Altritaliani

A sinistra l’imperativo è “Non mollare”, nel nome di Lombardi, Rosselli e Calamandrei.

sabato 8 giugno 2013 di Carlo Patrignani

Con Epifani a traghettare l’unico partito “non personale”, il PD al prossimo congresso, una riflessione ed un’analisi storica che guardi alle origini del complesso rapporto partiti e parlamento. Sempre più necessarie, in una sinistra divisa e conflittuale, scelte chiare nel nome della propria storia e in ragione del proprio futuro.

Liberati dalle lenti deformate di una cultura mediatico-editoriale mistificante eppur dominante, sono tornati alla ribalta alcuni ‘uomini di cultura’ eretici, onesti, coerenti, che, dimenticati, hanno segnato la storia della sinistra italiana tra Ventennio fascista e la nascita della Repubblica.

Se fossero stati ascoltati, dal loro "pensiero" avremmo avuto una Repubblica laica, capace di coniugare libertà ed uguaglianza, dove la persona avrebbe contato assai più dei mercati finanziari, dove il fascismo sarebbe stato sradicato dalle strutture del vecchio Stato: burocrazia, magistratura, esercito, università, scuola, e soprattutto la stampa. Una Repubblica che avrebbe assicurato il lavoro ed un salario equo a tutti per una vita dignitosa e garantito il diritto alla salute; che si sarebbe rinnovata motu proprio per rimuovere dalla società “gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Una Repubblica che avrebbe messo a disposizione di tutti scuola ed università pubbliche e non avrebbe penalizzato la ricerca, la cultura, il paesaggio.

Si tratta di Antonio Gramsci, Riccardo Lombardi e Piero Calamandrei che, riemersi dall’oblio, sono ancora utilizzati come riferimenti storici per altri progetti. Ai tre va aggiunto il Carlo Rosselli del foglio clandestino “Non mollare”. A 22 anni così si espresse: “Quando il fascismo marciò su Roma […] la battaglia era già perduta e in modo grave. La resistenza era stata passiva, i capi passivi o inetti”. Esule a Parigi, teorico del Socialismo Liberale non marxista, fondò Giustizia e Libertà per una “rivoluzione liberale”, non come quella bolscevica sfociata nella “dittatura del proletariato”, basata sul pensiero per risvegliare un movimento democratico, attivo, militante. Il 9 giugno 1937 fu assassinato con il fratello Nello a Bagnoles-de-l’Orne da un comando di sicari assoldati da Mussolini che, al pari di Gramsci - morto una quarantina di giorni prima, stremato dai due carceri: quello del Regime e quello del “vuoto” fattogli attorno dai suoi compagni di partito - lo riteneva un "cervello da spegnere".

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I funerali a Parigi dei fratelli Rosselli

Più di 200 mila persone parteciparono al loro funerale a Parigi e poi a luglio 20 mila anti-fascisti alla manifestazione di Tolosa, chiusa da Silvio Trentin. “Se qualcuno ripagasse Trentin con la stessa moneta, Trentin e i suoi amici non avrebbero motivo di lagnarsi”, tuonò Roberto Farinacci membro del Gran Consiglio fascista e sul “Regime fascista” spiegò: se un tale atto di giustizia fosse stato compiuto dai fascisti “non avrebbe esitato a sostenere la loro azione”, dal momento che aveva la necessaria temerarietà per “assumere ogni responsabilità”.

La storia della sinistra e del Paese sono andate in altra direzione, non quella sognata da questi “uomini di cultura”, che servono per proseguire aggiornata la loro intransigente lotta al fascismo che si presenta sotto altre vesti. E’ ‘il fascismo tecnocratico’ che riduce gli spazi di libertà sopprimendo i diritti individuali e collettivi, che amplifica invece di ridurre le diseguaglianze economiche e sociali, che restringe sempre più la sovranità popolare per concentrare il potere in pochissime mani, che impone la “legge” della finanza e dei capitali senza vincoli e regole, che snatura la Repubblica facendone uno Stato impostore e teocratico.

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Carlo e Nello Rosselli (il fratello Nello è il primo a destra) con i redattori di "Non Mollare" (1925)

In questo contesto vive da un Ventennio l’Italia e l’interrogativo ancora senza risposta è: esiste ancora la sinistra non quella parolaia, fatta di narrazioni senza né capo né coda, di “cantieri” che si aprono e si chiudono, ma che, senza cesure con il suo passato, sia in grado di definire un progetto di società di uomini e donne liberi, uguali e diversi? Per ora vale il motto di Rosselli “Non mollare”.

C’e’ un solo partito “non personale”, ma senza una identità forte e chiara e un progetto di società, il Partito Democratico, dove ci sono dialettica e confronto tra culture (o correnti?) politiche diverse, in prevalenza ex-comunisti ed ex-democristiani. Tutti gli altri, Pdl, M5S, Scelta Civica, Sel, sono “partiti personali”, dove tutto inizia e finisce nella persona del loro leader: da Berlusconi a Grillo, da Monti a Vendola. E c’è ora un governo del Presidente, Giorgio Napolitano, di “larghe intese” Pd-Pdl-Scelta Civica, in nome della “pacificazione nazionale” per la crisi economica e finanziaria che, se suonerebbe assai sgradita alle orecchie di Gramsci, Lombardi, Calamandrei e Rosselli, riporta in auge il loro principale antagonista politico: Palmiro Togliatti.

Con “pacificazione nazionale” il Migliore impose discutibilissime scelte: la svolta di Salerno del ’44, voluta da Stalin, per il “governo di unità nazionale” con Pietro Badoglio; poi d’intesa con Alcide De Gasperi, il decreto di amnistia del ’46 che impedì l’epurazione di gerarchi, giudici, docenti universitari, giornalisti, collaborazionisti e repubblichini; l’art.7 della Costituzione con cui furono recepiti i Patti Lateranensi del ’29 tra Mussolini e la Chiesa; la scelta della Repubblica parlamentare in sede di Assemblea Costituente deprivata del compito di fare le riforme.

Ebbene i Patti Lateranensi furono da Gramsci bollati come “capitolazione” dello Stato, per Rosselli dovevano essere dichiarati nulli, Lombardi e Calamandrei esponenti del Partito d’Azione li disapprovarono, criticarono il decreto di amnistia e proposero alla Costituente la Repubblica presidenziale sul modello anglosassone.

Questa scelta riguardò un punto: l’instabilità dei governi di coalizione, un difetto che avrebbe minato la democrazia ed era il solo modo per impedire il prevalere, come poi avvenuto, dei partiti sul Parlamento. Spiegò Calamandrei su Il Ponte del gennaio ’47. “[…] Tutti sanno che tra le cause della nascita del fascismo sta in prima linea il parlamentarismo: corruzioni, inframmettenze, onnipotenza della burocrazia che i ministri non riescono a dominare, stagnante lentezza dei congegni amministrativi […] Il ritorno della democrazia ha rimesso in luce questi inconvenienti, non solo immutati, ma decuplicati: meccanismi burocratici che potevano corrispondere alle esigenze governative di un secolo fa appaiono oggi ridicolmente inadeguati agli immani compiti che lo Stato ha dovuto assumersi […] Le costituzioni, elastiche o rigide, valgono non per quello che c’é scritto, ma per quello che i governanti vogliono leggervi. Gli articoli delle costituzioni sono come membra di un corpo vivo: vivono finché vi circola dentro il sangue che le alimenta. Il sangue, in questo caso, si chiama correttezza politica, lealtà costituzionale: se questo manca, le disposizioni scritte sulla carta rischiano di atrofizzarsi e di cadere da sé come membra in cancrena. […] Se il governo si fosse proposto di preparare in questo quinquennio la morte lenta, per anemia e per atrofia, di tutte quelle disposizioni per le quali la Costituzione repubblicana si voleva differenziare dallo Statuto albertino, non si sarebbe comportato altrimenti”.
Non ci fu, dunque, la ‘rivoluzione liberale’ ma “la restaurazione clandestina”
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Sempre su Il Ponte di dicembre ’47, Calamandrei scriveva: “[…] E così tutti gli ex-gerarchi sono tornati “in fitta schiera”, come vuole l’inno dei lavoratori, ai loro patrimoni ed ai seggi. Negli alti uffici amministrativi, alle direzioni generali dei ministeri, nella magistratura, nelle banche, nelle scuole, nei provveditorati, nell’esercito, nella stampa, sono tornati ai posti di comando non solo i vecchi esponenti del ventennio fascista, ma anche i più distinti ed autorevoli rappresentanti del collaborazionismo repubblichino. L’amnistia ha attenuato le sanzioni penali amministrative e finanziarie contro i fascisti profittatori […] essi non hanno avuto il buon gusto di tornare ai loro posti con discrezione e senza alzar la voce […] Ormai, in certe grandi aziende e in certi ministeri, siamo tornati ai tempi che per avere un impiego o una promozione bisognava presentare un certificato di genuina fede fascista; e le questure ritirano fuori dagli armadi le schede dov’è scritto in inchiostro rosso: Pericoloso antifascista”.

Cinque anni dopo, nel 1952, esternò, su Il Ponte, la propria rassegnazione: “[…] sono passati cinque anni e tutto é allo stesso punto. Incompiuta era, incompiuta é. Limitarsi a osservare che tutto in questi cinque anni é rimasto immutato, é forse peccare di ottimismo”. Giudizio che anticipò in un biglietto manoscritto a Randolfo Pacciardi: “Aspettavamo l’evento tutti lieti / ed é venuta questa, Dio ci aiuti/Repubblica monarchica dei preti”.

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Guglielmo Epifani

In questi tempi bui, riemerge la Repubblica presidenziale, vecchio pallino di Silvio Berlusconi, su cui sono d’accordo autorevoli esponenti del Pd come Walter Veltroni che nel suo libro “E se noi domani. La sinistra che vorrei” è ricorso, maldestramente, a Calamandrei e Togliatti per sostenere due tesi inconciliabili: a Calamandrei per la Repubblica presidenziale invocando per il suo Pd una “visione” riformista, una leadership nuova ed “il coraggio” di fare scelte impopolari come fecero Togliatti con il decreto di amnistia ed Enrico Berlinguer con la politica di austerità del ’77. E’ del tutto ovvio il fossato che divise Calamandrei da Togliatti ma Veltroni, pur mettendo al bando l’aggettivo “furbo”, lo ha ignorato totalmente: magari il Pd dovrebbe, se ne ha il coraggio, per farsi quella “identità forte in grado di disegnare un futuro”, come rimarcato dal suo leader Guglielmo Epifani, riprendere per intero la grande lezione del giurista fiorentino sul versante istituzionale e sul versante riformismo non la fallita “terza via liberista” di Tony Blair sperimentata negli anni duemila, ma “il riformismo rivoluzionario” di Lombardi.

Purtroppo di furbizia è malato anche il suo quotidiano di riferimento, l’Unità che l’11 aprile scorso ha scritto, a firma di Danilo Di Matteo: “[…] Siamo in tanti, a sinistra, a parlare ancora dei “dialetti marxisti”, magari nella condizione, pure psicologica, di “eredi” di una tradizione controversa. E la “formula” (resa celebre da Tony Blair) “cristiano, socialista, liberale” ben si addice, letteralmente, alla biografia di Lombardi”. Dei tre aggettivi blairiani solo uno, socialista, si addice a Lombardi che tre anni prima di morire dispose per se di voler essere cremato senza riti religiosi e che liberale blairiano non lo fu mai, semmai lo fu ma in senso rosselliniano e gramsciano perché sognava “una società più ricca perché diversamente ricca”, mai concepita dal liberista Blair che, tra l’altro, appoggiò la guerra in Iraq!

Per ora, l’imperativo è “Non mollare” per costruire una nuova sinistra laica, fondata sui valori di libertà, uguaglianza, giustizia sociale, c’e’ da sperare in una Epinay italiana con il suo François Mitterand e poi magari un altro 6 Mai 2012 con il nostrano François Hollande.

Carlo Patrignani


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