Altritaliani
Festa della donna

8 Marzo: Donne, fiori delicati?! L’esempio di Giusy Versace.

venerdì 8 marzo 2013 di Marina Mancini

Mai come quest’anno la dimenticata Festa della Donna dell’otto marzo torna in auge. Il mondo femminile al centro dell’Italia nel bene e nel male. Tra il tragico primato di femminicidi nel 2012 ad un parlamento che si ritrova più femminile di quello francese. Rita Levi Montalcini, Giusy Versace e tante donne meno famose ma che ogni giorno combattono per una vita e una società migliore. La primavera italiana dovrà ripartire proprie dalle donne. Se non ora quando?

Siamo attraversati nei nostri 365 giorni di sole, luna, pioggia ed esistenza da eventi e rituali nefasti che congelano la quotidianità e ti costringono a retorici giochi di convivialità tanto noiosi quanto bugiardi. Giornate in cui si sfoggiano e lanciano auguri come acquazzoni sulle teste. Ascolti, ringrazi e contraccambi ma, risuona la voce nascosta che chiede, inutilmente, perché risposta non bussa a queste porte, ma che devo festeggiare?

Peggio di tutte è l’arrivo del fatidico 8 marzo, dove l’apoteosi della retorica e della vacuità investe come un uragano la metà del mondo, l’altra faccia dell’umanità quella che indossa i tacchi a spillo e le calze sotto le gonne colorate o nere, a seconda delle geometrie, delle vitalità e vanità del cuore.
E i fiori spuntano da tutti i pori della comunicazione. Donne descritte come boccioli delicati da onorare, rispettare, amare, custodire. Oggi, domani no, perchè è già un altro giorno, e le pulzelle ritornano ad essere racchie, brutte e petulanti.

Ma lo conoscono il coraggio e la forza delle donne? Lo sanno che se le donne mettessero in circolo la loro energia unendola in un fascio luminoso illuminerebbero il mondo per il resto della vita, ora dopo ora, bellezza che ritempra bellezza? Non tutte certo, ma alcune meriterebbero il Premio Nobel dell’eroismo e dello splendore tutti i giorni, mentre si muovono in un sussurro di vestiti e profumi di seta per il mondo, accarezzando la vita con il loro fare tenero, forte e giocoso. Donne che frantumano la quotidianità, la stanchezza o la sofferenza in mille brandelli di dimostrazioni, tele da svolgere e obblighi da onorare e poi accolgono i figli in abbracci teneri e scoprono, tutte le volte, che l’amore, l’esistenza e la gioia è contenuta tutta in quell’abbraccio, in questi mosaici di identità. Non tutte le donne certo, ma per molte i propri figli sono questo. Donne spesso sole, e lasciate sole, a crescere la loro vita e quella dei loro figli, quando ci sono, mettendo insieme gli incastri dei loro giorni per farli funzionare e funzionare bene con meravigliosa contentezza e soddisfazione. Le avete mai sentite lamentarsi?
Io no.

Diceva una signora magnifica :“La mia vita è stata una sequenza di enormi crisi. Tutte si sono risolte a mio favore. Ogni crisi mi ha portato più in alto” .
Incantevole Rita Levi Montalcini. Cuore di donna indomito.

Ma tante sono le donne quotidiane di cui si può parlare e a cui si può pensare per la loro sensatezza, il loro valore trasportato sulle fitte trame della loro allegria e spensierata serietà, tante da riempire biblioteche e cospargere strade e fiumi di lettere e parole da attraversare e ammirare.

Una su tutte, delle tante che ho la fortuna di conoscere, partita dal suo paese nelle Marche, piccola ragazza tra i vicoli romani. Sola e tra mille espedienti per tirare a campare “trova il tempo” di prendere due lauree. Intelligente e affettiva intuisce, senza confondersi, la bellezza di una realtà nuova che cura e costruisce. Ci si stringe, cresce ed edifica da questo porto certo la sua realtà di donna e di professionista rendendo la sua immagine umana e femminile e la sua identità di medico una montagna, una fortezza che non si espugna, e ne il dolore delle separazioni, ne le lotte con la stupidità, la violenza e l’anaffettività riescono a scalfire. E quanta bellezza affiora da questa forza che diventa abbraccio, impegno e attenzione verso le persone che accoglie e che da medico cura e libera dalla pesantezza e dalla paura. Vitalità e affetto che sostengono nel dolore e nella disperazione, e che nutrono la certezza che di dolore non si muore e al dolore si resiste. Da questa certezza, da lei, nel suo studio sono state destate tante vite addormentate e addolorate e moltissime speranze.
Fiori delicati?!! Grossa e violenta falsità.

Ancora, come una poesia che si dispiega, la radio mi parla di Giusy Versace, di un incidente terribile, ed anche questa volta la sofferenza delle immagini descritte non coincidono con la gioia, la forza, la bellezza della voce che racconta.
La protagonista di questa emozione pura che attraverso le frequenze arriva alla mia commozione aveva 28 anni, quando in un spaventoso infortunio perde le gambe, tranciate di netto da una prepotente, violenta, arrogante fatalità.
Quando la mala sorte ci coglie e confonde, le possibili risposte sono due o ci si annienta nei povera me e ci si lascia ingoiare, oppure si resiste e si gettano le fondamenta di un’esistenza nuova, raccogliendo il bello rimasto e amplificandolo nel bello che si scopre, si crea e ricrea.

Lei non si ferma dove si fermano le sue prime gambe, continua a costruire la sua bellezza e la sua identità. Diventa un atleta, continua a correre su nuove gambe sfiorata dal vento e dai suoi lunghi capelli. Dice della prima volta che indossò le protesi per correre: “ non mi sono sentita invalida, mi sono sentita felice!”
Felice nonostante la brutta sfortuna, quante volte l’ho sentito.
Meravigliosa donna che decide, come un dovere, come un esigenza incontenibile della sua identità, che non si sarebbe mai più vergognata. Decreto assoluto e incontrovertibile pronunciato davanti alla stupidità e alla bruttezza di una mamma che copre gli occhi della figlia davanti alle sue gambe offese.

Leggo tra le interviste rilasciate "La mia vita è divisa a metà, c’è un prima e un dopo. Il confine è un guardrail che strappa le mie gambette dal ginocchio in giù il 22 agosto del 2005. Avevo ventotto anni, una chioma di capelli corvini, un’abbronzatura da paura, una carriera lanciatissima, una grande famiglia, un manipolo di amici super affezionati e un fidanzato da almeno una decina d’anni. Sapevo chi ero ed ero abituata a contare soprattutto sulle mie forze: questo mi faceva sentire al sicuro, imbattibile. In un secondo è sparito tutto!".
E poi tutto è tornato, nuovo, emozionante, potente, come sono la vita e le sue regole.

“Da quel momento Giusy Versace, invece di arrendersi alla disperazione, ha iniziato un nuovo percorso di vita che mai avrebbe immaginato. Dopo più di un anno e mezzo di riabilitazione è tornata a camminare e, nonostante la perdita del lavoro che aveva prima, è riuscita a reinserirsi nel settore della moda di cui si era sempre interessata. Al 2010 risale l’incontro folgorante con l’atletica leggera: ha iniziato a correre con delle protesi in carbonio, invogliando la gente che come lei vive delle difficoltà legate alla disabilità a non nascondersi, a non vergognarsi e ad avvicinarsi allo sport. E’ stata la prima atleta donna con amputazione bilaterale alle gambe in gara ad un campionato nazionale di atletica leggera: nel maggio 2012 ha fissato il nuovo record europeo per la corsa sui 100 metri ai Campionati nazionali di Torino, riuscendo cosi a qualificarsi anche per Paraolimpiadi di Londra” ( Giulia Lo Giudice da SuperAbile INAIL 25 febbraio 2013).
Da questa storia è nato un libro “Con la testa e con il cuore si va ovunque - La storia della mia nuova vita”.

Dove sono e chi sono i fiori delicati?!

Marina Mancini

FESTA DELLA DONNA, un po’ di storia.

INTERVISTA RADIO A Giusy Versace: Deejay.it


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