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Punto, due punti... e punto e virgola!

11, 12, Shapiro, Benigni... Come parlare della Costituzione italiana?

domenica 20 gennaio 2013 di Giuseppe A. Samonà

I principi fondamentali della Costituzione italiana recitati, cantati ed interpretati da Shel Shapiro, antica gloria del beat “italiano”, e da Roberto Benigni. Un confronto che fa riflettere.

Ritengo, come tanti, la Costituzione italiana un testo fondamentale della cultura europea e, più in generale, di quella che potremmo definire la grande tradizione giuridica e umanista planetaria, da porre accanto a testi come la Déclaration des droits de l’homme et du citoyen, che la precede, o la Déclaration universelle des droits de l’homme, che la segue. Un testo profondamente innovatore, progressista, scritto peraltro in uno stile letterariamente impeccabile, nel contempo forte e chiaro, e da difendere contro tutti coloro che lo vorrebbero “riformare”, “svecchiare”, o addirittura “accantonare”, sotto pretesto che sarebbe oramai superato dalla storia, dai fatti: perché al contrario esso è modernissimo, “giovanissimo”, e più che mai attuale – l’unico suo “difetto” eventualmente essendo quello di non essere stato sufficientemente attuato.

Per questi motivi, ho molto apprezzato l’omaggio direi quasi militante che gli ha reso il mai domo leone Shel Shapiro, la chioma sempre lunga anche se oramai bianca, quasi a voler significare che la grande onda di passione civile degli anni sessanta e settanta, quella di quando guidava gli indimenticabili Rokes (ricordate? Il denaro ed il potere sono trappole mortali che per tanto, troppo tempo han funzionato... ), lo porta ancora con lo stesso entusiasmo. Si chiama Undici, quest’omaggio, e consiste sostanzialmente nella lettura dei cosiddetti 11 Principi Fondamentali, attraverso i loro passaggi chiave, con un leggero accompagnamento musicale (rockeggiante, è ovvio, Shapiro suonerà il rock sino alla sua morte, e forse anche oltre ...) insieme a pochi, quasi impercettibili commenti, e fioriture: intelligentemente, perché la semplice lettura, se ben eseguita, sopratto quando si tratta di un testo nel contempo forte e chiaro come appunto questo, è più efficace di qualunque commento.

Gli 11 Principi Fondamentali, cioè la prima parte della Costituzione, quella che ne costituisce l’impianto di fondo, le linee direttive, il quadro. Da notare che in realtà tali Principi sono 12, ma il dodicesimo, quello che definisce i colori e le dimensioni delle tre bande che compongono "la bandiera della Repubblica", il tricolore, pur avendo la sua indubbia importanza storica (il perché di quei colori, l’eliminazione dello stemma di casa Savoia che vi figurava precedentemente, la necessità di rappresentare il paese in quanto Stato e in quanto popolo, etc.), non può certo competere in forza di impatto, da un punto di vista concettuale, con gli undici che lo precedono, soprattutto quando si consideri che proprio l’undicesimo, per originalità e portata, costituisce in certo senso l’acmé della Costituzione, e non a caso è forse quello più famoso, anche all’Estero: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Mi sembra insomma non anodino, e potente, che l’omaggio di Shapiro si termini proprio con esso.

Per gli stessi motivi, ho ascoltato con grande interesse il lungo intervento che Benigni ha dedicato alla Costituzione, sempre partendo dai Principi fondamentali – nella loro interezza, questa volta, e cioè 12 – e, sempre per quei motivi, ne sono rimasto profondamente deluso, e a tratti addirittura irritato, disturbato.

Intendiamoci, Benigni ha talento da vendere, e qua e là ho apprezzato di cuore i suoi guizzi esilaranti, profondi, che svelano una vasta e meditata cultura, molte letture, qualcosa che va ben al di là della comicità, e ogni tanto sa aprirsi su territori di reale poesia e intelligenza storica, fra l’altro cogliendo a pieno la potente sapienza “letteraria” del testo in questione. Ma quasi sempre, sul fondo, mi borbottava appunto un malassere, che a volte, troppe volte, è dovuto saltar su, manifesto, sino a lasciarmi alla fine con l’amaro in bocca, dubitativo circa il senso, la qualità di questa operazione. E il disagio è quello che di fatto, esaurita la memoria dei guizzi, permane.

Mi è anche tornato in mente un tagliente aforisma di Carmelo Bene: Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può – per continuare: Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento (come non pensare, invece, che Carmelo Bene, con la sua opera, infirmi questa sua stessa osservazione, lui che aveva nel contempo “genio” e “talento”...). Ecco, ho pensato, Benigni appunto “fa quello che vuole”, zampilla di guizzi con spontaneità, racconta i momenti salienti della storia anche più difficile, incanta il pubblico – ma anche, altre volte, ben più numerose, vola basso, pasticcia sapientemente quella stessa storia, ricorre a una retorica militante di lega scadente, si lascia andare a una propaganda quasi sgangherata, o meglio, edulcorata, che finisce per svuotare la forza del testo che vorrebbe, a buon fine, difendere, portare, e questo lo fa sempre talentuosamente, sempre incantando, come e quando vuole, sorta di pifferaio magico che stupisce, esalta, fa credere intelligente chi si decide ad andargli dietro. (Ma non tutti gli van dietro, appunto, fra coloro che si riconoscono nella Costituzione: e sarei curioso in particolare di sapere cosa ne hanno pensato gli amici, e le persone che stimo, in Italia.)

Mio padre, quando andavo a scuola, amava ripetermi che troppi aggettivi nuocciono ad una scrittura efficace, e soprattutto che sempre bisogna evitare aggettivi come “bello” o “straordinario”, che descrivono se stessi più che l’oggetto di cui si parla. Ora, questi due aggettivi, volentieri al superlativo, tornano decine di volte nell’intervento di Benigni, a cominciare dal titolo, e sono spalmati non solo sulla Costituzione (“bella”, “bellissima”, “più che bella”, “troppo bella”, “una bellezza”, “una bellezza che fa andare al manicomio”“la più bella di tutte” “meravigliosa etc.) ma anche sugli italiani, “straordinari”, “il popolo più straordinario di tutti”, “il più bravo”, “dovete essere orgogliosi”, etc.: quasi che ci si volesse convincere, tirar su, imbellettare, appunto, ché certo, ultimamente (diciamo almeno da una ventina d’anni a questa parte), gli “italiani” cosi’ “straordinari” non lo sono stati mica tanto...

Ma poi, un testo giuridico si può “amare”? “amare come una madre”? una madre amata da un bambino, che le confida il ruolo di “protettrice” invincibile? Ed ecco che Benigni è finito con l’apparirmi, nel complesso, una specie di scialba copia di Gianni Rodari. Questi scriveva splendidi racconti per bambini, che fanno riflettere anche gli adulti: anzi, si può riscoprire nella riflessione e emozione indotte da questi racconti che siamo ancora, e per sempre, piccoli, e che proprio il riappropriamento di questa nostra infanzia potrà salvare il mondo. Benigni invece parla agli adulti, agli italiani, come se fossero bambini, ma nel senso peggiore: li infantilizza, come se gli italiani adulti non potessero capire altro linguaggio, a conferma del quadro desolante del paese che si vorrebbe risollevare.

L’incontenibile, surreale e acutissimo Roberto che abbiamo tanto amato negli anni settanta e ottanta – e che tanto amiamo ancora quando recita e interpreta Dante – prende sempre di più le fattezze di un novello Carducci, ed è di fatto il vate addomesticato di questa nuova Italia, e di più, ché attraverso prediche o film può oramai parlare di tutto, ma sempre, rigorosamente, nei toni della favola: la Costituzione, il Risorgimento, ma anche la guerra, o persino l’orrore dei campi di sterminio. Quando eravamo ragazzi, la Costituzione ci era spiegata da Norberto Bobbio, la Shoah da Primo Levi: e la forza, l’impatto delle loro parole, della loro testimonianza, in vista della costruzione di una società civile, di adulti e meno adulti, era e resta di tutt’altro ordine. Non sempre si può ridurre il mondo a favola, o almeno, a una favola zuccherosa. (E ahimé, quei saltelli, quegli slanci verso il pubblico, quel volere amare tutti e tutto che erano spontaneamente esplosivi ai tempi del famoso exploit con la Carrà, oggi sembrano una macchietta mandata giù a memoria, e un po’ logora.)

O anche, non sempre si possono usare la sapienza e il talento per incantare, riassumere, deformare, sopprimere, ammucchiare la storia come meglio si crede: per esempio, liquidando con una frase, nello stesso paniere, fascismo, nazismo, comunismo, come se fossero la stessa cosa. Ora, non voglio certo sminuire gli atroci crimini commessi dal cosiddetto comunismo reale (ed anzi, quasi mi vergogno di doverlo esplicitare!), ma ha un senso assimilarlo, fosse solo da un punto di vista storico, al nazismo? Ha un senso parlare di tutti i morti della guerra senza neanche nominare la tragica unicità del fenomeno genocidario? E soprattutto, ha un senso lasciare intendere che in tal senso parlava la Costituzione italiana, scritta due anni dopo la fine della guerra, vinta con il contributo maggiore dell’Unione Sovietica, e con gli stessi comunisti italiani protagonisti indiscussi della Resistenza e della susseguente Assemblea Costituente, quella che appunto ideò la Costituzione?

Così, se Shapiro termina la sua canzone con il principio fondamentale numero 11, che anzi le dà il titolo, Benigni si spinge sino al 12, e questo non solo per una lodabile completezza dell’informazione (i principi fondamentali, come si è ricordato più sopra, sono appunto 12), ma anche perché il dodicesimo gli permette di fare un retorico peana sulla “bellezza” (è ovvio...) del nostro tricolore, il principio “più bello di tutti” “e che tutti li avvolge”, “la avvolge”, questa Costituzione che finalmente va amata, appunto, come una madre, la madre di noi italiani, felici, “orgogliosi” di esserlo a causa di essa – e poi via, per finire inevitabilmente intonando la canzone, ma riadattata in italiano, di La vita è bella. Ma si può?

Si dirà: ma è la destra, quella più riottosa, che attacca la Costituzione, e che attacca Benigni che difende la Costituzione, non puoi rischiare di mischiarti con quella gente... O ancora: per proteggere la Costituzione dagli attacchi, insulsi e pericolosi, che gli muove contro la destra più oscena che l’Italia abbia avuto dal dopoguerra a questa parte, qualunque sua difesa va bene: ed effettivamente, la necessità di una riforma radicale della Costituzione, se non la sua abolizione, è stato il primo punto del programma annunciato da Berlusconi VI, perché possa infine compiere la sua “rivoluzione” (non riesco a trovare aggettivi che esprimano il mio stato d’animo, e fisico, al riascoltare quella voce, a rivedere quella faccia: in questo sì, e proprio a premessa del suo show sulla Costituzione, Benigni è stato geniale, e gliene va da dato ampio merito).

Insomma, se Benigni è servito a far conoscere ed apprezzare a un po’ di gente la Costituzione, male non fa: del resto, l’ho pensato un po’ anch’io, e da un certo punto di vista continuo a pensarlo. Anche perché l’uomo è simpatico, l’attore è bravo, e non manca mai di intelligenza, né gli è sfuggita nella circostanza l’apertura universalistica, planetaria di questo testo: amare il mondo è ancora meglio che amare la propria patria... ricordo, fra altri spunti in analoga prospettiva; o anche: le radici non devono sprofondare nel buio del passato ma estendersi orizzontalmente... e in certi momenti, comici o commoventi, mi son detto: ecco, ora si decolla – ma poi di nuovo ci si ritrovava travolti da motivi più banalmente retorici, a sostegno di una lettura infantilizzante, edificante, patriottica: ed è questa, a mio avviso, che finisce col prevalere. Per questo, ho anche pensato: è inquietante, fa riflettere, sempre sia vero, che molti italiani abbiano finalmente conosciuto tale Costituzione solo attraverso l’incantevole intervento di Benigni. Perché se tutto quel che tiene una comunità, e la scuote, è l’incanto di una favola, questa comunità sarà sempre pronta a voltar casacca al primo imbonitore di turno. E in Italia, ahimé, gli imbonitori non mancano certo.

Accanto a questa apologia intelligente di un testo (ora lo dico io) straordinario!, apologia che tuttavia resta, malgrado le aperture, in chiave di “fierezza” italiana (non è polemica, non “antitalianità” di principio, è storia: non è in questa chiave che risiede l’originalità del testo), accanto all’interpretazione di Benigni, dunque, preferisco la lettura-canzone di Shel Shapiro, che nella semplice enunciazione dei suoi principi restituisce alla Costituzione la sua più originale e universale vocazione – significamente sottolineata per altro dal suo inconfondibile, intramontabile accento straniero: essere italiani non ha tanto a che fare con radici e origini più o meno antiche, quanto con il riconoscersi in una carta di principi comuni.

Giuseppe A. Samonà

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