Altritaliani
PER IL GIORNO DI SANTA LUCIA

Le voci del bosco e la mezzanotte dell’anno.

venerdì 13 dicembre 2013 di Flavio Brunetti

Il 13 dicembre è il giorno di Santa Lucia, protettrice della luce. E’ il giorno in cui il sole tramonta più in fretta: “La mezzanotte dell’anno”, così lo chiamò il poeta John Donne. Tra boschi, sogni, paure, cinghiali, pioggia, vento, neve, vaghe presenze di tempi passati e J. Donne si dipana questo racconto - ambientato nel Molise - e affonda i suoi piedi sulle orme dell’anima.
Racconto, fotografie e portfolio di Flavio Brunetti.

IL BOSCO MAGICO

C’è un bosco vicino Campobasso, un bosco magico. Più di 2300 anni fa c’era una grande città dei Sanniti. Forse 50.000 abitanti. Fu distrutta dai Romani, la popolazione fu massacrata. Non fu mai più riedificata.
Sempre in quel bosco sulla sommità del monte s’insediò poi una setta di monaci del medioevo (anni 1000) veramente cattivi. Gianfranco, un mio amico storico, mi dice sempre che questi monaci commettevano crimini truci. Mi dice che anche lui, come me, è convinto che quel bosco è magico, come se si sentisse qualcuno... delle presenze.
- Quella gente, i Sanniti e quelli del Medioevo, hanno sofferto moltissimo! - mi racconta e aggiunge – I sanniti amavano queste alture per mesi ricoperte di neve, ma piene di legna per il loro fuoco. Erano duri di testa e sospettosi. Montanari, che temevano di più il vicino che la gente lontana, la gente straniera. I dirupi, le caverne e le selve li aiutavano alla propria difesa. La loro religione, arcaica, rozza e severa, era piena di fitti misteri.

Un giorno mi portò sopra un masso e indicandolo fece:
- Vedi? Questa è la pietra dove i Sanniti facevano i sacrifici. Animali o persone – e mi mostrò anche il cannello per lo scolo del sangue.

Fortunatamente quelli della Soprintendenza hanno fatto solo pochissimi scavi. Quando arrivano loro i posti smettono di vivere e diventa tutto un museo.

Io vado spesso in quel bosco e ci vado da solo: ci vado a pensare e a camminare. Ci vado solo d’inverno, soprattutto se nevica o piove e quando s’avvicina la sera. Per non trovarci nessuno.
Perché nei sentieri di Monte Vairano, che si immergono nella città dei Sanniti, s’incontrano spesso raduni di gare di motorette e di fuoristrada o di bracconieri che si arrampicano ovunque con le loro Suzuki a mettere trappole o stanare gli animali del bosco.
Come macabri addobbi pendono i segnali di plastica dai rami o abbracciano i tronchi degli alberi per indicare i percorsi di gara e restano lì per molti anni come quelli lasciati dagli “ecologici” raduni di biciclette.
Così questa martoriata terra subisce anche l’ingiuria dei rumori assordanti, di gas venefici, di perdite di oli e di grassi e d’immondizia lasciata, che mai più nessuno porterà via.

Ci sono andato l’altro giorno che ha nevicato ed è stata dura davvero. Avevo quasi persa la via: la neve t’inganna, è come una droga, perdi il controllo. Lo spazio t’appare più piatto, gli alberi sono tutti piegati, non riconosci più niente.
Mi piace sfidare il mio corpo, la mia mente, la mia solitudine. La paura non c’entra.

SANTA LUCIA

Oggi è Santa Lucia, il giorno dell’anno in cui il sole tramonta prima.
"... la mezzanotte dell’anno e del giorno".
Ieri il viaggio a Napoli e il ritorno sono stati durissimi: pioggia e nebbia. Oggi il sole.
Col sole sono corso di nuovo nel bosco. Per vederlo morire dietro i monti, il giorno che muore più presto, dalla rocca dei monaci.
Di là i paesi abbarbicati sui culmini t’appaiono in basso. E’ bellissimo volare con gli occhi sui campanili, guardarli dall’alto, sentire i rumori lontani di vie e di piazze; una volta, era Domenica, anche il grido di un gol allo stadio. Ed ancora un’altra la botta dei fuochi d’artificio... tra la luce e il suono misurai diciotto secondi. Poi in fondo le cime dei monti più alti, più lontani.

Quando muore, il sole s’abbassa, t’abbaglia e nasconde lo spazio, poi cala il sipario e riappaiono i colli e i monti e una luce da dietro di essi colora di sangue le nubi striate e dall’altro lato del cielo, a volte, sale la luna.
E’ bello, con il naso per aria mentre cammini, guardare la luna che corre tra i rami: sentirsi al piede del fulcro dell’enorme bilancia del cielo. Il sole da un lato che pesa di più e, più lento, è scomparso e la luna, leggera, che sale veloce sull’altro, invisibile, piatto.

L’anno scorso c’era neve, moltissima neve e nel bosco, per quindici giorni solo le mie orme e quelle dei cinghiali, dei cani selvatici e le macchie di sangue delle prede dei lupi.
Li incontrai i cinghiali, faccia a faccia. Forse ormai conoscevano il mio puzzo. La scacciacani l’avevo, ma non volli sparare: mi venivano incontro a pochissimi metri e il capobranco era un mostro irsuto, rossastro, duro.
Sollevai le braccia, le allargai ed urlai:
- Zerrè! Zerrè!! – come fanno i pastori alle greggi.
Quelle bestie svoltarono strada e per un po’ camminammo vicini, io in basso e loro più in alto. Poi me ne andai alla cima del monte e loro nella boscaglia più fitta. Erano cinque o sei quegli animali.
Paura? Incoscienza? Esaltazione? Era tutto un garbuglio dentro di me.

Oggi ero andato a vedere l’avaro sole d’inverno fino a che punto può esser taccagno.
Ma ho trovato i cacciatori prima d’entrare nel bosco. Il bosco è riserva, ma costoro, di cui veramente ho paura, stanno sempre lì dentro. Disarmati s’intende. Quando viene la neve che ricopre il cibo alle bestie attirano fuori i cinghiali spaventandoli o con i cani o con le loro Suzuki.

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Laghetto Ranallo

Ne avevano uccisi già quattro. Uno dei bracconieri aveva tutti i calzoni sporchi di sangue. Parlavano, alte le voci, entusiasti. Ne inseguivano un altro che ferito se ne era tornato nel bosco a trovare la vita. M’hanno fatto vedere le impronte delle unghie degli zoccoli disperatamente arrancanti sulla scarpata e le macchie di sangue per terra sulla via d’asfalto, che separa il bosco dai campi, e mi hanno detto:
- Tu che conosci il bosco così bene sai dirci dove può essere andato? Perché, ferito com’è, di sicuro è già morto.
Sono salito su in cima e guardavo il sole, i paesi e i monti, e ascoltavo i rumori ed i suoni delle piazze e delle campane lontane, ma non so raccontare quanto al mio cuore mancasse qualcosa.
Esco dal bosco quasi sempre che è buio, oggi sono uscito più presto.
Quegli uomini ancora giravano a caccia del morto.

Era Santa Lucia,
era bello,
ma incontrai cacciatori
sangue sparso per terra.
Era Santa Lucia
il sole scendeva
nel cielo terso,
azzurro del freddo d’inverno
incendiando lo sguardo,
i rami dorati e la sera
ma non il mio cuore.
Mi mancavano
il silenzio, l’Amore.
Degli uomini armati
l’avevan violati.

Lucia, una bella e ricca ragazza di Siracusa, promessa in isposa ad un nobile. 304 d.c.. Fa voto di castità e povertà a Sant’Agata per la guarigione della madre, guarigione che avviene. Quando il promesso la pretende ugualmente, lei si cava i suoi occhi e glieli manda su un piatto. Imprigionata e torturata fino alla morte diventa santa. Storiaccia macabra. Ma queste sono le religioni.

JOHN DONNE

Sopra il colle più alto un idiota impara e recita versi, mentre piove, tira vento, fa freddo e incalza la notte.
"Notturno del giorno di Santa Lucia che è il più breve dell’anno".

John Donne la scrisse perché credeva che l’ amore, il suo amore, fosse morto. L’ho imparata a memoria lassù e l’ho adattata per recitarla: ho una mia cerchia di amici pazienti.

"Questa è la mezzanotte dell’anno e lo è del giorno
di Lucia che per sole sette ore si toglie la maschera.
Il sole è stanchissimo e ora le sue fiasche
spremono tenui sprazzi, nessun raggio costante.
Tutta la linfa del mondo è caduta. L’universale balsamo
se lo inghiottì la terra nelle sue cavità ricolme di siero, intasate, fradice, malate.
Là quasi a pie’ del letto s’è ritratta la vita
morta interrata; eppure tutto ciò sembra ridere
appetto a me che sono il suo epitaffio.

Studiatemi dunque, voi che sarete amanti
in un altro mondo una nuova Primavera.
Io sono tutte le cose morte dalle quali operò Amore
nuova alchimia. Perché una quintessenza
distillò la sua arte anche dal nulla,
da opache privazioni e da scarne vuotezze.
Mi distrusse. E ora mi rigenerano
l’assenza, il buio, la morte... le cose che non esistono.

Tutti gli altri traggono da tutte le cose
tutto ciò che è buono: vita, anima
spirito, forma e ne hanno esistenza.
Io, grazie all’alambicco dell’Amore
sono la fossa di tutto ciò che è nulla.
Spinto indietro fino al diluvio... fino al Kaos
indietro fino alla Morte... fino al nulla prima della creazione.

Fossi un uomo dovrei sapere di esserlo.
Preferirei, se fossi bestia, un qualche fine
od un qualche mezzo se persino le piante
persin le pietre detestano od amano.
Tutto, tutto s’investe di qualche proprietà!
Se fossi un nulla qualunque, come l’ombra,
dovrebbe esserci un corpo ed una luce!
Ma sono nulla e non vuole rinnovarsi il mio sole."

Voi amanti, per i quali questo sole taccagno
ora è entrato in Capricorno
a succhiarne voluttà nuova
e donarla a voi, voi tutti, godetevi l’estate!
Poiché ella continua a trastullarsi
in questa sua festa notturna
io mi avvicinerò a lei come se questa
fosse una veglia, una lunga lunga vigilia.
Questa è mezzanotte fonda
e dell’anno e del giorno.

Il nulla di Donne, sensazione di annientamento dell’io quando l’animo si immerge nel vuoto. Da quel nulla, del dolore, dell’assenza, del buio, vissuto come una Vigilia, nasce la luce. Ma solo per il poeta che si distacca dagli amanti comuni e attende una luce che questi non potrebbero “capire”.

SEGNALI

Una volta, il primo dell’anno, portai nelle tasche profonde della mia giubba d’inverno tre eleganti bicchieri di fine cristallo avvolti in un raso di bianco cotone, operato a rilievi sul grigio, e dello spumante pregiato. Con due compagni, e senza rispetto del posto, mi recai lassù, sulla rocca del bosco, a brindare. Volò alto il tappo, verso il pendio e fece anche un bel colpo. Ma non fu affatto un bell’anno, fu un anno tremendo. Tra le altre disgrazie, mia madre morì di un inspiegabile male, desiderando di mangiare un carciofo ripieno. Da allora capii.
A fior di terra, sopra quel colle del bosco, qua e là, piccoli frammenti antichi di terracotta. Segnali.
Anni e anni di solitudine, di assenza totale. Un tempo infinito. Ma il tempo scorre ugualmente e nel momento più inatteso, ho incontrato il mio amore. Ella è bellissima. I miei occhi ed i suoi si sono immersi nel mare dei cuori, lasciando stupefatti gli estranei.
Ma lei è diventata cristiana. Mi ha detto.
Mentre ero lì sopra, un giorno pensavo.
- Che c’entro, io con lei? - mi chiedevo – che potrò mai dirle in futuro?
Ad un tratto s’è mostrato per terra, senza che io lo cercassi, un frammento molto più grande degli altri, un frammento di piatto, decorato di smalto. Cosa rarissima. Di mille e più anni. E cosa portava dipinto? Una croce.
Segnali.
E ancora una volta mi chiamò un amico e io stavo andando proprio lì sopra come sempre da solo. Mi pregò che voleva venire con me. L’avvisai:
- Però stai calmo. Perché la c’è qualcosa... qualcuno. Bisogna essere discreti, avere rispetto per il dolore immenso che ha patito in passato la gente del bosco.
- Non ti preoccupare. Farò come dici – mi rassicurò.

Poi venne e con lui portò anche due ragazzetti. La figlia e il nipote. E quando fummo sul monte a veder lo spettacolo che ci offriva il sole morente, lui che dice di essere buddista, cominciò con le sue litanie. I ragazzetti intanto facevano chiasso. E allora prima che il sole fosse sceso del tutto lo interruppi e gli dissi:
- Andiamo che qua si fa tardi.
- Va bene – e finì i lamenti

Ma non fece neppure sei passi che un rovo gli si avvolse alla coscia e lo ferì a sangue. Una lunga ferita. E quasi insieme sua figlia, la ragazzetta, si sbiancò e non svenne per poco. Segnali.

Se a volte un micio
mentre il sole tramonta
ti farà compagnia
in silenzio
accarezzalo e basta.
Anche a lui il mistero
del giorno e della notte
non è solo questione
di giri nel cielo.
Anche un gatto
rimane incantato
quando ancora si alza la luna.

Questo silenzio ricolmo d’Amore appartiene alla terra, ai venti, ai lupi, alle stelle.

UN LIBRO CHE PARLA

E’ ancora pieno di neve e la neve è un libro che parla.
Quando ieri sono salito alla cima del bosco c’erano tracce di un cinghiale da solo e di qualche faina. Era una giornata di sole stupenda. Ho voluto starmene seduto lassù con il solito Donne molto più tempo, sino a che nei paesi accendon le luci. Vedere la sera che sorge è bello come col sole. La rocca dei monaci era più in alto, alle mie spalle, solo d’una decina di metri. Mi ero seduto un poco più giù, dove i paesi ed i monti del Molise e d’Abruzzo si scorgono meglio: là è più aperto.
Me ne stavo, sulla neve, seduto e che freddo al culo!... ch’ogni tanto scaldavo rialzandomi e volgendolo al sole. Sentivo da dietro rumori di fronde e di rami, rumore di urti.
A volte il rumore del vento non è solo sibilo, ma anche un crocchiare di rami.
Anche la neve fa, a volte, rumore.

Crepitò nel silenzio
del bosco di neve
un pino
fiaccato dal peso
della fredda coperta
che il cielo aveva steso sui rami.
S’abbatté
con il grido del legno
martoriato, squarciato,
affondò
il viso e le braccia
nel manto bianco gelato
poi tacque.

Ma ieri vento non c’era e la neve sui rami era già sciolta o caduta.
Ho continuato a starmene a leggere, a guardare i paesi e a pensare. Sentivo questi strani rumori. Poi ho deciso ch’era ora d’andare. Son salito alla rocca ed ho visto le tracce freschissime di un gruppo di essi, i cinghiali. Eran venuti a mangiare alle mie spalle, scavando sotto i rami degli alberi. E urtando col grugno di corno e le zanne rivolte all’insù i tronchi per far cadere le bacche, il cibo che la neve non aveva sepolto. M’avevano visto seduto più in basso. Non se ne erano andati. Li sentivo: stavano là, ancora là. Non avevo voglia d’andarli a cercare apposta... un poco avevo paura, era meglio così.
Il cammino per tornare al posto dove lascio l’automobile è lungo. Ma attorno alle tracce che avevo lasciato salendo, in più punti, orme nuove di quegli animali. Come se fossero venuti a curiosare io chi fossi.
Oggi sono tornato ancora nel bosco e studiando meglio quel libro, la neve, ho avuto conferma di tutto. Ma mentre me n’uscivo, ché la sera era calata oramai, si sono fatti scoprire!
Un gruppo di loro mi seguivano o mi spiavano e quando si sono accorti che anch’io m’ero accorto di loro si sono messi a scappare.
- Perbacco! Come son grossi i cinghiali del bosco!
Avevo ancora molta strada da fare. Sono uscito cantando per non farli avvicinare. Cantavo una vecchia canzone napoletana del 1904 che Edoardo cantava nella sua commedia Gennariniello.

E chi s’’e’ po’ scurda’
St’ uocchie c’arraggiunate (occhi che ragionate)
senza ‘e parla’
senza ‘e parla’
A me guardate sì
e stateve ‘nu poco
cumme dich’i’
cumme dich’i’
cumme vogl’i’.

IL RITORNO

Il cielo era un mare di nuvole nere:
Alla cima, alla rocca, ove sono solito stare a pensare e a leggere versi, i paesi, stranamente, apparivano nitidi, nonostante le nuvole nere. E ugualmente le strade, le montagne ed i colli, dalla lontananza, facevan mostra elegante di sé, limpidi e netti, in uno sfondo colore del grigio. Grigio chiaro, venato, lungo una faglia dei veli del cielo, d’oro, caduto in quella linea per caso da uno sprazzo soltanto del sole. Povero sole!... che andava a morirsene solo soletto dietro il sipario di nubi pesanti, nemico dei desideri del pubblico ansioso.
Ho visto, tutto d’un tratto!, il dimenarsi dei rami e ho udito, improvviso!, il lamento crescente degli alberi tormentati dal vento impetuoso e quel brontolìo inquietante m’è giunto nel cuore molto prima del vento. Il suono e la luce son più veloci dei soffi che cadon dal cielo. Un timore s’è avvinto all’anima mia, come quando penso di perder l’amore che ho dentro, ma è durato soltanto un momento... il tempo che arrivassero insieme, signore, il turbine, e sua dama, la pioggia. Ho continuato a guardare i paesi lontani e il chiarore del grigio. Avrei voluto raccontare a qualcuno, a chicchessia, di quello stupendo spettacolo. Inutilmente. La linea dell’oro era intanto svanita.
Poi, di nuovo, mi son messo in cammino.
Sono passato in un posto dove dormono, in molti, gli alberi abbattuti dalla neve e dai fulmini.
Per camminare, per andare avanti, sono macabri ponti i tronchi delle cime cadute, spezzati dal gelido peso o squarciati dal lampo di fuoco e rimasti ancora attaccati, con la scorza, all’inutile ceppo della povera pianta. Un posto un po’ tetro.

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Molise all’imbrunire

Oramai era sera e rischiavo di perdermi. Davo più rapido il passo tra gli sterpi e le foglie, quando, da più in là di un groviglio di fratte, m’ha raggiunto un grugnito! Un cinghiale! Cristo! Non ero solo e quel tipo grugniva a me! Verso di me. C’eravamo incontrati io e loro altre volte, però mai li avevo uditi parlare. Non avevo mai sentito la loro voce. Gli ho risposto :
- Zerrè! Zerrè! – come a rassicurarlo
Ma avevo paura che fosse una mamma o un padre a difesa dei figli.
Ho percorso un sentiero, una volta dolcissimo, violentato dai carri invadenti di taglialegna, sporcaccioni e selvaggi, divenuto un fiume di fango. C’è voluta fatica coi piedi affondati nella melma... e la sera scendeva e il fiume di fango scendeva e gli scarponi scendevano a stento in equilibrio in quella viscida, travagliata discesa. Il fiume obbrobrioso, termina in basso: uno stagno di poltiglia e di carri.

Sono giunto, alla fine, salendo dal fondo di valle, alla cresta del versante di fronte. All’ultima svolta, alla curva in salita dietro la quale non avrei visto più la boscaglia e le anime che alloggiano in essa non avrebbero più annusato la mia ombra nell’aria e udito i miei passi, ecco lì, proprio allora, in quel preciso momento, giungermi di nuovo un grugnito. Il cinghiale lontano, ché era ormai più in là e al di là del vallone, m’ha mandato un altro saluto.
Poi ancora fango, sudore e più tardi, buio pesto, il ritorno e la voce del bosco:

L’amore rimane
non muore.
Lui è più forte di noi
derelitti della terra
e delle nuvole vili.

Racconto e foto © Flavio Brunetti
Pubblicato per la prima volta il 13/12/2012

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