Altritaliani
Le dimissioni del Papa. Una decisione clamorosa.

Benedetto XVI. L’abdicazione di un Monarca?

martedì 12 febbraio 2013 di Raffaele Bussi

La notizia delle dimissioni di Benedetto XVI in rapida sequenza fa il giro del mondo e le voci si rincorrono sulle motivazioni che l’avrebbero spinto ad un gesto così eclatante. La decisione di Ratzinger di passare la mano è di portata storica e dopo seicento anni sarebbe il primo Papa ad abdicare, rinunciando alla cattedra di Pietro.

I precedenti però non mancano a cominciare da San Clemente, arrestato ed esiliato per ordine dell’imperatore Nerva, a Ponziano esiliato in Sardegna, fino a Celestino V che a dire dell’Alighieri è stato il Papa che fece per viltà il gran rifiuto. Ma sembra non reggere il paragone del rifiuto dell’eremita della Majella con quello del teologo tedesco. Pietro da Morrone era un cercatore di dio e portava dentro di sé la santificazione. Eletto Papa a Perugia per volere di Carlo d’Angiò, fu incoronato a l’Aquila e poi portato a Napoli dove resistette cinque mesi prima di dimettersi per isolarsi e collocarsi, umile frate, in adorazione di fronte a Dio.

Joseph Ratzinger, al contrario, è il teologo raffinato, conservatore, intransigente, il quale si pone a cospetto di Dio da teologo. Non c’è nel professore di Ratisbona, ordinario di teologia dogmatica e storia dei dogmi, il dono della santità presente in Pietro da Morrone, il rapportarsi all’Eterno di un’anima che si dona al di fuori delle pratiche umane.

Ed allora cosa nasconde un gesto così eclatante?
Motivi di salute? Al momento alcun riferimento è stato fatto a malattie specifiche, si è parlato solo di non confacenti condizioni di salute per reggere le sorti della cattedra di Pietro.
Una decisione dettata dalla difficoltà del periodo storico, un pontificato segnato da un susseguirsi di gravissimi scandali?
Forse! Solo l’interessato potrebbe rivelare l’arcano di un gesto che può essere definito di grande coraggio sì, ma certamente non di grande modernità.
Un gesto coraggioso se la causa è da individuare in una condizione fisica che non offre la lucidità di fronteggiare un magistero difficile per i tempi che la Chiesa vive.
Diversamente no!

Il no al gran rifiuto è offerto da una duplice chiave di lettura che coinvolge anche la persona del suo predecessore, quel Giovanni Paolo II che sul campo ha decretato la parola fine al suo ministero, proprio come il Nazareno ha ultimato i suoi giorni sul Golgota. Nessuno potrà mai dimenticare l’immagine soffrente degli ultimi giorni dell’esistenza del papa polacco.
L’altra faccia della riflessione ripesca la figura del figlio di Dio che per salvare l’umanità non ha esitato a farsi uomo. Pasquale Maffeo, autorevole scrittore cristiano, nello stupendo romanzo Prete Salvatico, al protagonista don Bamonte non indugia, prima della morte, a fargli confessare che un prete prima di essere tale è un uomo con le sue debolezze e tutto quanto nel bene e nel male gli può concedere la sua umanità.
E’ in quest’aspetto che si racchiude la modernità del gesto di Papa Ratzinger?
E’ la scelta di Wojtila da privilegiare, quella di percorrere la strada fino in fondo a costo di rendere pubblica la sofferenza o quella di Ratzinger di interrompere il cammino per viverla in privato? La prima risposta da dare è questa.
Il vicario di Cristo è certamente un monarca, ma il suo regno, diversamente da quelli terreni, affonda le radici in un terreno sublimante, di grande ed incommensurabile spiritualità.

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La foto del fulmine su San Pietro che fa il giro del mondo

E’ presto per esprimere giudizi, anchè perchè la storia non si declina con i se e con i ma. L’avvenimento è troppo contiguo dal punto di vista temporale per giustificare o meno un gesto che scrive una nuova pagina nella storia della Chiesa, ma che non ci consente di poter accedere, laddove esistono, come si vocifera, documenti che potrebbero dare una svolta realmente storica all’avvenimento.

Raffaele Bussi


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