Altritaliani

“Il trono vuoto” e i credenti spaesati: considerazioni linguistiche sulle recenti dimissioni di Benedetto XVI.

giovedì 7 marzo 2013 di Rosa Chiara Vitolo

Ho seguito da Roma l’ultimo discorso pubblico del Papa “uscente” e l’ho trovato particolarmente autentico e foneticamente melodico. Un’ammissione liberatoria di mancanza di forze, corroborata da una gioia che la stanchezza non ha attenuato. Il Papa era felice di uscire di scena. Rallegriamoci almeno per questo: l’auto-depotenziamento e la ritirata del condottiero pietrino si sono svolti in un clima di serenità e di consapevolezza al quale forse noi italiani non siamo più abituati. L’effetto panacea è quello di distoglierci almeno per un attimo dal carattere negativo di sottrazione, risultante da un’operazione dimissionaria.

Zygmunt Bauman, sociologo famoso per la teorizzazione della società liquida, nel suo Cose che abbiamo in comune (Editori Laterza, 2010), si concentra, tra le altre, sul concetto di privacy: «Essere una celebrità, ovvero trovarsi costantemente sotto gli occhi di tutti, senza provare l’esigenza né avere il diritto alla privacy, rappresenta al giorno d’oggi il modello di successo più diffuso e capillarmente condiviso». Benedetto, celebrità sui generis, aveva perso il sonno e anche la privacy: ha espresso in maniera garbata nel suo commiato finale il forte desiderio di riappropriarsi della dimensione privata che il ruolo di pastore del gregge di Dio, volente o nolente, ti strappa. E così sia, nel candore dei suoi capelli bianchi in pendant con il soprabito invernale ha preso congedo da centinaia di fedeli commossi e preoccupati per le sorti della Chiesa e ha lasciato «il trono vuoto» (prestito da Luigi Andò). Lontano dai riflettori che non ha mai amato, quando le luci delle macchine da presa puntate sul cupolone si riaccenderanno per la première sortie del nuovo Papa, allora il viatico per il pensionamento spirituale di Benedetto sarà totale. Esserci per il mondo intero non sarà più un diktat e un impegno sacro-santo, ma consentirà un’uscita sui fedeli di altro tipo, magari erudita e attraverso carta stampata. D’altra parte, il desiderio eremitico dello studioso schivo è vecchio quanto il mondo. Seneca con il De otio, Petrarca con il De vita solitaria e Leopardi con La vita solitaria rappresentano soltanto un campione di opere celebrative di anime in cerca di riposo meditativo dopo gli affanni in società. Cicerone, non da ultimo, regala al concetto di otium sfumature tutt’altro che disimpegnate: si contribuisce allo sviluppo delle cose del mondo anche nascosti al mondo.

Mettere in fila i gesti che hanno scandito il lungo addio al pontificato può innescare un processo di simbolismi pericolosi: il passaggio in elicottero per evitare i traffici comuni su gomma, l’account di twitter che non cinguetta più, le guardie svizzere in ferie non previste, i documenti di Vatileaks lasciati in eredità pesante al successore, l’anello consegnato al camerlengo. Proprio il signum d’oro piscatorio, materializzazione dell’unicità di Benedetto, va in-validato per non essere con-fuso con il nuovo proprietario che avanza e che avrà nuove mani da adornare e nuovi decreti da firmare. Anche il sigillo all’ascensore che conduce agli appartamenti vaticani induce le menti più fantasiose a allenarsi con esercizi allusivi ad un’ascensione al cielo bloccata, allo Spirito Santo dalle ali tarpate, ad un male endogeno e virulento che manifesterebbe, con il cambio al vertice papale, soltanto il primo dei suoi intenti luciferini. Spunti profetici campati in aria che mi fanno soltanto gioire di solidarietà popolare per i ristoratori romani che vedono finalmente qualche incremento nel loro utile grazie a turisti curiosi a spasso per la capitale. Il resto è suggestione pura.

Benedetto, comunque, ha lasciato tutti di stucco, credenti e non, in un’operazione di richiamo all’ovile del popolo cristiano ad alto tasso di democraticità; nemmeno le recenti elezioni politiche hanno saputo riproporne una simile. Constatiamo ancora una volta quanto lo scendere da una posizione ritenuta privilegiata dalla collettività (croce o trono che sia), possa indurci a cambiare idea su pruriti etnici sospetti, forse riconducibili a germanoallergia: dopo il Papa buono, il Papa Grande, il Papa semplicemente “tedesco” dalla «q» dura in-corriggibile è diventato soltanto ora il Papa Coraggioso. Miracolo della rinuncia spontanea al potere e dello sventolare bandiera bianca. Non voglio ravvisare grossolane coincidenze con le dinamiche proprie di un’elezione politica a seguito di governo senza timoniere, né insistere su quella che, in parte, non è niente altro che una rinuncia causa forza maggiore: defatigatio corporis et animae. Niente però in questa vicenda è casuale. C’è la fine di atto di un potere, quello papale, che si esercita in uno Stato, la Città del Vaticano, e che sottosta a leggi scritte, le Bolle e i Concilii. Anche in questo caso il linguaggio messo in campo dalle testate nazionali delle ultime settimane per comunicare il grande passo indietro (o a lato? se ci si riferisce all’ex monastero scelto quale dimora definitiva di Benedetto), si adatta ad analisi in-crociate tra significati letterali (L), allegorici (A) e ri-semantizzazioni curiose (R.) di tre parole sovraccariche di sfumature.

1): Dimissioni

(L) Secondo il dizionario Devoto Oli: rinuncia, volontaria o richiesta, a una carica o a un lavoro.
(A) Celestino V costituisce il caso più noto e ante litteram di dimissioni papali. Riconosciuto come il Papa del gran rifiuto, senza motivi dovuti a forzature esterne decise di dimettersi e condurre fino alla morte una vita da eremita. Dopo di lui fu il custode della chiesa di Cristo negli anni a seguire Bonifacio VIII, condannato per simonìa e corruzione di pubblici ufficiali scontratosi prima con il re francese Filippo il Bello, sostenitore delle tasse per il clero, e poi con Dante che lo rese esempio deprecabile nei versi della Commedia.
(R) Nella lingua corrente troviamo il verbo ‘dimettere’ associato anche a ‘ospedale’, nell’accezione di rispedire un paziente a casa dopo un periodo di degenza. Quale allora la patologia e quali le cure per la Chiesa cattolica del 2013? Più in generale, perché nei ricorsi storici si assiste alle dimissioni di un capogruppo? Tra le motivazioni “papabili” appunto ci sono i problemi di salute, le pressioni interne o esterne ad un partito- sistema o eventuali scandali nei quali si è personalmente coinvolti. Nel caso di Benedetto credo si possa escludere tranquillamente l’ultimo scenario.

2): Sede vacante

(L) Ufficio fisico o carica rimasti priva del titolare.
(A) Riprendo nuovamente Dante, nell’epistola XI rivolta ai cardinali italiani riuniti in un conclave a Carpentras, in Provenza. Ci sono sei italiani e diciotto francesi; i primi vogliono un papa italiano in grado di riportare la sede pontificia a Roma, ponendo così fine ai mali che lacerano la Chiesa e l’Italia; i secondi si animano per una linea di continuità con il precedente pontefice, Clemente V. Nella lettera il poeta afferma il suo profondo attaccamento alla religione cattolica e ribadisce il dolore provato nel vedere la sede pontificia abbandonata al virus delle eresie:

Roma, sacrosanto ovile […] viene pianta vedova e abbandonata.
(Petre, pasce sacrosantum ovile; Romam […], viduam et desertam lugere compellimur).

(R) Il verbo latino «vacàre» è la base etimologica anche del sostantivo «vacanza», inteso come periodo di pausa tra un lavoro e un altro o, in generale, come interruzione dagli impegni e dal negotium ciceroniano. A giocare con le coincidenze, notiamo che l’accomodation attuale del Papa emerito è proprio nella sede storica di Castel Gandolfo, residenza estiva e di vacanza dei papi che lo hanno preceduto. Dunque abbiamo una sede di lavoro vacante (S. Pietro in Vaticano) e una sede di vacanza occupata (Castel Gandolfo).

3): Pellegrino

(L) Viaggiatore, solitario o di gruppo, in movimento verso un luogo sacro, specialmente per penitenza o per sciogliere un voto.
(A) Il termine proviene dal latino peregrinus e indica colui che non abita in città, quindi lo straniero, ovvero qualcuno costretto a condizioni di civilizzazione ridotte. Il suo uso posteriore invece - il nostro - implica una scelta. Chi parte in pellegrinaggio non si trova ad essere, ma si fa straniero e di questa condizione si assume le fatiche e i rischi, sia interiori che materiali, in vista di vantaggi spirituali. A stare alle ultime battute di Benedetto, la sua sarebbe una partenza per affrontare l’ultima parte del suo pellegrinaggio sulla terra, anche se limitata al recinto di Pietro. Una partenza che inizia e finisce nello stesso aeroporto.
(R) In araldica, scienza che studia gli stemmi, il pellegrino è impiegato come arma parlante, simbolo di lunghi viaggi, verso un luogo considerato sacro. Ma qual è la direzione del vettore? La nostra personale K’abala, così ben identificata per i musulmani nella Mecca, sembra essere lontana, se non opposta a Via della Conciliazione. Il moto è centrifugo e non centripeto.

Dimissione, Sede vacante e Pellegrino sono soltanto tre parole scelte per aiutare la mia memoria a fissare un evento di portata epocale. Benedetto XVI, il 28 febbraio di un anno decisivo per l’Italia come il 2013, anticipando con l’annuncio di un soffio le elezioni politiche, mette fine al suo potere. Scende dal soglio per non salirci mai più. L’ape regina si allontana in volo e tutt’intorno lo sciame impazzisce. Tot capita tot sententiae (tante teste, tante opinioni); sembra il Parlamento italiano con i rappresentanti senza papalina in testa però. Lo Spirito Santo, alato ispiratore presente nel mistero della triade, avrà un bel da fare tra pensionamenti anticipati e fumate bianche, commiati e investiture. Restano i fedeli spaesati, senza un capo spirituale all’infuori di Dio. Resta anche una proiezione sulla prossima nomina dell’homo novus che avrà la possibilità di chiedere consiglio sulla conduzione di una barca di Cristo (che sembra aver colpito uno scoglio) all’homo anticus ridottosi in clausura da solo.

José Saramago descrive così degnamente la condizione di confusione identitaria in cui è immerso l’uomo del secolo liquido: «C’era un tempo in cui le parole erano talmente poche che non ne avevamo neppure per esprimere qualcosa di tanto semplice come «Questa bocca è mia», o «Codesta bocca è tua», e tanto meno per domandare «Perché abbiamo le bocche unite» (L’uomo duplicato, 2002). Tra premier uscenti e papi dimissionari, ora l’Italia non può che riflettere una duplicità di pensiero, sentimento e forse anche fede, rimandando al mondo segnali di fumo non incoraggianti. Il Demetrio di Plutarco alla fine del suo regno si spoglia della tunica regale, ne indossa una povera e dimessa e se ne va. Il trono è vuoto. E non soltanto in Vaticano.

Rosa Chiara Vitolo


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