Il linguaggio di Pascoli: dal fanciullino alla poesia del mistero

La fine dell’800 e l’inizio del ‘900 segnano una svolta nella poesia italiana, che porta uno sguardo nuovo sul mondo e sul linguaggio. Gabriele d’Annunzio e Giovanni Pascoli sono i capifila di questa rivoluzione poetica di cui ritroviamo l’impronta nella poesia successiva, da Ungaretti a Montale. Fra le grandi innovazioni della poesia pascoliana, l’uso del linguaggio occupa un posto del tutto eccezionale ed è stato oggetto dell’attenzione degli studiosi, da Gianfranco Contini a Giorgio Barberi Squarotti.

Data l’importanza di quest’aspetto della poesia pascoliana, ci proponiamo, in occasione del centesimo anniversario della morte del poeta, di tornare sull’argomento, e di ricordare come Pascoli riesca a sfruttare tutte le caratteristiche del linguaggio per dargli una potenza nuova. Ci interrogheremo anche sulla ricezione di questa poesia dal linguaggio inconsueto.

Desiderio da settignano, fanciullino che ride

Per studiare l’importanza del linguaggio nella poesia pascoliana, possiamo forse partire da ciò che scrive lo stesso poeta quando espone la sua concezione della poesia nel Fanciullino: secondo Pascoli, in ogni uomo si nasconde una parte fanciulla. Il poeta si distingue per la sua capacità ad ascoltare la voce di quel fanciullino nascosto e a dialogare con lui. Il fanciullino ha la capacità adamica di dare un nome a tutto quello che lo circonda («egli è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente»), cioè di creare il linguaggio, di descrivere precisamente l’universo sensibile. Grazie alla sua ingenuità primitiva, il fanciullino guarda eternamente il mondo come se lo scoprisse per la prima volta, il che gli permette di meravigliarsi di fronte ad esso («tutto a lui pareva nuovo e bello»). Quello sguardo perpetuamente nuovo è anche all’origine di accostamenti sorprendenti e di somiglianze che il fanciullo è capace di scoprire mentre per verderli l’uomo adulto deve fare uno sforzo. In effetti, Pascoli scrive : «Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose, egli adatta il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario». Infine, il poeta sottolinea l’importanza della musicalità e del ritmo per il fanciullino, che percepisce e traduce il mondo attraverso il suo ritmo primitivo e intimo, il ritmo col quale, «in certo modo, lo culla e lo danza».

Così, se l’uso del linguaggio nella poesia pascoliana affonda le radici nella percezione e nell’espressione primitive e spontanee del fanciullino, ritroveremo questi tre aspetti nella poesia pascoliana: l’importanza del nome attribuito alle cose percepite tramite i sensi, l’uso dell’analogia basata sull’intuizione, il ritmo e la musica della lingua.

La necessità di nominare le cose con precisione ha come conseguenza l’uso di un linguaggio estremamente preciso. Giorgio Bàrberi Squarotti ha insistito sulla varietà dei nomi di uccelli presenti nelle poesie pascoliane: rondini, pettirossi, capinera, cuculo. Talvolta, per un solo uccello, incontriamo diversi nomi: così, troviamo le parole «sgricciolo» ne L’uccellino del freddo, «recacchino» e «redimacchia» ne La cincia. Talvolta, per soddisfare quel bisogno di precisione, il poeta introduce nei suoi componimenti termini scientifici o tecnici per descrivere gli elementi o i fenomeni naturali. Evoca così l’accestire del grano nei Primi poemetti e descrive ogni dettaglio legato alla coltivazione della vite in Germoglio: dopo aver evocato i solchi, passa in rassegna i viticci, i tralci, si sofferma sui rami dell’albero che sostiene quei tralci, dopo di che il ciclo della vite e del vino lo conduce fino al mosto.

Allo stesso modo in cui utilizza termini scientifici per descrivere fenomeni naturali, Pascoli dipinge il mondo contadino della Garfagnana con parole dialettali come la «recchia», il «ricotto» e il «torchiettin» ne La morte del Papa. Però per descrivere quell’ambiente contadino, Pascoli non si limita ad adottare un linguaggio intriso di parole dialettali: vi introduce anche parole auliche, talvolta arcaiche, e quei termini sono talvolta
pronunciati dai contadini stessi. Così, nel poemetto Nei campi, il capofamiglia (il «capoccio» per riprendere un altro termine dialettale del nostro) si rivolge a sua moglie dicendole : «Odimi, moglie. / Senti le rare tremule tirate / che fanno i grilli?» e poco più tardi ricorre perfino a un calco virgiliano : «l’anatre vanno per la notte nera».

Il cosidetto plurilinguismo pascoliano non corrisponde quindi a una volontà di realismo ma permette al poeta di descrivere il mondo con la massima precisione. Certo il capoccio non si rivolgerebbe così a sua moglie, ma riferendosi a Virgilio, Pascoli trasmette il senso profondo del messaggio del contadino e sottilinea la continuità della vita contadina. Il capoccio dice ciò che hanno sempre detto i contadini al momento di seminare. Così facendo, Pascoli inventa una lingua, come il fanciullino inventava le parole, e questa lingua poetica esprime la continuità del mondo naturale : il poeta riesce a « dire ciò che non s’è mai detto e dirlo come sempre si è detto e si dirà».

Pascoli nel suo studio di Bologna

Ma Pascoli sa ascoltare il fanciullino anche in altri modi. In effetti, ritroviamo per esempio nella poesia pascoliana l’uso frequentissimo del procedimento analogico. Così, ne L’imbrunire, possiamo leggere i versi seguenti : «Tre pianeti su l’azzurro gorgo / tre finestre lungo il fiume oscuro; / sette case nel tacito borgo / sette pleiadi un poco più su». L’analogia fra il paesino dalle finestre illuminate e la costellazione dalle stelle brillanti nella notte si appoggia su un avvicinamento fra macrocosmo e microcosmo frequente in Pascoli. Se vi sentiamo la voce del fanciullino, si deve anche pensare alla lettura delle Magnitudo parvi vittorughiane («Quels sont ces deux foyers qu’au loin la brume voile? / – L’un est un feu de pâtre et l’autre est une étoile; / deux mondes, mon enfant! »).

L’analogia è anche spesso presente tramite l’uso della metafora, anzi delle metafore che si succedono paratatticamente, come ne Il gelsomino notturno, in cui leggiamo : «Dai calici aperti si esala / l’odore di fragole rosse. / Splende un lume là nella sala. / Nasce l’erba sopra le fosse». La metafora floreale illustra l’intimità domestica della coppia, donde l’immediato accenno alla luce accesa nella casa; l’evocazione successiva delle tombe introduce improvvisamente il motivo della morte, sottolineando l’intreccio stretto fra eros e thanatos. Nella stessa poesia, Pascoli evoca la costellazione delle Pleiadi usando il termine dialettale, cioè la Chioccetta: «La Chioccetta per l’aia azzurra / va col suo pigolio di stelle». Il nome contadino della costellazione fa nascere un’audace spostamento semantico: le stelle diventano dei pulcini e il cielo l’aia che percorrono.

Di nuovo, ritroviamo la voce del fanciullino nella poesia pascoliana. Questa volta, il procedimento per analogia senza ragionamenti intermediari ci pone d’un tratto di fronte ai misteri del mondo: la morte, l’amore, o ancora il contrasto fra il nostro mondo e l’immensità dell’universo.

L’ultimo elemento del Fanciullino che abbiamo citato riguarda il ruolo della musicalità nella poesia pascoliana. Ci sembra che essa sia presente sotto due aspetti: il valore fonico delle parole usate nelle poesie e il ritmo delle poesie.

Per quanto riguarda il primo aspetto, possiamo riferirci al celeberrimo verso de L’assiuolo: «sentivo un fru fru tra le fratte». Oltre al valore onomatopeico del sintagma «fru fru», l’alliterazione in /f/ permette di riprodurre il suono dei rami e delle foglie dell’albero mosse dalla presenza dell’uccello. Non dobbiamo dimenticare che la poesia è destinata innanzitutto ad essere recitata e ascoltata: questa caratteristica riveste un’importanza di primo piano in Pascoli. Così, L’uccellino del freddo è una vera e propria riproduzione dei suoni invernali, lievi e secchi, in cui il senso passa quasi in secondo piano. La lettura della prima strofa della poesia permette di cogliere pienamente quel fenomeno:

Viene il freddo. Giri per dirlo
tu, sgricciolo, intorno le siepi;
e sentire fai nel tuo zirlo
lo strido di gelo che crepi.
Il tuo trillo sembra la brina
che sgrigiola, il vetro che incrina…
trr trr trr terit tirit…

Ritroviamo in questa strofa come in tutto il componimento i suoni aspri scelti da Dante nelle «rime petrose» : la /r/ associata a un’altra consonante (spesso /r/+/l/ o /t/+/r/), oppure la /s/, anche in associazione con un’altra consonante (/s/+/t/, /s/+/g/). Troviamo anche spesso tre consonanti di seguito (/s/+/g/+/r/ in «sgricciolo», v.2; /s/+/t/+/r/ in «strido», v.4; /s/+/g/+/r/ in «sgrigiola», v.6). La scelta stessa delle parole dialettali o tecniche risponde a una logica fonica, come illustrato dall’uso del termine dialettale «sgrigiola» piuttosto che «scricchiola» ne L’uccellino del freddo. Alla fine di ogni strofa, la dominazione del valore fonico sul valore semantico giunge alla realizzazione più compiuta: l’onomatopea («trr trr trr terit tirit»), che riproduce sia il verso dell’uccello che i suoni invernali e aggiunge un senso di mistero.

Pascoli gioca talvolta con il divario fra suono e senso, come in Italy, quando la nonna, sentendo l’inglese della piccola Molly che critica l’Italia che ha appena scoperto, l’interpreta come il canto dolce di un uccellino. Un po’ più tardi, la parola lucchese «nieve» (neve) diventa nella mente della bambina americana «never». Così, l’associazione fra suono e senso, sia congruente che divergente, crea spesso un terzo senso che supera talvolta gli altri e contiene la chiave della poesia.

Abbiamo accennato al fatto che la musicalità sia presente nel ritmo stesso delle poesie di Pascoli. Quel ritmo particolare può essere creato dalla punteggiatura e dalla sintassi: è il caso della poesia Arano:

Al campo, dove roggio nel filare
qualche pampano brilla, e dalle fratte
sembra la nebbia mattinal fumare,

arano : a lente grida, uno le lente
vacche spinge; altri semina; un ribatte
le porche con sua marra pazïente;

ché il passero saputo in cor già gode,
e il tutto spia dai rami irti del moro;
e il pettirosso : nelle siepi s’ode
il suo sottil tintinno come d’oro.

L’inserzione di una lunga frase, quasi un iperbato, che separa «Al campo» e «arano», crea un rallentamento del ritmo che riproduce il ritmo lento dei lavori dei campi, il che è rafforzato nella seconda terzina dall’uso dei due punti e dei punti e virgola e dall’enjambement fra il quarto verso e il quinto che introduce una sospensione fra «lente» e «vacche». La dilatazione delle terzine è infine accentuata dalla dieresi del sesto verso («pazïente»). La lentezza dei contadini lascia improvvisamente il posto alla vivacità e ai movimenti leggeri e saltellanti degli uccelli nella quartina, dalla cadenza rapida. In quella quartina, notiamo ancora una volta l’effetto quasi icastico del fonosimbolismo. In effetti, l’alliterazione in /s/ che viene anticipata al verso otto (con la parola «spia») e che si dilata ai versi nove e dieci sembra riprodurre il fruscio leggero provocato dai movimenti dell’uccellino, che sentiamo apparire e poi spostarsi lievemente. Viene poi introdotto il verso del pettirosso tradotto non solo semanticamente ma anche fonicamente nella parola «tintinno» cara al nostro, rieccheggiata nell’assonanza in /o/.

Foto Francis Vanderveken

Questa poesia è dunque solo in apparenza composta da due terzine e una quartina di endecasillabi, dato che il ritmo del componimento non segue quello schema metrico: l’enjambement fra le due terzine le collega fortemente e i punti e virgola spezzano l’endecasillabo del quinto verso, mentre nella quartina i movimenti degli uccelli prendono il sopravvento sul metro. Pascoli, mediante l’uso particolare che fa del linguaggio, riesce quindi ad imprimere un doppio ritmo alla sua poesia. Due ritmi portatori di messaggi diversi, dal madrigale tradizionale a una forma poetica nuova, due ritmi che si contraddicono l’un l’altro ma che soprattutto si completano e conferiscono un’infinita ricchezza alla poesia.

Non sempre, però, il ritmo contraddice il metro. Così, l’uso del quinario doppio in La tessitrice e ne L’ora di Barga crea un andamento regolare da ninnananna, al quale contribuisce la punteggiatura regolare. Quel ritmo musicale riproduce quello delle campane che suonano, mentre il poeta ne trascrive il messaggio ne L’ora di Barga: «Tu dici, È l’ora; tu dici, È tardi, / voce che cadi blanda dal cielo». In questo caso, il ritmo di ninnananna e il richiamo all’infanzia che provoca immancabilmente si associa al potere di suggestione delle campane, il cui suono provoca una sorta di sospensione del tempo nel momento stesso in cui ne scandisce lo scorrere. L’associazione frequente in Pascoli fra le campane e il ricordo, addirittura – come ha sottolineato Barberi Squarotti – il ritorno all’infanzia, è favorita da quella dilatazione del tempo fra i rintocchi dell’ora. In effetti, il suono ritmico e il movimento delle campane traducono il contrasto fra la dimensione magica del sogno che permette di ritrovare l’infanzia felice e i cari morti familiari e il tempo che è passato e che continua inesorabilmente a passare. Ancora una volta, possiamo sottolineare il fatto che l’associazione fra senso e suono permette di creare un senso nuovo o di produrre un effetto molto più potente; ancora una volta coesistono due ritmi nella poesia.

civettaANIMA02.jpgSembra quindi che Pascoli, sfrutti il valore fonico delle parole e della trama sonora dei componimenti per infondere in essi una componente misteriosa, spesso legata a un’atmosfera sognante, evanescente. E notiamo in effetti che la poesia pascoliana è spesso una poesia della traccia, che evoca un fenomeno effimero come il verso del rapace ne L’assiuolo («veniva una voce dai campi», v.7). Si tratta perfino talvolta della traccia di qualcosa che forse non è neanche esistito, come l’impressione della visita notturna di un fantasma ne Il bacio del morto, oppure il ricordo solo immaginario dell’ultimo grido del padre, che risuona nel cuore dell’io poetico, suscitato dal verso dell’assiuolo nella poesia omonima : «sentivo nel cuore un sussulto, / com’eco d’un grido che fu». Allo stesso modo, l’uccello rapace de La civetta sembra irreale: il nome dell’uccello è presente soltanto nel titolo, nel componimento il poeta evoca semplicemente: «una / ombra» (v.4), «un soffio molle di velluto» (v.6). Ne La civetta come ne L’assiuolo, la grande precisione dei termini scelti dal poeta (che abbiamo preso in considerazione all’inizio di questo studio) si accompagna così a una perdita della consistenza degli uccelli, che spariscono a poco a poco in quanto tali e si caricano di valenze simboliche. A tal punto che la civetta diventa perfino l’allegoria della morte e viene apostrofata in quanto tale dal poeta: «Morte, che passi per il ciel profondo» (v.21) mentre la voce dell’assiuolo diventa simbolo della morte incombente («e c’era quel pianto di morte», v.23).

Le analogie e l’uso della paratassi creano lo stesso effetto, così come le rotture sintattiche che, interrompendo improvvisamente il discorso, mettono il lettore di fronte al mistero. Questo procedimento è visibile ancora una volta ne L’assiuolo, quando il poeta, dopo aver evocato lo squassare delle cavalette che descrive come dei «finissimi sistri d’argento», mette in rilievo quell’analogia sorprendente introducendo una lunga parentesi: «(Tintinni a invisibili porte / che forse non s’aprono più?…)».

L’evocazione di queste analogie talvolta quasi ermetiche fa nascere un’interrogazione : qual è il posto assegnato al lettore? Come quel lettore deve ricevere la poesia? Chi è il lettore ideale, che coglie pienamente il messaggio del poeta?

pascoli.jpgNel Fanciullino, sulla lettura del quale ci siamo appoggiati per condurre il nostro studio, il poeta sembra preoccuparsi poco del lettore. In effetti, a proposito dello scopo della poesia, Pascoli scrive che il poeta «pur essendo in cospetto d’un pubblico, parla piuttosto tra sé, che a quello. Del pubblico, pare che non si accorga». Quando evoca il proprio disprezzo della cosiddetta gloriola, aggiunge: «Essi cercano in te quello che non c’è, e perché non lo trovano, ci rimangono male». Così, pare che il poeta-fanciullo non si accorga del pubblico, il quale tra l’altro non è capace di capirlo. Però, alcuni anni dopo, in un articolo apparso su «Il Marzocco» del 29 agosto 1909, Pascoli torna sull’argomento con una nuova visione delle relazioni fra il poeta e il lettore. Pascoli vi torna affrontando un argomento che aveva già cominciato ad affrontare all’epoca degli studi universitari (in particolare a proposito dell’Orlando furioso di Ariosto): la questione delle fonti di un’opera letteraria. Il lettore e la relazione fra il poeta e il lettore diventano elementi-chiave della poesia. Tant’è vero che Pascoli scrive: «Il poeta non rivela già la cosa ma esprime il sentimento in lui destato da essa. Ora per provare in sé quel sentimento, il lettore o uditore [si noti l’uso da parte di Pascoli di questa parola, che mostra l’importanza del valore fonico della poesia per il poeta] deve conoscere quella cosa. Non c’è poeta, né pittore, né musico, che possa dar perfetta l’idea di un’alba a chi s’è levato sempre tardi». Così, nonostante ciò che scrive Pascoli nel Fanciullino, il lettore è un parametro importantissimo della poesia pascoliana. Il lettore ideale ha l’ingenuità e la curiosità del fanciullino grazie alle quali coglie il senso delle analogie più sorprendenti, ma possiede anche le conoscenze letterarie che gli permettono di capire i riferimenti letterari e le allusioni numerosissime nelle poesie. Infine, al di là della memoria letteraria, collettiva, per capire veramente la poesia pascoliana ci vorrebbe l’esperienza biografica idonea, fatta di dolore e di lutto, per percepire intimamente gli elementi tratti dalla materia biografica del poeta.

L’uso particolare del linguaggio da parte di Pascoli rappresenta quindi una parte essenziale della sua poesia, indispensabile all’espressione poetica. Pascoli appare come un virtuoso nell’uso del linguaggio, che dota di un potere quasi magico di suggestione e tramite il quale riesce a trasmettere al lettore non solo il messaggio ma la sensazione stessa del mistero del mondo. Per di più, Pascoli inventa un linguaggio, fatto di parole insolitamente avvicinate: parole auliche, dialettali, greche e perfino inglesi, fra cui inserisce anche onomatopee. Questo linguaggio nuovo iscrive i temi sviluppati nella poesia pascoliana nel tempo eterno della poesia, di cui sottolinea la continuità. Perciò la vera poesia possiede un carattere primitivo.

Aggiungendo a questo linguaggio nuovo un uso sapiente del verso e della sintassi, Pascoli riesce ad andare al di là della lingua, per trasmettere nei suoi versi l’impalpabile, la sensazione del mistero.

Ma non tutti sono capaci di cogliere quel mistero, ci vuole un lettore atto a capire una poesia così complessa nella sua apparente semplicità. Chi è quel lettore? Forse la risposta viene data da Pascoli stesso, quando sceglie di dedicare i Nuovi poemetti ai suoi scolari, questi scolari insieme fanciulli ed eruditi.

Véronique Youinou

Pascoli – La voce alla poesia: L’ASSIUOLO

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