Altritaliani

La Messa è finita davvero?

sabato 2 giugno 2012 di Armando Lostaglio

“La messa è finita” … Ma noi non andiamo in pace.
E’ l’incipit di una (nostra) riflessione sul film di Nanni Moretti “Habemus Papam”, della stagione scorsa. Partendo dal finale che l’acuto regista propone non senza il gusto di provocare, quel film, con slancio verosimile, ci conduce ad una pacata ponderazione. Moretti aveva letto, con un certo anticipo, l’amarezza e il disorientamento di chi è “prescelto” alla guida di milioni di fedeli, di quanti, malgrado tutto, credono in un dogma e nella funzione propria della Chiesa.

“Habemus Papam” non lascia scampo a irrisione o a false interpretazioni estetiche. E’ un film duro, forse il più arguto (e politico) rispetto ai precedenti di Moretti, ma di certo è sincero nella consapevole ricerca di una “disfatta” che appare chiara, ma che forse nascondiamo per pudore, per una vereconda speranza che ci sia ancora molto da salvare.

Eppure le notizie che giungono dall’altra sponda del Tevere non lasciano molte prospettive: sembra un covo di faccendieri più che di salvatori di anime, di dissipatori di beni storici piuttosto che di pastori di greggi verso la salvezza. Notizie da Spy-stories, da best-sellers di Don Brown, o ancora intrecci come nel film “Il Padrino parte III” di Coppola, pieno di ambiguità e connivenze, dal cardinale Lamberti (era un magnifico Raf Vallone) all’arcivescovo Gilday, alla vigilia della prematura morte di Giovanni Paolo I. Storie già viste oppure da credenti era meglio non sopportarne il peso? Sconcerto e disappunto, mentre incombe con precisione mediatica la campagna per l’8 per mille con l’efficace slogan “Chiedilo a loro”. E mentre migliaia di credenti rischiano la vita in aree disagiate, dalle periferie urbane al Terzo mondo.Sembra che alla banche interessi soltanto “far cassa” su tutto quel ben di Dio che arriverà (un miliardo e 118 milioni di euro nel 2011, dati della Cei), mentre solo il 7% andrà al Terzo Mondo (85 milioni).

Ma le cifre, al di là della loro freddezza, della loro magniloquenza, riconducono ad una idea di Chiesa che pur abbisogna di gestione economica di beni e di servizi, ma soprattutto ci offriranno la misura di quanto strida la fede con la (eccessiva) riduzione allo stato laico e talvolta profano delle risorse e di chi le amministra. Occorrerà stare sempre dalla parte dei bisognosi. Dalla parte di chi ha dato la vita in questi decenni scorsi, non osando scomodare i martiri di ogni epoca.

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Don Luigi Ciotti

Martiri contemporanei, dal polacco don Jerzy Popieluszko, al gesuita salvadoregno padre Rutilio Grande, ucciso tre anni prima del suo arcivescovo, monsignor Oscar Romero, sacrificato (nell’80) mentre celebrava la messa ai suoi poveri campesinos. Martiri nella difesa dei più poveri, degli sfruttati, come il sindacalista brasiliano Chico Mendes; e tutt’oggi portatori di pace come la guatemalteca Rigoberta Menchù (Premio Nobel nel 1992). Sui versi di padre Davide Maria Turoldo, e del poeta Clemente Rebora, occorre unire le forze verso un progetto comune di speranza e di giustizia: lo fa don Luigi Ciotti, lo fa l’estroverso don Andrea Gallo, lo fanno i martiri come don Diana nei luoghi di Gomorra. Che la messa non finisca, presi in quell’ansia di ricerca che pone l’interrogativo dello scrittore Gesualdo Bufalino: ”Se Dio esiste, ma chi è?; se Dio non esiste, noi chi siamo?”.

Armando Lostaglio


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