Altritaliani
L’implacabile marina israeliana blocca anche la nave dei giocattoli per i bambini palestinesi.

La bella Estelle e i pirati.

domenica 21 ottobre 2012 di Marina Mancini

Partito da Napoli il veliero Estelle, carico di palloni, matite e libri per aiutare i bambini palestinesi a sorridere contro l’embargo imposto dagli israeliani. La nave è stata sequestrata dalla marina israeliana con un arrembaggio piratesco. Nell’equipaggio internazionale, costretto a dirottare, anche un ebreo italiano: “Ci sono per difendere i palestinesi. Chi ha subito la Shoa non puo’ maltrattare altri popoli”.

Ancora una volta una nave è stata bloccata in acque internazionali, a un passo dalla meta, ad un tiro di schioppo dalla realizzazione di un abbraccio.
La bella Estelle, come le sue due sorelle in anni precedenti, non c’è l’ha fatta a rompere l’embargo, a infrangere il muro della paura, della rabbia, del silenzio.

Il veliero finlandese partito il 6 ottobre da Napoli è stato fermato sabato 20 ottobre in acque internazionali, da una tenace, forte, grande e grossa marina israeliana, con armi e maschere, pronti a dare battaglia, evidentemente.

Nessun stupore, infondo, chi li ha visti partire dalla Svezia, da La Spezia, da Napoli, univa alla gioia della festa per quell’incontro colorato e commosso, il dolore di un finale già scritto, già dato per certo.
Questa speranza non aveva futuro già alla sua nascita. E allora perché?

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Il veliero Estelle alla fonda a Napoli

Quale lo scopo di questo viaggio con il destino corto e con una meta più agognata dal cuore e dalla caparbietà che palpabile con gli occhi e con gli altri sensi, se non quello della prigione, in un paese che tanto bene non vuole a questi moderni avventurieri della speranza?
Me lo chiedo, come cerco le ragioni della storia e del dramma che incornicia e da’ sfondo a questa peripezia finita in prigione, in un abbordaggio, di piratesca memoria, e di una nave condotta in un porto ostile, altro che il luogo sperato, atteso e desiderato.
Me lo chiedo e qualche risposta la leggo negli occhi, e nelle parole di un altroitaliano di origine ebraica Marco Ramazzotti Stockel, un marinaio antropologo nella pancia di questo veliero bellissimo.

Marinaio di ventura, per scelta e non credo per vocazione, che ostenta la sua origine ebraica come un diadema e, da ebreo innamorato delle sue origini, racconta che lo scopo finale è accendere le luci, troppo offuscate se non addirittura spente, sulla tragedia di due popoli.

Lui dice in un intervista rilasciata a Napoli prima di salpare: "Scrivetelo (il cognome), per favore, così capiscono che sono ebreo, e che se lotto contro l’occupazione, è proprio per gli ebrei, è a loro che fa male, oltre che ai palestinesi, l’occupazione". E aggiunge: "Io sono cresciuto in un paese musulmano, sono vissuto in 12 paesi musulmani, il mondo musulmano è un mondo che mi è profondamente congeniale, gli arabi sono miei fratelli. Non è possibile immaginare che un ebreo possa pensare che la propria salvezza, dalla shoah ai progrom, venga dal maltrattare altre popolazioni. I palestinesi sono dei maltrattati."

Ecco, che altro aggiungere? E’una storia vecchia come le calende greche, il dramma di questo maltrattamento si srotola impunito e inascoltato da chi si riempie la bocca di parole di libertà e fratellanza per poi addormentarsi, soddisfatto e satollo, alla mensa del dittatore o dello stato violento, complice osceno di manovre feroci di potere e supremo possesso.

Porci nel carnaio da macello da loro creato, che si scambiano effusioni, pacche sulle spalle e premi Nobel, congratulandosi vicendevolmente dei buoni affari fatti, sulla schiena della plebe. I pochi che hanno orecchi e occhi per sentire ed ascoltare, sono in genere, i decenti, esseri umani tra gli esseri umani che si offendono personalmente delle prepotenze e sopraffazioni subite da altri, quelli che sulle carte geografiche del potere, contano poco, come il due di picche quando regna bastoni, ma affrontano le montagne spostando, attraverso meravigliose imprese, granelli di sabbia.

Questi marinai della buon ora si sono ritrovati per portare voce e sole su un popolo che subisce l’onta e il dramma di un embargo dichiarato, da chi lo ha imposto, come necessario e legittimo. Embargo… brutta parola già dalla fonetica, dura e spiacevole. Nel mio semplice vocabolario di buon tempona l’ho tradotta come: togliere il respiro e ossigeno a chi già è privo di respiratori e aria. E siccome non parliamo di aghi di pino ma di bambini, donne e uomini, questa parola ritorna ancora più insopportabile e indigesta.

Tutti gli embarghi nascono per ritorsione a governi non simpatici, non allineati, non amici, ma di fatto, castrano, condannano e soffocano le speranze alle popolazioni, oppure se vogliamo essere pignoli e avere chiara l’immagine della tragedia, toglie alla gente, a me, a te, a mia figlia, ai tuoi figli, cibo, acqua, medicine, istruzione o riassumendo, il sacrosanto diritto di vivere. I soliti noti che ci rimettono le penne, i desideri e la salvezza, sicuramente quella terrena, accogliendo e accarezzando la speranza di trovare, per chi ci crede, almeno, quella celeste.

E mentre accettiamo che nostri fratelli di nascita, di carne e respiro trascinino la santa croce del dolore ai quattro angoli disperati del mondo, noi ciechi rimaniamo indolenti e ci lamentiamo del tempo e delle suocere moleste.

C’è una strana percezione che ci toglie, di fatto, la misura della tragedia per rivoltarla in: “che vuoi che sia?” La mala misura delle cose e degli eventi che ci fa gridare per l’unghia spezzata e ci impedisce di provare sofferenza per la vita stroncata (se è troppo lontana per sentirne l’odore e ascoltarne il rumore), chi ci ha ridotti così?

Profeta, o straordinario visionario, Jose Saramago che sapeva e avvertiva che, contro la “cecità” e l’accettazione prona e felice al potere che ci consuma e divora, ci può salvare solo un gesto d’amore, anzi, l’immagine di una donna, non contagiata e costretta nel limbo catatonico, che salva con un gesto d’amore.

In queste ore in cui la politica fallita e violenta mostra, di nuovo, la forza delle armi come denti di pescecane, la sola che d’altronde possiede, non certo quella dell’interesse che da proprio si rivolge all’altro o della saggezza, contro la naturale generosità umana che dona la vita per la vita, mi viene in mente una poesia, che è un monito tremendo, da parte di chi la brutalità lucida l’aveva impressa nella pelle e tra le righe dell’anima:

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

Stasera racconterò a mia figlia la storia di una bellissima nave con a bordo uomini e donne straordinari, coraggiosi e belli come era il suo papà, che trasportavano 500 palloni napoletani, matite, colori, libri e quaderni per bellissimi bambini come lei, come lei felici, piccoli e vitali. Occhi furbi tratteggiati su visetti fiduciosi, curiosi e spalancati gioiosamente alla vita. Finalmente, dopo tanto vagare, in un giorno profumato di cedro, di sole e di vento, il veliero entra nel porto di Gaza accolto dall’abbraccio festoso degli adulti e dal sorriso e dalle risate allegre dei bimbi, piccoli, felici e vitali….

Mentre io sogno e il sogno mi trascina e mi addolora, non dimentichiamoci degli odierni prigionieri che ci chiedono di non lasciarli soli e di non spegnere le luci sui loro volti, sui loro nomi e sul loro coraggio.
“Restiamo Umani”

Marina Mancini


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