Altritaliani

Un saluto “altro” ad Antonio Tabucchi

giovedì 29 marzo 2012 di Ilena Antici

Antonio Tabucchi aveva qualcosa di un altritaliano.
Capace di vivere tra ben tre paesi diversi e di essere presente nella vita intellettuale di tutte e tre. Ha reso grandi servizi a questa Italia mal messa e «così bella», ha regalato libri, parole e incontri alla Francia che non smetteva di ammirare dalla sua finestra parigina, ha amato e rispettato fino in fondo il Portogallo e la sua Lisbona che così tanto gli appartenevano.

Tabucchi difendeva la sua lingua eppure non disdegnava di vivere dentro le altre, di assaporarle, di conoscerne i tic e le profondità. Parlava perfettamente francese e portoghese, ma la sua penna era italiana. Forse avrebbe sorriso, oppure si sarebbe indignato, nel sentirsi definire un “toscan francophone” da un articolo apparso in questi giorni su Le Monde: francofono? Proprio lui che anche da qui scriveva in italiano e fedelmente si faceva tradurre in francese da Bernard Comment?
Era un italiano altro, anche da lontano sempre vicinissimo all’attualità politica e sociale dell’Italia. Sosteneva, riprendendo Pessoa, che «l’unica patria di uno scrittore è la sua lingua». Per questo la sua morte ci riguarda tutti. Perché segna la fine di percorsi linguistici unici che solo lui sapeva abitare. Finisce un inchiostro prezioso, dal quale fortunatamente ereditiamo terre e libri che per l’impegno e per lo stile furono scelti in Francia come programma dell’agrégation di italiano (nel 2007).

Ho avuto la fortuna di vederlo nel suo laboratorio. Quegli incontri sono stati per me ossigeno, intelligenza pura. Mi ricordo che quando gli regalai un mio pensiero lo fece suo e lo trasformò immediatamente in bellezza. Era uno scrittore che amplificava le vibrazioni silenziose delle anime anonime, la sua voce letteraria è l’altoparlante delle sensazioni minime.
Uomo coltissimo, scrittore umile, Antonio Tabucchi è per quelli che l’hanno conosciuto una persona piena di disponibilità e di equilibrio. Aveva una fiducia tenera nella vita e prestava attenzione al posto che il Caso ricopre nella vita di ognuno.
Mentre scriveva, mentre lavoravamo insieme, sembrava che i suoi pensieri si spostassero tra le stanze e che lui li seguisse camminando nel corridoio, accanto alle finestre sempre aperte sui rumori storici di Parigi.

Se uccidono i sogni, la poesia deve parlare. Se attaccano la libertà, l’intellettuale deve parlare. Scrivendo, Tabucchi non ha mai smesso di parlare.
Lunghe pause, poi flussi perfetti di parole misurate. Così è la sua scrittura, elegante, leggera. Così era la sua parola, vera e lucida. Così lavorava, camminando nella sua casa e viaggiando per il mondo che l’ha presto riconosciuto, ascoltato, tradotto.
Così mi piace ricordarlo oggi: un intellettuale debout.
Con una parola ancora fiduciosa, con una passione di giustizia che non muore, con un rispetto intenso, lo ricordiamo e lo ringraziamo, noi altritaliani, sempre in movimento, sempre in piedi.

Ilena Antici


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