che conserva intatto il suo fascino pur tra rilevanti contrasti.

Ma si sa che, con la crisi economica in atto, non solo europea, la navigazione politica non è affatto sicura e tranquilla, come d’altronde non lo è stata da allora, tra alti e bassi, dopo la presa della Bastiglia. La rivoluzione ha innescato una catena di guerre che hanno costituito, con solo apparenti pause, il tessuto della storia fino ad oggi.

Ma erano guerre dichiarate e combattute su fronti geografici ben definiti, per spostare confini, per cambiare poteri, per stracciare alleanze ritenute artefatte, per allacciarne altre più convenienti.

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Oggi, nell’epoca della globalizzazione, sono guerre che si possono ritenere infinite che si sa dove partono, ma non dove possano arrivare, che, subdole, s’insinuano a minare rapporti tra stati anche amici, guerre non solo ideologiche, ma economiche, bancarie, di diritti, di lingue, di religioni e così via. Senza della Rivoluzione francese tuttavia, nel nostro mondo, al posto dell’idea di libertà, che mi risulta sia ancora in auge, ci sarebbe la schiavitù .

Il suo modello sta in cima alla modernità se per essa s’intende il riconoscimento d’una necessaria trasformazione con conseguente nuovo assetto sociale, politico e successiva programmazione di sviluppo, una leva di cambiamento che è andata però a confluire con la violenza, dato che essa è stata la via scelta per realizzare i cambiamenti radicali.

Il suo instabile decorso ha infatti messo in crisi l’illuminata ideologia degli illuministi e generato quell’inquietudine dei popoli che segna la distanza tra l’utopia e la prassi, quest’ultima irta di quelle seghettature che rinviano e ostacolano il rinnovamento. Habermas, filosofo, storico e sociologo tedesco della Scuola di Francoforte [1], critica il progetto incompiuto della modernità dato che la cultura che avrebbe dovuto sostenere il progresso civile s’è come arrestata, cristallizzata. La modernità ha finito col creare forme di dominio estreme ed incrinare il processo del razionale.

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Per questo il giudizio sulla rivoluzione e sulla sua eredità non è stato mai univoco, a cominciare dall’Ottocento fino al nostro tempo, nè forse mai lo sarà, perchè molto probabilmente non ci sarà una rivoluzione senza spargimento di sangue, anche se Gandhi, in India, ne ha inteso proporre una esemplare, della non violenza, fondata sul sacrificio individuale e sull’istanza di “disobbedienza civile” e pertanto limitata ad un orizzonte temporale, non necessaria e definitiva per cambiare il volto dei paesi. Il Mahatma ha combattuto contro pregiudizi di casta e di razza, ha dato esempio di tolleranza e di sopportazione ,è stato più volte arrestato, ma non ha potuto impedire che fosse versato il suo sangue da un fanatico attentatore. Questo ha fatto sì che il suo insegnamento del valore della pace e della giustizia, dell’amicizia tra i popoli, che sarebbe oggi il più grande ideale da raggiungere, s’imprimesse bene nelle menti dei suoi contemporanei. La terra è in fiamme ed esse minacciano di distruggerla interamente, per colpa delle armi, così come nella grande profezia che chiude il libro dello scrittore Italo Svevo: La coscienza di Zeno (1923):

…..l’occhialuto uomo inventa gli ordigni fuori del suo corpo (oggi diremmo anche sul suo corpo) e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comprano, si vendono e si rubano...Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come gli altri un pò più ammalato, ruberà tale esplosivo e si arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’eplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa, errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.
Si prospettava già da allora la catastrofe mondiale.

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Dopo la delusione di tante rivoluzioni sanguinose, incominciate in un modo e finite molto al di là dei fini che i rivoluzionari s’erano proposti, verrebbe spontaneo sottoporre al giudizio dei contemporanei la domanda del perchè il modello d’una rivoluzione della non violenza non incontra tanto successo per cambiare l’assetto costituito quando questo è divenuto insopportabile.

So benissimo che cosa risponderebbero: che è follia chiamare i popoli a protestare con il digiuno e con la semplice disobbedienza alle leggi, farsi incarcerare ed accettare supinamente pestaggi e torture prima di fare, nel caso, accettare agli oppositori le loro volontà.

E poi il mercato delle armi, pure quelle di distruzione di massa, molto prolifico, potrebbe finire. Non fia mai,si mantiene e si nutre proprio grazie a questo rifiuto! La lotta dell’India contro l’Inghilterra ,protrattasi per tanti anni, fino al ’47, per l’indipendenza di quello stato, fu attraversata da grandi divisioni ed ingiustizie, che giustificano una rivoluzione. Il movimento di idee di Gandhi, detto Satyagraha (insistere per la verità), si fondava essenzialmente su un profondo sentimento religioso che caratterizza ancora quel popolo. Come si fa oggi a condividere una rivoluzione siffatta in un mondo lontanissimo dalle grandi idealità della fratellanza, della tolleranza e della pace, cui la religiosità che ispira il sacrifico e la tolleranza non era estranea? Eppure sempre più diffusa è quest’istanza d’una rivoluzione senza armi e senza spargimento di sangue per sentirsi liberi.

B. Constant

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L’idea di libertà attorno a cui si arrovellò Benjamin Constant [2] è oggi un’idea universale. Allora, nel suo discorso De la liberté des Anciens comparée à celle des Modernes, pronunziato, nel 1819, all’Athénée Royal, egli, uno dei padri del pensiero liberale, erede della tradizione illuministica, riconobbe che il Terrore aveva macchiato con il sangue della violenza il processo rivoluzionario e spiegò le cause dell’incongruenza che si assommano soprattutto su di un principio: quando una rivoluzione va oltre il suo compito che è di riequilibrare le forze d’uno stato, fa nascere la reazione opposta, ed invece di ristabilire la normalità, riporta al primordiale squilibrio. Sacrosanta verità constatabile anche nella recente cosiddetta “primavera araba”, serie infinita di guerriglie nel bacino del Mediterraneo che s’accrescono invece di riportare il cambiamento voluto!

Secondo B. Constant l’errore dei rivoluzionari era stato di attaccare tutte le libertà individuali, per realizzare un concetto di libertà astratta, quella pensata dagli antichi. Ma i tempi cambiano e le due idee non sono comparabili: gli antichi erano sempre in guerra, i moderni aspirano alla pace, all’operosità ed alla tranquillità.

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Se scindiamo così, separandoli, i due momenti della rivoluzione francese, quello nascente, legittimato dai più, da quello feroce, distruttivo, si trovano ancora suoi sostenitori, ma la storia non si commemora accogliendo e respingendo alcune sue fasi, ma nella sua unità ed a niente serve riproporla per excerpta, perchè irreale. La situazione esplosiva ancora in atto non si sa bene come evolverà, ma sicuramente il nuovo scaccerà il vecchio potere, riaccendendo speranze e programmando inedite soluzioni, perchè tutto si trasforma e le fasi storiche sono come anelli d’una catena che avanzano in una loro linea discontinua forse, ma comunque in progressione. Nessuno potrà riportare indietro l’orologio della storia ad una data pregressa.

Ben venga dunque la commemorazione della rivoluzione francese nella quale fortunatamente siamo in grado di scoprire i lati positivi e gli errori. Chissà che riflettendoci su non possiamo trarre ancora significativi vantaggi validi per il presente ed il futuro!

(Nelle foto dall’alto in basso: Robespierre, la rivoluzione libica, Habermas, B. Constant e Gandhi).

Gaetanina Sicari Ruffo

[1J. Habermas, Il discorso filosofico della modernità, Dodici lezioni (1985) tr.it. di E.. ed E. Agazzi, Laterza, Roma-Bari 1987.

[2Francois Furet, in La Révolution 1770-1880. Histoire de France, chiama sia B. Constant che Madame de Stäel “intellettuali termidoriani”, giacchè si riconobbero nei principi dell’89 e rifiutarono la degenerazione giacobina del 1793. Madame de Stäel, definita da Rivarol: “Baccante della Rivoluzione”, scrisse postumo, nel 1818, il testo : Considérations sur les principaux événements de la Révolution française.


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