Altritaliani

Dite una cosa di sinistra…..ma nuova !

giovedì 23 maggio 2013 di Nicola Guarino

Che cosa è oggi la sinistra? E cosa è di sinistra nel nuovo millennio? Esistono valori un tempo trascurati che sembrano oggi essenziali per identificare questa parte politica. E’ cambiato lo scenario e il fallimento di obiettivi e del modus operandi della sinistra dalla fine anni settanta ad oggi, alla luce anche della più grave crisi economica che il paese abbia subito, impongono una profonda revisione dell’ideale di sinistra.

La sinistra italiana è in crisi d’identità. Nei repentini giri di valzer si assiste a piroette impressionanti a cambi di passo o di gamba vertiginosi. Prima delle elezioni il SEL di Vendola sapeva bene che l’accordo impegnativo firmato con il PD prevedeva un più che probabile (da alcuni auspicato) accordo con la Scelta Civica di Monti (è terribile ma le carenze ideologiche dei partiti del nuovo millenio ci obbligano ad indicare con il nome del gruppo anche il proprietario. C’è da riflettere). Visti i dati elettorali il SEL, che deve la sua presenza in parlamento, dopo il limbo di una legislatura, all’accordo con i democratici, non ha resistito, all’idea di diventare partito di governo, e rompendo (come purtroppo previsto) ogni accordo è tornato a fare il partito di lotta, dall’alto del suo 3% di consensi popolari.

Una scelta rivoluzionaria? Oppure una scelta di deresponsabilizzazione dettata dal timore dell’impopolarità? Già rivoluzione è cambiare e il cambiamento è, storicamente, la ragione sociale della sinistra.

Per inciso fa alquanto sorridere il timore di impopolarità di una sinistra esigua come il SEL. Nanni Moretti in un suo film implorava, vanamente, D’Alema di dire una cosa di sinistra.

Il problema è che non basta dirla una cosa di sinistra, bisogna poi anche attuarla, ma fermiamoci al dire e domandiamoci cosa è oggi di sinistra? Vi sono nell’attuale politica alcuni esempi di presunta purezza che dovrebbe essere il tratto rivoluzionario in un sistema che appare sempre più compromesso e marcio. Cosa garantirebbe questo marchio DOC della sinistra? Forse SEL (è vero che la rarità spesso va preservata). Per avere il bollino di questa sinistra occorreva appoggiare il nome Rodotà? Se è cosi la sinistra è veramente ridotta ai minimi termini, visto che il candidato Rodotà (specchiato giurista di indubbia onestà intellettuale) alle Quirinalie grilline ebbe poco più di quattromila voti e che su internet a far impazzire i parlamentari del PD sono bastati un paio di centinaia di twitters e che in piazza a reclamare il voto per lui e a strappare e bruciare le tessere del PD c’erano due, tremila persone. Certo il circo mediatico ha dato ben altre sensazioni e risonanze. Ma si sa è lo spettacolo della politica e noi non ci possiamo fare niente.

Francamente credo che la sinistra non possa continuare a lungo ad arroccarsi su posizioni vecchie, conservatrici e moraliste come quelle di Vendola e che per una sinistra moderna che voglia leggere la realtà del paese e dell’Europa occorra, più che testimonial affascinanti e di indubbio valore nel loro campo come Gino Strada o la Gabanelli o altri del genere, una riconsiderazione di quali sono oggi i valori e gli obbiettivi di riferimento della sinistra. Ed occorrono anche parole nuove che rappresentino il disagio di oggi e il concreto bisogno di un vero cambiamento. Occorre si dire cose di sinistra, ma nuove.

Dalla fine degli anni settanta la sinistra italiana non è mai riuscita a sfondare nel suo complesso il 30 – 35% dei consensi elettorali. Dietro la scomparsa di Rifondazione di Sinistra, della sinistra Arcobaleno e di SEL salvato solo dall’escamotage offerto dal PD, c’è tutto questo. L’inadeguatezza di una sinistra “pseudo-massimalista” che in realtà resta autoreferenziale, lontana dal mondo giovanile, incapace come partito di mediare con l’evoluzione di una società che è ormai troppo avanti.

Chi vota SEL, che piange, a torto o a ragione, per Rodotà, chi indossa la maglia del Che o tiene in camera la foto di Strada, è fondamentalmente un nostalgico. Peraltro, avendo smarrito ogni contatto con il pensiero marxista, avendo perso inevitabilmente ogni visione leninista, ed avendo dovuto affrontare la fine del socialismo reale, finisce per essere un nostalgico che vaga nel deserto degli ideali.

Costretto dall’anomalia berlusconiana, ad inseguire il cavaliere per un ventennio, la sinistra italiana ha finito per perdere di vista il Paese. Non riuscendo più a cogliere, nello sbandamento delle nuove generazioni, quei segnali di malessere che chiedevano risposte chiare e forti sul futuro.

Ebbene si, perché il cambiamento è concetto che si lega a quello di futuro. Mentre il berlusconismo agiva su un eterno presente, la sinistra avrebbe dovuto lavorare sull’idea di cambiamento e futuro. Nelle famose occasioni perse che oggi tutti i commentatori politici ricordano in uno stagnate quadro politico ed economico, la sinistra che a giusta ragione si opponeva all’anomalia Berlusconi, avrebbe dovuto tuttavia, anche offrire un modello diverso di società. Naturalmente, una forza politica che non fosse autoreferenziale, deve ascoltare la società per poterne interpretare i bisogni e trovarne le soluzioni.

Viceversa, si è assistiti ad un arroccamento senza fine della sinistra che alternava alle considerazioni etiche sulla condotta del potente, sagaci ironie sulla buffa rappresentazione che lo stesso potere berlusconiano dava di se. Non è un caso che, perse le occasioni, ancora nel 2008 a crisi economica esplosa, i giornali della sinistra, alimentavano il circo mediatico ancora su scandali e scandaletti, sulle cene di Arcore e i balletti rosa, mentre nel silenzio il paese si disfaceva, i giovani erano abbandonati al loro destino, la moria di posti di lavoro era senza fine e centomila imprese in un anno scomparivano.

Ma la mancanza di coraggio di una certa sinistra anche interna al PD si è manifestata in queste settimane, quando posti innanzi alle proprie responsabilità dal Capo dello Stato i partiti sono stati costretti al dolorosissimo governo di servizio che vede insieme PD e PDL.

Il SEL nella sua comoda posizione di partito largamente minoritario puo’ dichiarare salva la sua presunta purezza con un semplice gesto di deresponsabilizzazione. Certo continuerà ad invocare giustizia, sarà sempre a sognare di sbattere fuori Berlusconi, si dirà fermamente convinto che le Banche eque e solidali sono le banche del futuro. Dirà che il bio è una gran cosa. Che bisogna combattere la speculazione edilizia e combattere l’evasione fiscale, che occorre fermare il consumismo, che gli immigrati devono godere dello “Ius soli”. Che bisogna fermare i progetti della FIAT di lasciare Torino e l’Italia, ed altro ancora. Tutte cose interessanti, spesso vere, in molti casi giuste. Ma sono cose di sinistra? E soprattutto, è valsa la pena questo strappo?

Potrà il PD considerare ancora il SEL un alleato credibile? Le alleanze si misurano nei momenti difficili*, come quando De Gasperi e Togliatti diedero vita al primo governo dopo la liberazione. E’ facile essere alleati da vincitori, la coerenza si misura nel momento della sconfitta.

I predetti enunciati della sinistra per cosi dire doc, sono in realtà in buona parte condivisi da tutti e finanche in molti casi dalla destra.

Il vero punto è che dietro la vacuità di queste proposte che dicono tutto e niente c’è il vero vulnus di una parte della sinistra. Un vulnus che è proprio nell’idea di cambiamento.

Nell’assenza di un progetto politico una certa parte della sinistra in cui includo il SEL, finisce per perdersi in inconcludenti tesi pseudo libertarie, in atteggiamenti piccolo borghesi di anarchismo non anarchico, in arrovellamenti inconcludenti e che servono ad avere quel minimim di voti e di visibilità che consenta di perpetrare se stessi. Una sinistra cosi priva di coraggio, cosi incapace di uscire dallo specchio e di guardare agli altri francamente non si sa a cosa servi, forse solo a ridere del mondo chiusi nel proprio recinto.

A questo punto faccio qualche esempio.

A mio avviso, una sinistra che spende tutto il suo tempo nella strenua (per quanto doverosa) difesa dei posti di lavoro. Mantenendo un sistema che è ipergarantista per chi il lavoro ce l’ha e che, nell’ipocrisia generale delle dichiarazioni tutte contro, mantiene di fatto un tasso di precarietà mostruoso per i giovani, non è una sinistra che legge la realtà e che possa proporsi per il cambiamento.

Una sinistra che ogni giorno manifesta per una classe operaia che in Italia di fatto non esiste quasi più (saranno poco più di duecentomila gli operai rimasti) e non apre bocca e non manifesta per dare speranza e lavoro al 40% dei giovani che oggi sono disoccupati e che in molti casi sono costretti all’emigrazione, non è una sinistra moderna, sarei tentato dal dire che non è sinistra e basta..

Una sinistra che ha dei sindacati arroccati solo sui pensionati e su chi il lavoro ce l’ha e che usa solo come bandiera il tema dei giovani, è una sinistra demagogica e vecchia. A questo proposito forse oltre ad una riforma della politica occorrerebbe anche una riconsiderazione dei temi e dell’agenda sindacale.

Si assiste da troppo tempo ad una sinistra che si avvita nel confronto personale con Berlusconi che evidentemente è stato tenuto in vita per tutto questo tempo anche grazie alla sua incapacità, oggi si vorrebbe eliminarlo con la pretesa ineleggibilità che arriva veramente fuori tempo massimo. Credo che ripercorrendo i miei interventi sul sito, nessuno potrà sospettarmi di essere berlusconiano, ma francamente credo che sia disarmante cercare questo espediente, peraltro discutibile anche sotto il profilo giuridico, per escluderlo dall’agone politico. Il passaggio dalle leggi “ad personam” a quello “contra personam” non mi convince.

Sono espedienti segno di una sinistra frustrata e perdente. Viceversa occorrerebbe una sinistra moderna e vincente. Non è Berlusconi che va sconfitto. E’ il modello rappresentato da Berlusconi e che culturalmente lo precede che deve essere sconfitto.

In tal senso, per cambiare occorre leggere il presente ed avere una visione del futuro. Il che significa mettere da parte mentalmente, prima ancora che politicamente, certi criteri di valutazione che potevano avere un senso nei decenni passati, ma che oggi alla luce nuova della realtà attuale non sono più proponibili.

Occorre una sinistra che esca dal suo recinto del 30% e sappia parlare al cuore della gente, sappia alimentare con i fatti, con il metodo le speranze di cambiamento e di futuro.

Faccio un esempio: La sinsitra non deve limitarsi a difendere l’accesso alla scuola ma chiedere allo stesso tempo una scuola che nel dare istruzione riconosca anche il “merito”, accettando l’idea seria di una selezione scolastica. Aggiungo che l’istruzione dovrebbe essere liberata dall’assillo del titolo di studio. Meglio l’abolizione dei titoli di studio e puntare sull’effettive e concrete capacità delle persone. Meglio puntare sulla competenza e sul merito.

Per troppo tempo si è svalutato la nobiltà anche culturale del lavoro (ad esempio quello artigiano ma non solo) a favore del titolo di studio per tutti e quindi per nessuno.

Invocare la lotta alle caste, impone, ed è un’altra cosa di sinistra....nuova, l’abolizione di quelle corporazioni fasciste che sono gli ordini professionali, all’ombra dei quali si innesca un sottobosco di privilegi e sfruttamenti che non ha fine.

Non mi pace una sinistra che si limita ad invocare la casa per tutti, creando dei quartieri anonimi con palazzoni tutti uguali (per equità ideologica). Cosi come non mi pace una sinistra che vuole il titolo di studio per tutti anche se questo significa avere milioni di diplomati ignoranti. Molto meglio aver fior di artigiani e di agricoltori che nel loro campo hanno passione e cultura.

Una sinistra moderna dovrebbe avere chiara l’idea che uno dei principi fondanti una società nuova, è quello di responsabilità. Il lavoro è un valore se relazionato anche alla sua funzione sociale ed ha senso anche in rapporto alle sue dinamiche economiche. Far crescere la dignità del lavoro e del lavoratore, significa anche che questo lavoratore non puo’ sentirsi garantito per il solo fatto di occupare un posto. Al lavoratore deve essere concessa la possibilità di un suo progresso sociale e di conoscenza ma deve anche essere chiaro che un lavoratore che non è responsabile, che non agisce nell’interesse dell’impresa sia essa pubblica o privata puo’ e deve essere licenziato.

Accettare nei fatti seppure non nelle parole, un precariato a vita, cancella l’idea stessa di futuro per le nuove generazioni. Ed arroccarsi sempre, oscurando la stessa storia della sinistra, su questo punto, senza capire che ci sono momenti in cui occorre rinunciare anche a delle rendide di posizione per il bene del paese è una forma di conservatorismo miope. Lo stesso valga per i sindacati che in altre epoche, si pensi al boom economico, prepararono la ripresa dell’economia non senza gravi rinuncie e sofferenze.

Dire una cosa di sinistra vuole dire che a far carriera devono andarci quelli capaci, non i raccomandati. Che chi a scuola non studia va bocciato. Invocare il senso di responsabilità di tutti in contrasto con i privilegiati, è una cosa di sinistra, specie se si considera che, malgrado la crisi, l’Italia vive ancora in una condizione di privilegio rispetto ad altri paesi, e chi ha questo privilegio deve saperlo sfruttare.

La sinistra puo’ costruire oltre che un suo primato intellettuale, un primato etico ponendo tre principi in cima ai suoi valori: Responsabilità, merito e solidarietà. Occorrerebbe capire che se Giuseppe Pellizza da Volpedo potesse rifare oggi il suo celebre quadro “Quarto Stato” in marcia non ci metterebbe i contadini, ma gli immigrati, le donne e i giovani.

Significa che i primi soggetti a cui una sinistra moderna deve guardare sono proprio i giovani, le donne, gli immigrati ed aggiungo una classe media che in questi decenni è stata sempre più immiserità.

Anche la forma di partito deve richiedere trasparenza ed è giusto che siano verificabili l’entrate, i regali, offerti ai partiti e ai loro esponenti. Cosi come maggiore trasparenza occorre in tutte quelle figure giuridiche prive di riconoscimento, non ultimo il sindacato.

Certamente, pretendere oggi il finanziamento pubblico ai partiti, cosi come il mantenimento con il denaro pubblico di editorie di partito che non vendono è inaccettabile. Trovo giusto che sia cancellata qualsivoglia forma di finanziamento pubblico per delle associazioni non riconosciute e che non sono oggi neanche riconosciute dai cittadini, i quali non vi partecipano e se vi partecipano non hanno quasi alcuna voce.

Non mi spaventa, viceversa, il fatto che in una sinistra moderna ci sia dibattito e finanche correnti di diverso orientamento. E’ per questo che esistono le sintesi politiche, è per questo che i democratici fanno le primarie. Un partito proprietà di uno, oppure che subisse il centralismo democratico di comunista memoria cosa se ne farebbe delle primarie? Piuttosto, si sia elastici con questo strumento di consultazione, si evitino giochetti, per impedire il rinnovamento dei partiti.

Anche sull’Europa occorre uscire dagli equivoci. Al di là delle arretratezze culturali e di un certo penoso conservatorismo, la sinistra moderna deve puntare agli Stati Uniti d’Europa, guardando ad un’unione politica che punti al superamento delle sovranità nazionali. In tal senso le politiche economiche, ma anche quelle sociali e finanche quelle culturali dovrebbero essere costruite su scala europea, guardando al sud dell’Europa non certo come i sabaudi guardarono il meridione d’Italia.

Essere anti-europeisti è veramente anacronistico, continuare a dire facezie come fa una certa estrema sinistra è veramente segno di conservatorismo politico oltre che di miopia. Faccio mie le parole dell’editorialista di Repubblica Barbara Spinelli che sottolineava l’ipocrita omissis per cui alcuni antieuropeisti non dicono che oggi senza l’Europa nessun paese, Germania in testa, ha futuro. Aggiungo che non vi è più alcuna scelta politica o economica che possa assumersi a prescindere da una linea guida generale dell’Europa. Ma su questo tema il dibattito anche sul sito troverà nuove occasioni e momenti.

Infine, se un tempo i modelli della sinistra erano Che Guevara, Mao e Lenin e il massimo dell’ammirazione si aveva per l’URSS o la Germania Est che vinceva alle Olimpiadi. Credo che oggi esistano altri modelli, non scevri da qualche critica. Uno di questi è Obama, francamente non mi sembra che Hollande presenti molti motivi per essere additato ad esempio, almeno per quanto fin qui visto (vero è che anche la sinistra francese ha delle sue incompiutezze).

Aggiungo che personalmente guardo con ammirazione i paesi del nord Europa; a cominciare dalla Norvegia, Finlandia e Danimarca. Modelli efficienti, che hanno saputo valorizzare le loro risorse, che danno spazio al merito dove il senso di responsabilità in ogni attività è fortissimo.

In una sinistra moderna si deve uscire dagli asfissianti collettivismi dove un tempo ci si emarginava e cercare di dare maggiore spazio alle possibilità anche individuali. Mirare ad una società che creando il senso di appartenenza non rinunci alla geniale e creativa libertà individuale in una dialettica con la società che metta al centro l’uomo con le sue forze e le sue vulnerabilità.

Nicola Guarino

*Quanto il momento sia difficile lo dice il rapporto ISTA 2013 che in queste ore è stato pubblicato. Do solo quattro dati ma significativi: 2 milioni e duecentomila giovani non lavorano e non studiano, con un alto tasso di abbandono scolastico dopo i 15 anni. Più di 8 milioni di persone in Italia vivono in un grave stato di povertà. Il 60% degli italiani tagliano sulle spese alimentari. Negli ultimi cinque anni i disoccupati sono aumentati di un milione. Di fronte a questi dati e all’immobilismo dei grillini era possibile tornare al voto con il “porcellum”?


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