Altritaliani
Con questo dialogo si conclude il mensile dedicato a Giovanni Pascoli.

Conversando su Pascoli.

giovedì 5 aprile 2012 di Giovanni Capecchi, Nicola Guarino

Si conclude il "Mensile" dedicato da Altritaliani a Giovanni Pascoli nel centenario della sua morte con una cordiale e informale conversazione sul poeta e scrittore tra Giovanni Capecchi dell’Università per Stranieri di Perugia e Nicola Guarino del nostro sito. Una conversazione che richiama e sviluppa alcuni degli argomenti trattati in questo dossier approfondito.

Nicola Guarino: Quando penso a Pascoli, la prima cosa che mi viene in mente, sono gli studi al liceo. Quando Giovanni Pascoli, si studiava in un quasi trio con Carducci e D’Annunzio. Erano anni d’impegno politico e, un eccesso d’ideologismo e una certa ingenuità, portava a voler etichettare tutto nelle categorie di destra e sinistra. Io che ero a sinistra, manifestavo una certa antipatia per il vate Carducci, ritenuto troppo retorico, una sorta di padre della patria, non ne parliamo dell’altro vate D’Annunzio, amatissimo dagli studenti di destra quanto detestato da quelli di sinistra. Eppure Pascoli, l’avvertivo come un intimista, almeno per le sue poesie più celebri, in tempi in cui il privato doveva essere pubblico e pur essendo visto con qualche sospetto, era senz’altro il mio poeta preferito tra i tre. Anche ai tuoi tempi era così? Che approccio avevate verso questi tre celebri poeti che attraversavano due secoli?

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Giovanni Capecchi

Giovanni Capecchi: Quando ho fatto il Liceo, l’astro Carducci era decisamente in declino (anche se oggi penso che sia un errore averlo quasi escluso dalla scuola, per le sue poesie meno retoriche e decisamente rivolte al ’900, ma anche per la sue prose), D’Annunzio manteneva intatta la sua antipatia (soprattutto per ragioni ideologiche, perché eravamo disponibili a riconoscergli la grande capacità nel maneggiare le parole e ci incantava la musicalità delle liriche di "Alcyone") e Pascoli attraversava un buon momento: erano gli anni in cui i professori più attenti recepivano e conoscevano le innovative indagini di Giuseppe Nava sul laboratorio di "Myricae" (la sua edizione critica è del 1974) ed erano freschi della lettura delle "Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli" di Cesare Garboli, straordinario volume che nel 1985 ha impresso una svolta nella critica pascoliana. Non ricordo quali erano le reazioni degli altri compagni di classe: ma anche la mia attenzione si rivolse principalmente a Pascoli.

N.G.: Hai ragione su Carducci e fai bene a ricordare il libro di Garboli, perché credo che un certo successo di Pascoli, specie per le nostre generazioni sia stato dovuto proprio a quelle poesie famigliari. Cerco una risposta sul gradimento per l’autore che vada aldilà di un nostro primo, probabilmente ideologico, motivo. Credo che diversamente dall’alto D’Annunzio, alto per l’estrema ricercatezza del suo poetare e per i temi spesso fuori da un sentire comune delle cose, anche se non gli mancarono esempi, non a caso da antologia, di poesie più intimiste, come per i suoi pastori d’Abruzzo, in Pascoli le inquietudini famigliari, riassunte come nello studio di Garboli, che hai ricordato, erano molto più vicine alle inquietudini che da sempre attraversano le famiglie e le generazioni. Io credo che nella sua intimità, in questo suo ruotare perenne intorno alla famiglia, a partire dal delitto del padre a seguire, ci sia incredibilmente molto di universale e le capacità proiettive ed introspettive che suscitano sovente i suoi versi, vanno molto di più nel profondo di tanti lettori, di quanto possa la tenebrosa, sensuale ma anche un po’ algidamente estetica Ermione.
Non so se sei d’accordo, ma in Pascoli, anche dalle sue più lette e note poesie si coglie un’inquietudine prima familiare e poi personale che spesso, malcelata, è in molti di noi.

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Pascoli e la sorella Mariu

G.C.: Penso che il mio interesse per Pascoli sia dovuto proprio ai motivi che dici. Spesso mi capita di chiedermi perché studio un autore o un altro e quindi, vista la mia frequentazione dell’opera di Pascoli, sia pure con lunghi intervalli di distacco, mi sono chiesto e mi chiedo quale sia il motivo che mi fa sentire questo poeta vissuto a cavallo tra l’800 e il ’900 così vicino. Pascoli riesce a raccontare lo smarrimento, il turbamento, le incertezze che accompagnano la vita di ciascuno di noi. C’è una ferita, alla base della sua poesia: ed è una ferita personale, autobiografica, ma che riguarda una dimensione - quella familiare, appunto - che per moltissime persone è legata non solo a momenti positivi ma anche a divisioni, distacchi, lacerazioni. Inoltre Pascoli, come dici tu, fa di questa ferita personale una ferita universale, che accompagna le esistenze degli uomini contemporanei.
In una poesia dei "Canti di Castelvecchio", intitolata "Il croco" (una poesia spesso trascurata, ma che io amo molto), Pascoli parla di sé come di un fiore, il "pallido croco", strappato alla propria zolla di terra (e quindi "leso" ed "esule"), che però, messo in un vaso d’acqua, si illude di essere tornato a vivere nella terra non appena un raggio di sole lo illumina. E dimentica, anche se per poco, la sua vera realtà di sradicamento: "tu pallido, e fiso / nel raggio che accora, / nel raggio che piace,/ dimentichi ch’ora / sei esule, lacero, / ucciso: // tu apri il tuo cuore, / ch’è chiuso, che duole, / ch’è rotto, che muore, / nel sole!".

N.G.: Queste tue parole e i versi che ricordi, mi fanno venire in mente due cose: La prima è che curiosamente, come Pascoli, anche noi siamo persone che si sono trovate a vivere in due secoli (addirittura due millenni) diversi. La seconda è che come allora, nella Italia giovane di quegli anni si poneva il tema del distacco non solo familiare ma anche dalle proprie terre, regioni. Come oggi, spesso i passaggi di secolo sono passaggi epocali e quindi di crisi, impongono a molti la necessità, spesso economica di distaccarsi, di andare via dalla propria città, come è capitato a me e come capita a tanti italiani, pensiamo ai giovani. Certo oggi la globalizzazione rende ad assottigliare i confini, paradossalmente per Pascoli il cambio già di regione era vissuto in modo devastante. Nel tuo libro: "Voci dal nido infranto”, ricordi come Pascoli assegnato all’insegnamento in Sicilia, viva quasi come una punizione, quell’incarico. In un’altro momento del libro ricordi, raccontando di una sua lezione su Dante e la “Commedia”, a proposito di Ulisse, che Pascoli "rimprovera" l’eroe omerico di ricercare una vita sempre attiva quando giunti alla vecchiaia occorrerebbe, mi sembra di aver capito, rinunciare all’attivismo a vantaggio della contemplazione. Ecco, aldilà delle sofferenze familiari che condizionavano la carriera e i viaggi di Pascoli, a tuo avviso quale era il suo rapporto da uomo "leso ed esule" con la contemplazione e l’attivismo? Mi chiedo cosa va aggiunto al rapporto tra il poeta e questi due momenti che direi sono di ricerca e sperimentazione.

G.C.: In Pascoli "vita attiva" e "vita contemplativa" rappresentano due aspetti di grande rilievo. Pascoli esegeta di Dante legge la “Commedia” come un viaggio dalla vita attiva alla vita contemplativa e ritiene che la perfezione nella prima possa preparare alla seconda, ma considera comunque la contemplazione la strada maestra per elevarsi, distaccarsi dal mondo, approssimarsi al divino. Per alcune fasi della vita di Pascoli, verrebbe da dire che l’attivismo prevale sulla contemplazione o viceversa. Ad esempio non c’è dubbio che la proiezione all’esterno prevalga nel Pascoli studente universitario a Bologna, impegnato politicamente nel movimento socialista e internazionalista. Eppure, a ben vedere, una divisione netta tra periodi di attivismo e fasi contemplative non può essere fatta.
Dopo il matrimonio della sorella Ida, celebrato il 30 settembre 1895, anche per medicare la ferita del distacco, Pascoli lavora moltissimo (tra studi danteschi, edizione del 1897 di "Myricae", "Poemetti"...) e, contemporaneamente, non esita ad intervenire in polemiche pubbliche, soprattutto di carattere letterario. Negli anni di Messina, a cavallo del secolo, tiene numerosi discorsi politici e spiega cosa sia, per lui, il "socialismo patriottico"; ma in questa stessa stagione è concentrato sullo studio della "Divina Commedia" e lavora ai "Canti di Castelvecchio".
A Bologna, quando dal 1906 succede a Carducci sulla cattedra di letteratura italiana, sente quasi il dovere di sostituire il maestro anche nella funzione civile che ha avuto, soprattutto intorno alle celebrazioni del cinquantesimo anniversario della spedizione di Garibaldi in Sicilia e dell’unificazione nazionale; eppure, di fronte al poeta "ufficiale", si colloca l’autore del "Diario autunnale" (1907) che riflette sulla morte o il poeta che - proprio mentre con una mano compone i "Poemi del Risorgimento" - parla, in alcuni versi delle "Canzoni di re Enzio" (scritti, verrebbe da dire, con l’altra mano, o con l’altra parte di sé, quella probabilmente più autentica) della vanità di tutto, anche della storia.

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Pascoli nel suo studio di Bologna

N.G.: Vita contemplativa e vita attiva mi appaiono una costante anche della sua lirica, dove non mancano esempi di una poesia che assurge a dinamiche narrative a loro modo epiche ed avventurose, penso, ad esempio, alla molto celebrata "Cavallina", l’impeto della cavalla che conduce il corpo esanime del padre del poeta, il nitrito, la stessa descrizione e l’accostamento nido/casa uomo/uccello. In altri casi, è forse più di frequente la contemplazione e l’evocazione suscitata dalla natura e dai suoi elementi a cui si richiama spesso. Due aspetti che mi sembrano siano stati utili a celare la sua fatica di vivere, di sostenere ruoli difficili e forse non dovuti ma tuttavia cercati ed odiati. Una frattura che delinea il non facile rapporto tra questo attivismo e poi questo bisogno quasi ascetico di contemplare.
In Pascoli mi sembra ricorra molto questo senso del dovere e di dimostrare agli altri, che arrivano a prevalere sulla sua stessa persona, con effetti a volte devastanti. Il poeta era un bevitore formidabile e questo vizio lo porterà ad una morte forse prematura per una cirrosi epatica. Del resto, lo ricordi tu stesso, quando sostituendo Carducci, va quasi ad impersonarne il ruolo, acquisendo quelle note retoriche e patriottiche, che hanno contribuito a rendere personalissima la sua stessa visione contraddittoria della politica e del socialismo, qualcosa, infondo, che sembra ereditata anche dal percorso politico che fu del padre. Tuttavia questa sua contraddittorietà, credo abbiano contribuito anche a fare di Pascoli uno sperimentatore della poesia. Se non ricordo male, ma correggimi se sbaglio, questi versi, che so esserti cari, sono precedenti al XX secolo.

« Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco di un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù... »

Ebbene, questo uso di onomatopee e di fonemi, credo sia stato, all’epoca, una novità e credo che qualcuno abbia anche arricciato il naso, leggendo questi suoni riprodotti; e tuttavia, questi suoni della natura, queste onomatopee, saranno da lì a poco riprese in altri ambiti poetici, penso ai futuristi che riproducono i suoni della "nuova" natura, fatta di aereoplani, cannoni ed altro. Questo modo di poetare sarà più volte riproposto nel Novecento fino, se non mi sbaglio, alla poesia ecologica di Sanguineti. Io confesso che sul piano della suggestione poetica ho qualche difficoltà ad apprezzarne la validità.
Mi spiego, credo che la sintesi espressa direttamente dal suono, superi, ma non in meglio, la capacità evocativa che può avere un linguaggio per così dire più semplicemente lirico. Insomma mi sembra una semplificazione eccessiva, ma naturalmente i gusti sono gusti. Tu apprezzi l’onomatopea in poesia?

G.C.: Sicuramente l’importanza della poesia pascoliana è legata anche alle innovazioni linguistiche e formali.
I versi dell’"Assiuolo" che citi sono del 1897 ed entrano, in quello stesso anno, nella quarta edizione di "Myricae". Sono versi esemplari per comprendere il simbolismo pascoliano, il senso del mistero e l’inquietudine che domina la sua poesia. Ma certo sono significativi anche dal punto di vista linguistico. Pascoli ricorre spesso a quello che Gianfranco Contini chiamava il "linguaggio pregrammaticale", fatto di suoni, di versi, che non appartengono - appunto - alla grammatica: il "don don" delle campane, il "gre gre" delle rane, il "chiù" dell’assiuolo... Gioca con questo linguaggio, lo utilizza con finalità fonosimboliche, lo adopera anche per interrompere lo scorrere armonioso della poesia che, con lui, diventa singhiozzante, con frequenti fratture e sospensioni (basterebbe pensare ai puntini che Pascoli utilizza spesso, come per lasciare intravedere il non detto e il non dicibile, o alle parentesi che inserisce per rimandare la conclusione del discorso, come al termine di "Digitale purpurea" o, anche, alla fine dell’ "Assiuolo").

E’ interessante ricordare che anche il giovane Pascoli cercava di lavorare sul linguaggio pregrammaticale: per esempio in "Alba dolorosa", collocabile intorno al 1882, riportava il verso dell’usignolo: "E l’usignolo di tra’ pioppi snelli / - Tiò tiò - trilla agli estremi albori". Talvolta, addirtittura, il linguaggio grammaticale si grammaticalizza e viceversa, basti pensare al "Fringuello cieco", uno dei "Canti di Castelvecchio", con il suono dell’uccello ("finch") che diventa "finchè" a ad "Anch’io" che, al contrario, si trasforma in "chio chio chio".

Con il linguaggio pregrammaticale e, più in generale, con quello onomatopeico (che, è vero, dava fastidio a molti: pensiamo che Benedetto Croce prendeva in giro Pascoli che "si è messo a fare il verso alle galline") Pascoli innova fortemente le forme espressive della poesia. Ma la stessa operazione la fa anche mescolando linguaggio "alto" e linguaggio "basso", per cui i latinismi o parole letterarie possono stare accanto a voci dialettali. E poi scrive un poemetto come "Italy", del 1904, che appare veramente importante da questo punto di vista (oltre che dal punto di vista tematico, occupandosi dell’emigrazione): qui utilizza anche l’inglese e, insieme, l’inglese storpiato dagli emigrati lucchesi. Gli emigranti sono come le rondini e alle orecchie della vecchia nonna, che non ha mai lasciato il suo nido garfagnino, la parola "sweet" pronunciata dalla nipotina Molly, nata oltremare, suona come la voce delle rondini (anche loro migranti) proprio come "nieva" ("nevica", secondo il dialetto di Castelvecchio) sembra alla piccola Molly "never", accompagnato dal senso di morte che, anche in questo caso, affiora dai versi pascoliani.

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Nicola Guarino

N.G.: Tutto questo che dici è assolutamente affascinante, e rende ben visibile, il valore e il contributo della poesia, in questo caso pascoliana, nella stessa evoluzione del linguaggio italiano. Tra l’altro nella parte finale ben evidenzi come l’evoluzione linguistica sia semplice e complessa al contempo, legando idiomi stranieri e/o dialettali, con il puro suono che si fa parola. Questo linguaggio pregrammaticale diviene anche postgrammaticale, pensa all’uso di espressioni avvolte anche abbastanza grossolane del linguaggio pubblicitario che alla fine diventano parte di un linguaggio comune, che nella sua plasticità finisce, nel bene e nel male sotto il profilo estetico e concettuale, per sintetizzare pensieri spesso ben più difficili e complessi da esprimersi. Ma tutto questo è prosa anzi direi è prosaico. Tuttavia questa capacità innovativa avviata da Pascoli mi fa chiedere quanto sia attuale il poeta di Castevecchio, oggi che siamo al centenario della sua morte.

Riflettevo tempo fa, su una curiosa coincidenza storica, che non so se ritrovi anche tu. Quando muore Pascoli, il mondo sta cambiando, le grandi potenze già si preparano ad un conflitto mondiale, che sarà scatenato da lì a poco e con il pretesto dell’uccisione a Saraievo dell’arciduca d’Austria, episodio grave ma che avrebbe potuto avere ben altra soluzione politica. E invece, siamo al vero avvio del secolo breve che vedrà succedere l’avvento in Italia e in Germania di due dittature, una crisi economica mostruosa nel 1929, avvenimenti che trascineranno il mondo in un nuovo rovinoso conflitto mondiale. A cento anni abbiamo di nuovo una crisi economica devastante, l’Europa è nuovamente il teatro dell’instabilità mondiale, e ci sono studiosi considerati attendibili che parlano addirittura d’inevitabilità (facciamo gli scongiuri) di un nuovo conflitto mondiale.

Ecco, Caro Giovanni, nell’andare a concludere questo nostro incontro che mi ha reso veramente felice, vorrei esprimerti l’impressione che nel nostro paese andrebbe riconsiderato il Pascoli politico, ricordo spesso bistrattato, non solo dal rigore oserei dire religioso dei critici marxiani, ma finanche dal sorriso compassionevole dei più revisionisti tra i marxisti. Egualmente non furono benevoli quelli del versante liberale. La realtà è che il percorso politico del poeta ha scontato la contraddittorietà del suo percorso esistenziale, passando da visioni anarchiche e poi socialiste, per concludersi in visioni apparentemente confuse e contraddittorie che oggi sintetizzeremmo come nazionaliste e populiste. E, tuttavia, se guardiamo oggi alla sinistra italiana e non solo, ci accorgiamo che il marxismo è sostanzialmente morto, incapace nel suo rigorismo religioso di adattarsi alle contraddizioni umane e quindi sociali, e al verificarsi di eventi economici nuovi ed imprevisti, il pensiero liberale viceversa è arenato in un liberismo che ha generato in gran parte l’attuale crisi mondiale, e alla fine di quello che definirei capitalismo classico. Ne consegue che i politici di oggi, parlo per quelli di sinistra, più pertinenti al poeta, alle loro manifestazioni cantano l’inno di Mameli, sventolano, l’una volta odiatissimo, drappo tricolore, e nell’abbandonare simboli e nel riscoprirne altri, scoprono forme di socialismo umanitario, dove confluiscono insieme l’idea di giustizia sociale con un senso di carità laica, parole come patria, solidarietà sono oggi (e non ieri) parte del registro linguistico degli eredi del PCI, ovvero i democratici, ma finanche patrimonio degli eredi dell’estrema sinistra.
Ma questo è Pascoli! Un misto di patriottismo e socialismo, di rivoluzione e carità. E allora.....?

G.C.: Ho qualche difficoltà a collegare le riflessioni politiche pascoliane di un secolo fa alla situazione di oggi. Certamente Pascoli ha effettuato un percorso politico molto chiaro, anche grazie agli studi più recenti.
Da giovane, negli anni universitari, è stato un socialista internazionalista convinto e militante, sorvegliato dalla polizia, incarcerato - anche se per poco tempo - a causa dei suoi ideali. Poi, nel tempo, il suo socialismo ha cambiato forma, è divenuto, come diceva lui, "patriottico". Pascoli resta socialista perché auspica il raggiungimento della giustizia sociale ed è contrario alla concentrazione della ricchezza in poche mani; d’altra parte sostiene a più riprese la sua contrarietà rispetto alla lotta di classe (parlava del "gelido credo di Marx") e difende la piccola proprietà (una difesa che trova anche espressione poetica nei "Poemetti" del 1897). Il suo nazionalismo (che è anche di origine massonica: Pascoli entra nella loggia "Rizzoli" di Bologna nel 1882, anche se resterà "in sonno" per tutta la vita) cresce in occasione del 50° anniversario dell’Italia unita e in concomitanza con l’impresa coloniale in Libia.

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Casa Pascoli

Il Pascoli "politico" assume posizioni che sono, al tempo stesso, ’figlie’ dei tempi (e che si inseriscono quindi all’interno di un dibattito assai vivace nell’Italia di allora) e personalissime. Il cantore della patria e del colonialismo non è solo l’intellettuale che - come molti suoi colleghi - si avvia sulla strada che porterà anche, di lì a poco, al fascismo, ma è anche il poeta che auspica per la patria la stessa armonia e unità che desidera per la famiglia (per questo è ferocemente avverso alla lotta di classe, che crea conflitti nello stesso "nido-patria") e che vive come un fatto traumatico l’uscita dai confini del proprio paese degli emigranti (proprio come ha vissuto in maniera traumatica l’uscita dalla dimensione domestica di Ida, la frattura dell’unità familiare).
Colonizzare nuovi territori significa, per lui, allargare i confini della madre-patria (non è un caso che nel suo discorso colonialista, "La grande proletaria si è mossa", adoperi appunto il termine "madre" per l’Italia e definisca "figli" gli italiani) e permettere a coloro che abitano nella penisola di non dover abbandonare il suolo patrio per trovare lavoro. Ripeto: c’è, dietro questo Pascoli politico, un dibattito allora in corso; ma c’è anche la propria sensibilità poetica, che lo porta ad estendere i confini del "nido", da una dimensione domestica (la casa, la siepe...) ad una dimensione nazionale (la patria come "nido"). Pascoli, si potrbbe dire per concludere, contamina con la propria sensibilità tutto cio’ che tocca: la "Commedia" di Dante - che studia per molti anni e sulla quale scrive duemila pagine di esegesi - diventa, alla fine, la "Commedia" di Giovanni Pascoli; e alla "pascolizzazione" non sfugge neppure il suo socialismo.

Giovanni Capecchi
Professore di Letteratura italiana
Università per Stranieri di Perugia

Nicola Guarino
di Altritaliani


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