Altritaliani

Il referendum sul sistema elettorale in Italia

Il bel paese dove il “SI” si vota. Breve colloquio con l’On. Mario SEGNI.
sabato 13 giugno 2009 di Nicola Guarino

Dopo le Europee e le amministrative, oggi e domani si vota per il referendum sul sistema elettorale in Italia. Un referendum che si è cercato di far passare sotto silenzio, ma che potrebbe definitivamente cambiare la geografia politica italiana. Colloquio con uno dei suoi promotori principali, l’On. Mario Segni che negli anni novanta, con i suoi popolarissimi referendum contributi a chiudere per sempre la stagione della prima Repubblica

Gli italiani all’estero, dopo le Europeee e mentre si spengono i riflettori sulla campagna elettorale per le Amministrative, hanno votato per corrispondenza rispondendo “si” o “no” ai tre quesiti referendari su cui tutta Italia voterà oggi e domani.

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A differenza che per i referendum degli anni novanta, che ebbero una popolarità altissima e che contribuirono, dopo la stagione di mani pulite e tangentopoli, a segnare la definitiva fine del sistema dei partiti che per oltre 40 anni aveva retto il sistema parlamentare e la politica italiana, questo referendum si è cercato di farlo passare sotto silenzio.

  I partiti principali: PDL e PD sono favorevoli al “Si”,

tranne qualche defezione a titolo personale. Il fronte dei “No” vede uniti i piccoli partiti della destra e della sinistra oltre all’UDC dell’ex presidente della Camera Casini, e negli ultimi giorni anche l’Italia dei Valori, che non ha saputo mantenere il suo punto etico, e, dopo aver addirittura raccolto le firme per il referendum, di fronte al rischio che una vittoria dei "si" vanificasse la propria presenza parlamentare e di governo, non si è sentita di mantenere il punto ed è passata al fronte del no. Ma certamente, aldilà dei soliti meschini tatticismi della politica italiana, il più duro oppositore al referendum è la Lega Nord che ne manifesta il suo fastidio, a tal punto che il governo Berlusconi ha dovuto cedere alle pressioni leghiste, accettando la, evidentemente data svantaggiosa, del 21 giugno, che ha comportato rispetto ad altri possibili abbinamenti elettorali (europee del 6 – 7 giugno o amministrative del 14 giugno n.d.r.), una indubbia maggiore ed inutile spesa per gli italiani. Dietro queste bizantine operazioni c’è la segreta speranza della Lega e del suo ministro degli interni Maroni, che il surmenage di elezioni stanchi i cittadini che potrebbero essere così indotti a non recarsi alle urne. I quesiti referendari potevano e potrebbero determinare (dipende dall’esito)un appassionante dibattito sui motivi della riforma del sistema elettorale ed in un certo senso contribuire ad una sana riforma del sistema politico italiano, ma i soliti tatticismi politici, i soliti compromessi incrociati tra interessi politici e di governo, hanno indotto le forze politiche a mantenere un basso profilo, quasi un auspicio nel fallimento del referendum per mancato conseguimento del “quorum”.

 Il referendum per essere valido richiede il superamento della soglia del 50% di voti.

Come dire sul “quorum” si gioca la riuscita dello stesso. Referendum questi che intaccano profondamente una legge elettorale che, addirittura, lo stesso ministro proponente (il Sen. Calderoli della Lega Nord) significativamente definì una “porcata”. Ma come sempre questa fragile democrazia rappresentativa (di nome ma poco di fatto) italiana è retta da partiti che posti di fronte a chiare scelte politiche, come Pilato si lavano le mani, addossando poi ai cittadini (poco informati ed orientati) il peso della scelta. Sembra che nessuno, tranne i promotori (guidati dal giurista Giovanni Guzzetta – foto 1 e l’On. Mario Segni – foto 2), si danna per il successo di partecipazione e di riuscita a questo referendum. Eppure i quesiti, che ritrovate all’interno di questo articolo, potrebbero semplificare la nostra politica, favorendo sia alla Camera dei Deputati che al Senato della Repubblica, la costituzione di un bipartitismo all’inglese o alla tedesca, eliminando così i ricatti politici dei piccoli (ma spesso indispensabili per la governabilità) partiti che minacciando crisi di governo impongono, in diversi casi, i propri interessi particolari. Si pensi alla Lega che in più di una occasione ha imposto all’attuale governo le sue scelte, oppure, ai due governi Prodi, impediti dai veti incrociati dei tanti “partitini” che lo sostenevano. Rifondazione Comunista segnò la fine del primo governo Prodi; l’UDEUR di Mastella diede fine alla seconda esperienza. Vere spine nel fianco per i partiti maggiori che pur sempre rappresentano la maggioranza dei votanti.

 Inoltre, sarebbe abolita la possibilità di candidarsi in più circoscrizioni.

Si pensi all’assurdo delle europee dove Berlusconi ha speso il suo nome e la sua immagine (un po’ offuscata, dalle recenti vicende di cronaca rosa e nera n.d.r.) per candidarsi alle Europee, ovunque in Italia, pur sapendo di non potere essere eletto, in quanto attuale primo ministro in Italia e che con la sua non elezione, favorirà il sicuro accesso a Bruxelles e a Strasburgo di candidati non eletti dai votanti. Uno sconcio (va riconosciuto) a cui questo referendum porrebbe fine.

 Su tutto questo abbiamo colloquiato, brevemente con l’On. Mario Segni, uno dei leader referendari che gentilmente ha accolto il nostro invito.

(D) On. Segni, rispetto alla campagna referendaria che la vide protagonista negli anni novanta, e che contribui fortemente all’evoluzione dell’attuale sistema dei partiti in Italia, si ha l’impressione che per questo referendum, non ci sia la stessa passione e tensione politica, malgrado i partiti più rappresentativi siano orientati a votare SI. Come valuta questa impressione?

(R) I primi anni 90 furono un momento di grande speranza, in Italia e nel mondo. Con i primi referendum, gli italiani cancellarono la prima repubblica, e aprirono una fase nuova. I risultati di quegli anni rimangono (elezione diretta del sindaco e del governatore, alternanza) ma nessuno poteva immaginare che la classe politica avrebbe opposto tante resistenze e che la battaglia sarebbe stata tanto lunga. Di qui la stanchezza di oggi. E’ come una lunga guerra, le ultime battaglie sono le più dure, ma anche le più importanti.

(D) In pratica, con l’attuale sistema, i partiti decidono gli eletti, non esistendo la possibilità per i cittadini, di indicare preferenze al momento del voto. Può spiegarci, come mai questo referendum, non riguarda questo aspetto, su cui certamente sarete critici?

(R) Sulla lista bloccata, che dà ai capi partito il potere di nominare i parlamentari, siamo non critici ma criticissimi. Col referendum purtroppo questo punto non si può toccare. ma questo è il referendum contro la legge "porcata", e se passa il sì sarà un evento tanto forte che il Parlamento dovrà per forza cancellare questa ignominia.

(D) Molti esprimono la preoccupazione che l’eventuale accoglimento del referendum, comporterebbe un disimpegno del governo e in generale del parlamento da una complessiva riforma del sistema elettorale e direi del sistema politico, è fondata questa preoccupazione?

(R) E’ proprio il contrario. Di riforma elettorale non se ne era più parlato da anni. E’ solo il referendum che ha riaperto la questione. Ma se il referendum perde, possiamo essere sicuri che di riforma non si parlerà più per un pezzo, e ci dovremo tenere chissà per quanto questa legge infame.

(D) A proposito di sistema politico, il nostro sito fu inaugurato da un’approfondita analisi della crisi della democrazia nel modello occidentale e in particolare in quello italiano che si può definire un vero "caso Italia". Può esprimerci sul punto la sua opinione e spiegarci quale può essere il contributo di questo referendum in favore della democrazia?

(R) Il "caso Italia" ha sempre rappresentato una singolare anomalia tra le democrazie occidentali. Nessun altro paese ha accoppiato per cinquant’anni una straordinaria instabilità ad un altrettanto straordinario strapotere dei partiti. Tutto il movimento referendario ha avuto l’obiettivo di cancellare queste gravissime anomalie, e di modellare il sistema politico sulle caratteristiche occidentali e soprattutto anglosassoni. Questo referendum compie un altro passo in questa direzione, portando l’Italia verso il bipartitismo, che è la caratteristica fondamentale di tutte le democrazie occidentali.

NICOLA GUARINO

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REFERENDUM DEL 21 GIUGNO IN ITALIA.

Cosa prevedono i quesiti referendari. I quesiti referendari ai quali dovranno rispondere i cittadini sono 3, proposti su moduli verdi, bianchi e rossi.

 Premio di maggioranza e innalzamento della soglia di sbarramento.

Il primo e il secondo quesito prevedono premio di maggioranza alla lista più votata e innalzamento della soglia di sbarramento. Le attuali leggi elettorali di Camera e Senato prevedono un sistema proporzionale con premio di maggioranza. Il premio è attribuito su base nazionale alla Camera dei Deputati e su base regionale al Senato. È attribuito alla "singola lista" o alla "coalizione di liste" che ottiene il maggior numero di voti. Il primo e il secondo quesito - che valgono, rispettivamente, per la Camera dei Deputati (scheda verde) e per il Senato (scheda bianca) si propongono l’abrogazione del collegamento tra liste e della possibilità di attribuire il premio di maggioranza alle coalizioni di liste. In caso di esito positivo del referendum, la conseguenza è che il premio di maggioranza viene attribuito alla lista singola (e non più alla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi. Un secondo effetto del referendum è che abrogando la norma sulle coalizioni verrebbero anche innalzate le soglie di sbarramento: per ottenere rappresentanza parlamentare le liste devono raggiungere un consenso del 4% alla Camera e 8% al Senato. Dunque la lista più votata ottiene il premio che le assicura la maggioranza dei seggi in palio. Le liste minori devono superare lo sbarramento.

 Abrogazione delle candidature plurime dello stesso candidato.

Il terzo quesito riguarda l’abrogazione delle candidature plurime in più di una circoscrizione per uno stesso candidato. L’eletto in più circoscrizioni con l’attuale legge decide il destino di tutti gli altri candidati, la cui elezione dipende dal fatto che, scegliendo uno dei seggi che ha conquistato, lascia liberi gli altri. Attualmente circa un terzo dei parlamentari sono stati eletti in questo modo. Per spiegare l’attuale meccanismo se il candidato X eletto in più liste sceglie per sé il seggio "A" favorisce l’elezione del primo dei non eletti nella circoscrizione "B"; se sceglie il seggio "B" favorisce il primo dei non eletti nella circoscrizione "A". Con l’approvazione del terzo quesito la facoltà di candidature multiple verrà abrogata sia alla Camera che al Senato.


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