Altritaliani
la crisi della politica di fronte alle scelte al Quirinale come per la formazione di un governo.

Napolitano: Il discorso di un Presidente

giovedì 25 aprile 2013 di Raffaele Bussi

Tra veti incrociati, le incapacità di un PD diviso, tra trappole e controtrappole, in un clima di difffidenze reciproche e senza uscite, alla fine è prevalso tra i partiti la scelta di riavvolgere il nastro e tornare da Lui, il grande saggio. Lo statista Giorgio Napolitano.

Se è vero che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, in virtù dell’articolo 49 della Costituzione, allora mi chiedo se l’ampio consenso al discorso d’insediamento del Presidente Napolitano da parte dei maggiori leaders nazionali, quelli che ne hanno invocato la rielezione, è un consenso di rito o una reale presa di coscienza della propria incapacità?

In entrambi i casi, comunque, hanno applaudito alla loro incapacità che il saggio Presidente ha spiattelato di fronte al mondo intero, incapacità nel migliore dei casi, per evitare appellativi che fanno riferimento a fenomeni aberranti che ne hanno informato l’azione da qualche decennio a questa parte.

La verità è che il Presidente avrebbe fatto di tutto per evitare alle forze politiche, assemblate in partiti, un attacco di una ferocia unica, dal momento che garante, fedele e rispettoso della Carta costituzionale è ben consapevole che al momento essa non prevede alternative per esercitare quella che alcuni ritengono un’arte da esercitare con spirito di servizio e che altri hanno ridotto a mercimonio, luogo dove poter esercitare un mestiere a scapito delle sorti di una Nazione, alle prese con la drammaticità del momento politico, sociale ed economico.

Che il partito politico fosse in crisi da decenni, a parte politologi legati alle camarille, tutti ne hanno preso atto e discusso abbondantemente, ma senza ottenere riscontri dal diretto interessato, legato ai privilegi di quella che è diventata una vera e propria casta che non intende rinunciare ad alcun privilegio.

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Ma quando a denunciare l’insopportabilità di un costume è Giorgio Napolitano, Capo di Stato e Uomo che ha fatto del suo percorso di vita politica un magistero limpido nel quale tutti dovrebbero specchiarsi, significa che siamo davvero messi male. Malgrado l’appello, c’è stato ancora chi si è permesso di porre veti, vedi quello della Bindi nei confronti di Letta, una donna rancorosa espressione di una archeologia politica che resiste sulle barricate invece di incamminarsi verso casa dopo quattro legislature a Montecitorio, un’ indecenza che sopravvive a se stessa.

Ma proviamo ad analizzare il discorso del Presidente che dopo l’apprezzamento per la rinnovata fiducia soprattutto da parte di tanti nuovi eletti, affonda subito i colpi denunciando il drammatico allarme per il rischio fin dall’inizio di avvitamento del Parlamento nell’inconcludenza e nell’impotenza ad adempiere al supremo compito costituzionale di eleggere il Capo dello Stato.

Ecco che la rielezione, per un secondo mandato, del Presidente uscente, pur non esclusa dal dettato costituzionale, denota quella che Napolitano ha definito l’eccezionalità del momento, se non drammaticità per i tempi difficili che l’Italia sta vivendo nel contesto europeo ed internazionale.

Ecco che il Capo dello Stato non sfugge alla denuncia di un comportamento segnato da una serie di omissioni, guasti, chiusure ed irresponsabilità, concretizzate in una incapacità di fronte alle richieste di riformare le istituzioni, rinnovare la politica e la classe che ad essa sottende attraverso i partiti.

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Contrapposizioni, lentezze ed esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi, a parere del neoeletto presidente, hanno dato vita ad uno spettacolo indegno per l’immagine del Paese con la mancata riforma della legge elettorale che, al di là dell’incapacità, avrebbe comunque consentito di dare vita ad un Governo.

A chiare lettere Napolitano osserva la necessità di riforma dei canali di partecipazione democratica e dei partiti politici, delle istituzioni rappresentative, dei rapporti tra parlamento e governo, tra Stato e regioni, quelle regioni che negli ultimi tempi sono diventate vere e proprie slot machine per improvvisatori della politica approdati nei palazzi per accaparrarsi pubblico danaro da deporre nelle proprie tasche e non in quelle dei cittadini attraverso provvedimenti in grado di coniugare con adeguatezza improrogabili esigenze sociali di una società civile non più in grado di reggere la sopravvivenza.

E’ il rinnovamento del Paese a cui esplicitamente fa riferimento Napolitano, a conclusione del suo intervento, con le forze politiche che si prendano le loro responsabilità nel dare un Governo al Paese con rigore, passione ed umiltà prerogative che ispirarono i partiti politici alla nascita della Repubblica.

E’ a quello spirito, sembra suggerire Napolitano, che bisogna risalire, diversamente esiste solo l’alternativa dello scioglimento del Parlamento per manifesta incapacità. Gli applausi finali, l’ovazione alla saggezza di un uomo che ha fatto della limpidezza il percorso politico di una vita, siano di esempio a quanti hanno portato le istituzioni all’attuale condizione.

Che i partiti politici, ma soprattutto gli uomini che li compongono e li rappresentano, siano in grado di voltare pagina e rigenerarsi, diversamente i rischi per una giovane democrazia quale la nostra sono chiari ed evidenti. La lezione del recente passato sia di monito a quanti hanno ridotto il Paese nelle tristi condizioni in cui naviga e non da oggi.

(nelle foto dall’alto in basso: Giorgio Napolitano ed Enrico Letta)

Raffaele Bussi

In queste ore il Presidente Giorgio Napolito ha dato incarico ad Enrico Letta, vice segretario uscente del Partito Democratico, di formare un governo. Lo stesso Letta ha accettato l’incarico con riserva (di verificare la possibilità di fomare una coalizione che comprenda Scelta civica di Monti e il PDL di Berlusconi). Si tratta dell’unico governo nei fatti possibile. Un eventuale fallimento determinerebbe il ritorno immediato alle urne con l’attuale legge elettorale.


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