Altritaliani

L’elezione di Francesco I

martedì 19 marzo 2013 di Raffaele Bussi

La povertà del mondo alla Loggia di San Pietro. Incomincia il papato di Bergoglio. Un Papa che dovrà trasformare profondamente la Chiesa facendola uscire dalle oscure ombre della sua crisi, tra scandali e divisioni. Un compito difficile per il primo pontefice che riflette le novità della globalizzazione.

La povertà del mondo s’affaccia alla Loggia di San Pietro, dove appena pronunciato l’”Habemus Papam”, si presenta al mondo la figura di Jorge Mario Bergoglio, il nuovo pontefice, “cui nomen imposuit” Francesco.
La scelta del nome la dice lunga sulla strada tracciata dal cardinale argentino per quelle che saranno le linee guida del suo pontificato che si annuncia sofferto di fronte all’azione di profondo rinnovamento che deve informare la Chiesa.

Francesco del terzo millennio si accinge ad intraprendere un cammino lastricato di difficoltà con la semplicità del primo francescanesimo, quello del figlio di Pietro Bernardone, che non esitò in pubblica piazza a spogliarsi delle vesti per restituirle al padre, un bene che metaforicamente restituiva al mondo, un bene del quale si privava per farne dono a chi non possedeva.

Dalla terra umbra partiva una scelta rivoluzionaria per quei tempi pari a quella operata da Chiara, la figlia di Offreduccio, che s’incamminerà sulla stessa strada, quella della povertà, dimostrando che si può vivere per gli altri, un gesto che significa scelta e non rinuncia.

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E’ questa la strada che Francesco I percorrerà fino in fondo. Una strada che conosce bene per averla già percorsa a ridosso delle periferie di Buenos Aires, tra i poveri senza futuro, i diseredati abbandonati al proprio destino.
Ma da Vicario di Cristo, da successore di Pietro l’orizzonte si allarga per andare al di là dei confini argentini e posarsi sulla sofferenza del mondo, dalle favelas dell’America latina ai quartieri dormitori della Grande Mela, dai sobborghi africani tra fame e guerre civili ai dormitori della sofferenza dell’India di Madre Teresa, alle nuove periferie, quartieri globali delle democrazie avanzate, covi a rischio di spaccio e di ogni illegalità, dove chi può scappa tra esodi biblici alla ricerca di nuovi orizzonti del benessere.

Una umanità sofferente eredita Papa Francesco, dove la ricchezza è nelle mani di pochi con il fronte della miseria che cresce a dismisura, e che si arricchisce non di benessere ma di nuovi poveri.

Di questa realtà è ben consapevole il nuovo Papa.
Ma come fronteggiare l’incommensurabile emergenza globale? Lo ha detto a chiare lettere il nuovo Pontefice nell’omelia della messa d’inizio pontificato.

“Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce...accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli, quelli che Matteo descrive nel giudizio finale sulla carità: chi ha fame, sete, è straniero, nudo, malato, in carcere...l’inizio del ministero del nuovo vescovo di Roma comporta anche un potere...Custodire il creato, ogni uomo e ogni donna, con uno sguardo di tenerezza e amore, è aprire l’orizzonte della speranza, è aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nubi.”

E’ dottrina invocata da tempo da tanti teologi che hanno sempre inteso l’opera della Chiesa meno legata al potere temporale e più a quello spirituale.
Papa Francesco è la migliore scelta, ha commentato fiducioso Hans Kung. La provenienza extraeuropea, per la prima volta in duemila anni di storia pontificia, unita a prospettive ecumeniche aperte costituiscono per il teologo svizzero i segnali giusti per un pontificato rinnovatore. Un Papa “umano”, è questo di cui la Chiesa aveva oggi grande bisogno, l’interesse per la grande famiglia umana, rappresentata da altre religioni con cui tenere un dialogo serrato e costante.

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Una nuova società possibile sembra delinearsi all’orizzonte, quella alla quale sembra voler puntare il nuovo pontefice, quella stessa società auspicata da Alain Touraine, il quale proprio nel suo ultimo libro (“Dopo la crisi. Una nuova società possibile, Armando Editore”) lancia un appello di grande preoccupazione nella possibilità che la finanza possa travolgere il vecchio Continente.

L’individuo non si misura in dollari, sottolinea il sociologo francese, bisogna mettere fine al dominio dell’economia sulla società. La crisi è il risultato della rottura, imposta da chi gestisce la finanza mondiale, fra i loro interessi e quelli dei cittadini. Una sintonia piena e totale tra il nuovo vicario di Cristo e il decano dei sociologi europei, l’analisi sociologica ed antropologica per arrivare a quella economica e finanziaria in Francesco e Touraine sembra l’approccio giusto per tentare di dare risposte concrete alla crisi che afflige l’umanità all’inizio del terzo Millennio.

Raffaele Bussi


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