Altritaliani
Una grande storia di guarigione nel segno del calcio

“Il talento della malattia” di Alessandro Moscè - Intervista all’autore.

Avagliano, Roma 2012
lunedì 6 maggio 2013 di Cinzia Demi

“Quando uno scrittore può dire di essere stato uno dei pochi guariti da un male crudele e raro, allora non può esimersi dal raccontarsi. Alessandro Moscè lo fa a distanza di trent’anni ambientando e riconoscendo gli archetipi dell’esistenza umana che in questo romanzo ci sono tutti: la nascita, la morte, il senso di finitudine, la perdita, il mito, la fede.

Un famoso calciatore diventa il viatico per far fronte ai luoghi di separatezza dalla vita, gli ospedali. Giorgio Chinaglia, mito della Lazio degli anni ’70, era già un "compagno insostituibile" di giochi nell’infanzia, incarnato fantasiosamente come soggetto di fedeltà al quale appellarsi nella solitudine.

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Giorgio Chinaglia, mito della Lazio degli anni ’70

Nel romanzo figura una marcata caratterizzazione dei personaggi della quotidianità: i nonni, il padre, la madre, la suora delle elementari, l’anziana signora dei vicoli, l’omino della casa di riposo, il luminare della medicina. Si apre uno spaccato sulla provincia italiana che confluisce in una dimensione-altra con la comparsa della malattia, a soli tredici anni. Ma si avverte, in fondo, che il dolore è stato anche un’occasione per riaffermare la vita.”

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Il cammino doloroso di un bambino attraverso la speranza di una guarigione ritenuta impossibile che diventa una sorta di percorso iniziatico verso la crescita interiore, e un amico immaginario che si fa reale, una sorta di aiutante magico a cui affidarsi per superare la prova, per vincere la malattia e la vita stessa. Questi gli elementi che pescano dal fiabesco nel libro, diventato ormai uno dei simboli letterari della Lazio di Giorgio Chinaglia, scritto da Alessandro Moscè, autore affermato nel panorama letterario italiano. Alessandro ha gentilmente accettato di rilasciare una nuova intervista che parli del suo lavoro.

Cinzia Demi : Il romanzo è una sorta di percorso iniziatico verso la vita, una risposta incredibilmente positiva a chi si aspettava, data la terribile malattia che colpisce il giovane protagonista, il sarcoma di Ewing, una fine tragica. E’ un’inspiegabile vittoria di un piccolo eroe che si è affidato al suo coraggio e ad un aiutante magico che lo potesse sostenere. Viene in mente “La bambina che amava Tom Gordon” di quel grande narratore moderno, per l’infanzia e non solo che è Stephen King, racconto che pesca alla stessa maniera dal genere fiabesco, descrivendo la vicenda di una bambina che, una volta dispersa nella foresta, si affida al suo idolo sportivo, appunto Tom Gordon, attraverso l’ascolto delle partite da una radiolina, per riuscire a sopravvivere e a salvarsi, affrontando terribili situazioni davvero al limite della sopportazione. Fondamentale si rivelerà in questa vicenda, oltre alla determinazione della bambina, proprio la sua fede nell’aiutante magico, nell’idolo prediletto. Quanto è stato magico, allora, per te Alessandro, Giorgio Chinaglia? Quanto ha contribuito la speranza di realizzare il sogno di incontrarlo a rafforzare lo spirito per vincere la malattia?

Alessandro Moscè : In realtà Giorgio Chinaglia non rappresenta un personaggio magico, fiabesco. E’ il più grande calciatore della storia della Lazio. Bizzarro, estroso, indisciplinato. Semmai un eroe dell’infanzia morto il 1° aprile del 2012 (sembra quasi uno scherzo) e trasformato in mito secondo il principio moderno del “basso epico” di Borges. Proprio perché un personaggio in carne ed ossa, non poteva che essere l’attesa di incontrarlo l’antidoto alla sofferenza fisica e psicologica. Di fronte alla debolezza che mi provocava la malattia, un simbolo di forza fisica lo era anche di resistenza, tanto che avevo introiettato lo slogan che gli urlavano i tifosi laziali della curva nord: “Giorgio Chinaglia è il grido di battaglia”. Vale a dire la mia reazione aggressiva al sarcoma, ad un altro tipo di partita. Non so quanto ciò che la psicologia moderna definisce la “motivazione antagonista” abbia influito nel decorso della malattia e nella guarigione. Ma so che quando un bambino mette in atto una sorta di esorcismo per sognare e sfuggire alla depressione, l’effetto benefico corrisponde alla sublimazione della malattia, alla trasformazione del dolore in effetto di gioia. Il bambino di allora aveva bisogno di un simbolo di spavalderia, di sfrontatezza, dentro la camerata d’ospedale dove lottava tra la vita e la morte. Giorgione voleva vedermi ultimamente, ma non poteva rientrare in Italia perché sotto processo. L’ultima volta che l’ho sentito, anni fa, mi ha confermato quello che disse una volta ad un grande giornale americano: “Non sono io ad aver giocato con Pelè. E’ lui che ha giocato con me”. Ridemmo di gusto.

C.D. : Parlare della morte dopo averla sentita così vicina e in così giovane età, l’età dell’adolescenza dove tutto è già altamente amplificato, vissuto al limite spesso dell’eccesso per mettere alla prova le proprie forze, non deve essere stato facile. E comunque lo hai fatto circa trenta anni dopo i momenti che racconti. Intanto come sei riuscito ad acquisire anche il linguaggio specialistico per parlare della malattia? E poi, quali sono i sentimenti che si provano a vedere certe cose a distanza? Ovvero sembra di parlare dell’esperienza di qualcun altro? Si riesce ad estraniarsi così tanto da diventare una voce narrante esterna o è più forte la tensione interna che ricorda quegli anni davvero vissuti?

A.M. : Ho acquisito un linguaggio medico dopo anni di studio sui sarcomi ossei. Oggi guarisce il 25% dei malati, allora erano pochissime possibilità di scamparla. Pubblicare il libro è stato invece molto difficile, perché gli editori non credevano che fossi uno dei due unici guariti, negli anni Ottanta, dal sarcoma di Ewing ischio-pubico, secondo la casistica personale del grande Mario Campanacci, direttore dell’Istituto Rizzoli e luminare internazionale nel campo dell’oncologia ortopedica. Uno dei maggiori editori italiani ha interpretato il romanzo definendolo miracolistico. Per questo lo ha rifiutato. Franco Brevini mi ha restituito l’onestà almeno dell’intenzione letteraria, dicendo di “una grande storia di guarigione nel segno del calcio”. Le mie cartelle cliniche dimostrano la verità dei fatti e ancora oggi rimango un caso clinico del tutto singolare. Basterebbe rivolgersi a Rodolfo Capanna, l’allievo prediletto di Campanacci, ortopedico che opera stabilmente al Carreggi di Firenze e spesso in cliniche specializzate di tutto il mondo. In effetti sembra che abbia scritto la storia di qualcun altro, perché per pudore ho taciuto trent’anni e solo attraverso un meccanismo di catarsi in età adulta sono riuscito a liberarmi di questa oppressione.

C.D. : Parliamo anche del contesto esterno di ambientazione del libro. Esterno e familiare, che propone immagini prese dal reale, suppongo. La famiglia, il paese di provincia, il tuo paese, Fabriano, con i suoi personaggi caratteristici, alcuni dei quali hanno fatto parte della tua storia. Quanto conta per uno scrittore il luogo dove è nato per poterne, per volerne parlare nei propri scritti? E’ una necessità o una comodità parlare dell’ambiente che conosciamo, in cui siamo cresciuti? Ma soprattutto, quanto rende il parlarne in termine di riscontri di critica o di semplici lettori?

A.M. : Sono anche uno scrittore di luoghi, da sempre. Tolstoj diceva: “Se vuoi essere universale parla del tuo villaggio”. Ma Fabriano, la mia città, non è un posto difensivo secondo la dimensione localistica, bensì un’amplificazione attraverso la quale guardare agli archetipi dell’esistenza, come la vita e la morte, la malattia, la perdita, l’assenza. L’ambiente del quale si scrive è un qualunque posto del mondo, alienato, anonimo. Sono i luoghi dell’anima, concreti, visibili, mai fantastici e visionari a dare lo sprone alla scrittura. Si pensi ad Acitrezza e a Verga, a Macondo e a Marquez. Non serve raccontare da un luogo principe e noto, ma da una postazione dove siano avvertiti l’antropologia e l’escatologia dell’esistenza, elementi che sono il sunto della mia scrittura.

C.D. : Il titolo del libro, elemento sempre molto importante per l’apprezzamento di un lavoro, è azzeccato, accattivante. Ho letto che ti è stato suggerito da Emanuele Trevi. Vuoi spiegarci cosa significa e se, alla luce del tempo trascorso dalla pubblicazione ad oggi, sei ancora convinto che sia stata una scelta vincente? Ne avevi altri in mente?

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Alessandro Moscè

A.M. : Non ho pensato ad una scelta vincente. Non mi sono proprio posto l’interrogativo. Una malattia non può essere talentuosa, ma se l’ammalato riesce ad esorcizzarla, come dicevo, ecco che può suscitare, paradossalmente, anche una dote. Ciò che racconta Thomas Mann nel capolavoro La montagna incantata. L’interesse per la malattia e la morte altro non è che un interesse per la vita, del resto. Avevo in mente anche il titolo, forse banale, La guarigione. Questo ossimoro, invece, mi pare la chiave per entrare dentro il nucleo della storia. Il talento della malattia mi restituisce in pieno l’impressione di Cioran: “La malattia, accesso involontario a noi stessi, ci assoggetta alla profondità, ci condanna ad essa. Il malato? Un metafisico suo malgrado”.

C.D. : Credo molto nella completezza di uno scrittore, anche se molte volte si tende a etichettare l’uno o l’altro con l’appartenenza ad un genere di scrittura. Tu sei critico letterario, poeta e adesso romanziere. Da cosa ti senti principalmente attratto? Quale genere preferisci? Se ce ne è uno, qual è che ti dà maggiori soddisfazioni come autore? La poesia, ad esempio, avrebbe potuto raccontare questa tua storia con la stessa efficacia della prosa, o magari avrebbe potuto risultare ancora più incisiva?

A.M. : No, la poesia non avrebbe potuto raccontare la mia storia, perché si serve di un linguaggio primitivo, istintuale, mentre Il talento della malattia, invece, poteva essere narrato come una pianificazione ideale, quindi con una vera e propria narrazione. Aveva bisogno di una cronologica disposizione di eventi, di una precisa connotazione dei personaggi. Credo comunque nella coesistenza dei generi, il “patchwork”, dove possano confluire scrittura narrativa, poetica e saggistica, cosa per lo più rifiutata dagli accademici. Penso ad un grande libro, Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest, dove emerge una scrittura miscellanea. Forest racconta la vita e la morte della figlia Pauline dal primo all’ultimo giorno. La intreccia e la fonde con la storia della letteratura e lascia che venga “afferrata” dalla letteratura proprio perché ha imparato che i corpi amati scompaiono, mentre le parole non abbelliscono nulla. Le parole sono solo una testimonianza.

Cinzia Demi


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